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L'evento

Taranto, le vele della poesia

Al via la settima edizione della "Settimana degli innamorati" a cura di Calogero Cangialosi

Nella foto: Vincenzo Carotenuto, Barbara Gortan, Ada Del Conte, Giampiero Laterza, Maria Pia Putignano, Lino Santonocito, Luigi Pignatelli, Francesco Potì, Enza Tomaselli

Nella foto: Vincenzo Carotenuto, Barbara Gortan, Ada Del Conte, Giampiero Laterza, Maria Pia Putignano, Lino Santonocito, Luigi Pignatelli, Francesco Potì, Enza Tomaselli

TARANTO - Il mare invade gli occhi, una luce celeste sulle Isole Cheradi, San Pietro e San Paolo viste dalla ringhiera di Città Vecchia, dai balconi del Palazzo Stola gestito da Irene Scialpi, impeccabile padrona di casa, le finestre che si aprono sulla città. Taranto vista dall’alto, da casa di Calogero Cangilosi (che ha organizzato e presentato la serata di poesia "passantinlove"), la Casa Calogero – Museo del Grano in via Duomo, un museo dedicato alla poesia, una stanza dedicata al nostro poeta Raffaele Carrieri e dal terrazzo panoramico, il primo seno e il secondo. Raccontare posti che parlano di un terra unica: perché siamo in una palude e vediamo i fenicotteri rosa e, in fondo, i palazzi di Paolo VI.

In città una palude urbana. La palude e l'incanto.  La forza risiede nel paradosso tarantino: una "palude urbana" dove i fenicotteri rosa stazionano a pochi metri dai palazzi di Paolo VI. È in questo cortocircuito tra natura primordiale e architettura industriale che la poesia trova il suo spazio necessario. Non è retorica, è geografia: guardare il Mar Piccolo seduti su panche di eucalipto significa riconoscere un patrimonio che spesso ignoriamo.

Quanti quartieri esistono al mondo che hanno questi scenari, vivere in una palude con i fenicotteri rosa. L’abbraccio del Mar Grande che viene chiuso dalle Isole Cheradi, da San Vito a punta Rondinella, il guizzare dei delfini. Siamo ricchi, peccato che non riusciamo a comprenderlo, i fenicotteri rosa del Mar Piccolo, i cavallucci marini, i delfini. Ma in quale città esistono? Se riuscissimo a vedere al di là di quello che ci dicono e che viene raccontato, se riuscissimo a vedere quello che abbiamo. Quale città è così ricca?  Si viene accolti in un boschetto di carrubi, si viene accolti con delle panche fatte di eucalipto. Si guarda il mare, c’è una grande panchina che guarda il primo seno del Mar Piccolo, guarda infondo il Ponte girevole, il Ponte di pietra, il Ponte PuntaPenna, il bacino dei tre ponti. E allora quanto siamo ricchi? Condividere tanta forza della natura, questa è poesia.

La poesia ci invade gli occhi

Una città, Taranto che accoglie la poesia. Le vele bianche della collana di poesia Due Mari che prendono il largo, i versi recitati del poeta Antonio Bux, Marina Pizzi, Silvio Raffo, Alfonso Guida. Quale città è così ricca di poesia?

Le vele della poesia

L'evento, inaugurato lunedì 9 febbraio, ha trasformato Taranto in un porto aperto ai versi. Il progetto editoriale è chiaro: le "vele bianche" della collana Due Mari, curata da Barbara Gortan per la Casa del Libro di Antonio Mandese rappresentano il mezzo con cui la parola prende il largo, collegando la città a voci di rilievo nazionale come Antonio Bux, Marina Pizzi,  Silvio Raffo, Alfonso Guida. Un coro di voci. La rassegna ha mescolato linguaggi diversi: dalla musica di Vincenzo Mastropirro, flautista e poeta (ha musicato diverse liriche di Alda Merini, principalmente tratte dalla raccolta Ballate non pagate. Il progetto, che fonde musica contemporanea e poesia, ha debuttato nel 1997 al Festival Time Zones di Bari e include un CD inciso con la voce recitante della stessa Merini), alle letture dantesche dell’attrice Roberta Fiordiponti (presidente della compagnia Pagine Verticali, insieme a Giorgio Pucciariello e Ettore Toscano). Al centro, la convinzione che la poesia non sia un esercizio di stile, ma un modo per "abitare" i tre ponti e le isole Cheradi.

