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Taranto
01 Febbraio 2026 - 06:48
TARANTO - Non una rivendicazione corporativa, ma una questione che investe direttamente i diritti dei cittadini e la qualità della democrazia. Con questo presupposto la Camera Penale di Taranto ha dato ufficialmente il via alla campagna referendaria per il Sì alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, aprendo un confronto pubblico che ha registrato una partecipazione ampia e qualificata.
L’incontro, promosso con il sostegno del Comitato Giuliano Vassalli e dell’associazione Polo Sud, ha trasformato un tema di forte contenuto tecnico in un dibattito dal chiaro rilievo politico e sociale, indicando la riforma della giustizia come un passaggio non più rinviabile.
A coordinare i lavori è stato l’avvocato Gianluca Mongelli, past president della Camera Penale, che in apertura ha sottolineato come il voto referendario non riguardi solo gli operatori del diritto. «La scelta del Sì – ha spiegato – riguarda tutti i cittadini italiani e il loro diritto fondamentale a essere giudicati da un giudice realmente terzo rispetto all’accusa e alla difesa. La separazione delle carriere non indebolisce la magistratura, ma ne rafforza l’indipendenza, superando le distorsioni prodotte dalle correnti interne al Csm. Terzietà del giudice, autonomia di due distinti Consigli superiori e specializzazione del pubblico ministero sono i pilastri di questa riforma».
Nel corso della serata è emersa con forza l’idea di un fronte compatto a sostegno dell’Articolo 111 della Costituzione. Il presidente della Camera Penale di Taranto, Vincenzo Vozza, ha richiamato le criticità del sistema attuale. «È evidente quanto il Csm di oggi sia lontano dal modello originario – ha affermato – una distanza resa palese dalla degenerazione correntizia emersa con il caso Palamara. Il sorteggio rappresenta l’unico strumento davvero efficace per contrastare la pervasività delle correnti. Chi può incidere in modo così profondo sulla libertà personale, sul patrimonio e sulla vita sociale di un cittadino, è perfettamente in grado anche di decidere la carriera di un collega o l’applicazione di una sanzione disciplinare».
A rafforzare il quadro è intervenuto Alfredo Venturini, referente nazionale del Comitato Vassalli, che ha posto l’accento sul ruolo decisivo dell’elettorato. «Esiste una coscienza pubblica della civiltà giuridica e dell’affermazione dello Stato di diritto che sarà determinante – ha dichiarato – mai come in un referendum confermativo l’ultima parola spetta agli elettori, al popolo sovrano in nome del quale si amministra la giustizia. La riforma Vassalli del 1989, con l’introduzione del processo accusatorio, aveva già delineato un sistema più moderno e distinto nelle funzioni. La separazione tra giudici e pubblici ministeri rappresenta il completamento naturale di quella visione».
Sul versante politico è intervenuto l’onorevole Dario Iaia, che ha criticato duramente la linea del fronte contrario alla riforma. «Il comitato del No – ha sostenuto – fonda ormai la propria campagna su mistificazioni e paure. Non si entra mai nel merito del contenuto normativo della riforma, ma si alimentano falsità. Le norme approvate dal Parlamento e sottoposte al giudizio dei cittadini non intaccano in alcun modo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, principi intangibili della nostra Costituzione. Si cerca di creare un clima di timore basato sul nulla, mentre con questa riforma l’Italia si allinea ai principali Paesi occidentali europei, dove la separazione delle carriere è già una realtà consolidata».
A chiudere il confronto è stato il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Vincenzo Di Maggio, che ha affidato al suo intervento toni particolarmente netti. «Quella che si pone davanti ai cittadini è una scelta tra democrazia e magistraturocrazia – ha affermato – mai come oggi il popolo è chiamato a un appuntamento di tale rilevanza. Le ragioni del Sì sono libere da retropensieri e non al servizio di lobby radicate, il cui potere è stato definito ultracasta. L’Italia ha bisogno di giudici che decidano in nome del popolo italiano, secondo il diritto e applicando le leggi approvate dal Parlamento, non di magistrati schierati come una fronda politica».
Nel suo intervento, Di Maggio ha anche richiamato dati e numeri che, a suo giudizio, rendono evidente la necessità di un cambiamento. «Il sorteggio, adottato nelle democrazie occidentali, è l’antidoto più efficace contro le oligarchie interne – ha detto – leggere statistiche che parlano di 78 milioni di euro di danni per ingiusta detenzione in 6 anni, o constatare che il 97% degli esposti viene archiviato prima ancora dell’esame del Csm, mentre le sanzioni restano marginali, lascia sgomenti. Questa è una battaglia di civiltà giuridica che riguarda tutti. Votare Sì è una responsabilità morale che va assunta senza ambiguità».
La serata tarantina ha così segnato l’avvio ufficiale di una campagna che punta a coinvolgere direttamente i cittadini, riportando il tema della giustizia dal piano tecnico a quello dei diritti fondamentali e della qualità dello Stato di diritto.
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