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L'analisi
11 Febbraio 2026 - 06:13
Ricercatrici - archivio
BARI - La Giornata internazionale per le donne e le ragazze nella scienza, celebrata l’11 febbraio su iniziativa delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/70/212, diventa occasione per accendere i riflettori su una disuguaglianza che continua a caratterizzare il mondo della conoscenza. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani segnala infatti la persistente marginalità femminile nei percorsi scientifici e tecnologici proprio mentre la ricerca orienta gli equilibri economici, politici e sociali globali.
I dati più recenti dell’UNESCO indicano che solo il 33% dei ricercatori nel mondo è donna, una quota che lascia la produzione scientifica largamente nelle mani maschili. Il divario si accentua nei settori ad alta innovazione: nell’ambito dell’intelligenza artificiale la presenza femminile scende al 22%, percentuale che solleva interrogativi non soltanto sull’accesso ma anche sulla neutralità degli algoritmi destinati a incidere su lavoro, scuola, sanità e giustizia.
Secondo il Coordinamento, non si tratta di una questione simbolica ma di un problema strutturale. Studi internazionali dimostrano che gruppi di ricerca più eterogenei garantiscono risultati più innovativi e soluzioni più inclusive. Una progettazione tecnologica povera di contributi femminili rischia quindi di generare prodotti e servizi meno aderenti ai bisogni reali della società, dalle piattaforme digitali alle politiche energetiche.
Il quadro italiano evidenzia criticità ancora più marcate. Pur conseguendo complessivamente più lauree, le donne restano lontane dalle discipline scientifiche: tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo STEM solo il 16,8% delle giovani, contro circa il 37% dei coetanei uomini. Meno del 30% delle studentesse sceglie corsi universitari tecnico-scientifici e le differenze territoriali amplificano ulteriormente la distanza tra le regioni, con ripercussioni dirette sulla competitività economica locale e sull’occupazione qualificata.
Il divario, sottolineano i docenti, nasce prima dell’università. Già nella scuola primaria si consolidano stereotipi impliciti che associano le competenze logico-matematiche al genere maschile, nonostante le rilevazioni dimostrino risultati scolastici pari o superiori tra le ragazze nelle materie scientifiche. La distanza emerge al momento delle scelte formative, quando aspettative sociali, modelli culturali e mancanza di figure di riferimento femminili orientano diversamente i percorsi.
La situazione si aggrava nelle fasi successive della carriera. Il fenomeno della “leaky pipeline” descrive la progressiva riduzione della presenza femminile man mano che si sale verso i vertici accademici e della ricerca. Le donne risultano meno presenti nei ruoli direttivi dei dipartimenti, nei comitati di valutazione e negli organi di governance universitaria, con disparità anche nell’accesso ai finanziamenti competitivi e nei riconoscimenti scientifici più prestigiosi. Una minore visibilità pubblica limita così la nascita di modelli aspirazionali per le nuove generazioni.
In un periodo segnato dalla transizione ecologica e dalla rivoluzione digitale, escludere parte del talento disponibile comporta effetti economici concreti. Analisi internazionali indicano che una maggiore partecipazione femminile nei settori tecnologici potrebbe incidere significativamente sulla crescita del PIL e sulla riduzione del divario occupazionale qualificato, con conseguenze dirette sullo sviluppo nazionale e sulla coesione territoriale.
Per il Coordinamento promuovere la presenza delle donne nella scienza significa rafforzare diritti fondamentali come istruzione, lavoro qualificato e partecipazione alla vita pubblica. La scienza viene indicata come bene comune, il cui accesso non può dipendere da stereotipi culturali o ostacoli strutturali.
L’11 febbraio, dunque, dovrebbe trasformarsi in un momento di verifica delle politiche educative e delle strategie di orientamento. Tra le azioni ritenute necessarie figurano programmi di mentoring, orientamento precoce, revisione dei materiali didattici per valorizzare le scienziate e politiche di conciliazione capaci di rendere sostenibili le carriere di ricerca.
Finché una ricercatrice su tre rappresenterà l’unica misura della partecipazione femminile e meno di una giovane su cinque conseguirà una laurea STEM, conclude il Coordinamento guidato dal presidente Romano Pesavento, la ricorrenza resterà soprattutto il segno di una responsabilità collettiva: trasformare i dati in politiche efficaci e la consapevolezza in cambiamento reale.
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