Hanno condiviso i loro versi, tra gli altri: Vincenzo Carotenuto, Barbara Gortan, Ada Del Conte, Giampiero Laterza, Maria Pia Putignano, Lino Santonocito, Luigi Pignatelli, Francesco Potì, con la partecipazione speciale di Enza Tomaselli (docente di scienze all’ITES PITAGORA di Taranto presso cui è referente dei progetti ambiente) “Taranto non ha bisogno di essere inventata; ha solo bisogno di occhi che sappiano vederla oltre il racconto abituale”.

La settima edizione della "Settimana degli innamorati" è stata ideata da Graziana Miccoli.

LE POESIE DELLA COLLANA DUE MARI 

E il cuore mi fa male, il cuore tuo soltanto di me. Il cuore come un bue aperto alla terra. Soltanto un cuore solo, striscia di potere, del cuore che riempie. E non è male, ma dolore d'erba, di più non so dire il cuore malato.

Ma male e amore si possono dire soltanto se lontani, solitari se nel volo cadono in qualcosa. Sulla casa vuota dolorosa, se nella casa lucente si avvicinano ecco il cuore del buio, ecco la patria effeminata e l'incubo.

*

Scrivere per averti perduta non ti farà ritornare.

Come nessuno di me vedrà ancora le stanze mie tue dove non eravamo che ombre, ma ombre vicine.

Ombre di due come baci...

Saperli fingere ora, chissà come si fa. Ma nessuno di me è come te qui dentro, nessuno.

Nessuno che sappia perché ti baciavo, e tu come mai perduta nella mia bocca.

Ma era bello sapere i tuoi baci, saperli ritornarmi vita, era bello così come ora non ricordo perché mi piacevi.

Perché mi piacevi così tanto, così tanto da dimenticare un bacio...

Ma perché ancora mi piaci?

Per ritrovarti io ora ti scrivo, io ti scrivo nell'ombra qui aperta, il bacio che non so perché, tu me lo davi e io di vetro lo sogno.

Antonio Bux (dell'opera omnia Poesie Marco Saya)

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Avevi un estro che saltava il baratro

Una colomba lieve quasi sabbia

Un balsamo di chiostro nello sguardo.

Ovunque le tue mani mi bastavano

Stavo al delta di baciarti

Balzo di stagno perderti dolo del tempo.

Impero di lettura la tua gemma

Ora lapide di fosso il sogno escluso

Badante con il diavolo morire.

*

Mi vien da piangere per tutte le ragioni Del mondo. Questo genuflesso arato

Che con darà germogli né nuova sorte

Al temibile viandante che spezza

Tutto. Ma non parrà salsedine

Il mio sangue, anzi senza tapide finanche

Il frusto salice parrà volare.

È millenario il sale solta lingua

Pareggio con la belva prigioniera.

Attiene a chi erigere la fossa?

O la lumaca lenta lenta che promette

Forca? Provetta velenosa la moin

Stoltezza vedova semmai solo di te.

Ma tu moristi scheletro parlante

Dove addiviene quercia la readetta?

O fosti unico balbettio dell'uno?

Marina Pizzi da Infernetti per un apolide

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Te ne sei andato e io non sono più intero, porti un nome lunghissimo, infinito, perché sei tutti gli uomini che ho amato, nel tuo volto un rovescio di ere, un cambio di città, una radice multiforme.

Sei l'assoluto, il modello compiuto, l'idea che nel tuo corpo ho perseguito.

Sei l'altare dei nudi a cui ho votato la verità del mio tempo, l'essenza di ogni luogo. Ho sempre cercato in te Dio.

*

Nel semplice sesso sentivo il cosmo, sentivo lo scudiscio e l'estensione della macchia sul lenzuolo di bisso.

Non tramandavo il suono misterioso delle cellule eppure un mezzo cenno di sete era l'istante in cui la materia toccava la mia immagine e iniziava la strada metà vera metà recita.

Nel semplice amore alato del mito, tutte le lampade si sono spente, mi sono ricreato al buio e ho estinto nell'altro il mio limite, nell'intreccio la povertà della mia solitudine.

Alfonso Guida, La Farragine Casa del libro Mandese

Le copie possono essere richieste scrivendo a casadellibro@mandese.it.

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