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CONTROVERSO

Poesia del Giorno

"Amore perduto" di Rina Simone & "Proietto bollente" di Vincenzo Mellozzi

Poesia del Giorno

La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.

Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.

L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.

Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.

Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:

  1. seguire le pagine social ufficiali di Buonasera24 su Facebook e Instagram;
  2. inviare all’indirizzo controverso2019@gmail.com una poesia che non superi i 30 versi indicando nome, cognome, luogo di residenza e dichiarando nel testo la paternità dell’opera.

Le poesie di mercoledì 25 sono:

    AMORE PERDUTO di RINA SIMONE da Oriolo - CS

    Il tempo ha ingoiato le parole
    che raccontavano i sentimenti.
    Quelle parole ora si celano.
    Il tuo distacco è solitudine serrata,
    non più mi lascia esplorare
    quei luoghi occulti
    dove si celano gli abissi dell’anima.
    I ricordi non si lasciano più afferrare
    dallo sguardo della retina,
    non si lasciano cogliere da mani tremanti
    che vorrebbero stringerti forte.
    Quanta delusione…!
    Si sa, nulla è per sempre,
    anche se per sempre.

    RECENSIONE

    C’è un senso di chiusura che attraversa questi versi, come se qualcosa si fosse richiuso su se stesso senza possibilità di ritorno. L’amore qui non è raccontato nel suo splendore, ma nella sua assenza, nel vuoto che lascia quando si ritrae. L’atmosfera è raccolta, segnata da una solitudine che non urla ma pesa.

    Il ritmo è lineare, quasi narrativo, e accompagna il lettore dentro un paesaggio interiore fatto di abissi e ricordi sfuggenti. In questa direzione Rina Simone sceglie di non sovraccaricare l’immagine, ma di affidarsi a parole chiare, come “distacco” e “solitudine serrata”, che rendono concreta la frattura. La sua intenzione sembra quella di fissare un momento di consapevolezza, senza cercare consolazioni forzate.

    Le immagini delle mani tremanti e dei ricordi che non si lasciano afferrare danno corpo a un dolore trattenuto. Il tempo diventa quasi un personaggio che ingoia e cancella, mentre l’anima resta luogo profondo e inaccessibile. La ripetizione del “non si lasciano” crea un senso di impotenza che scandisce l’intero testo.

    Il tempo ha ingoiato le parole / che raccontavano i sentimenti” suona come una resa lucida più che disperata. E quel “Si sa, nulla è per sempre” resta sospeso, non come banalità, ma come constatazione amara che continua a vibrare oltre la pagina, lasciando una traccia silenziosa di ciò che è stato.

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    PROIETTO BOLLENTE di VINCENZO MELLOZZI da San Cesario Sul Panaro - MO

    Adorni e intarsi riacei,
    di nebbiolina cosparsi,
    contrastano la notte
    e l’arancio delle foglie d’autunno,
    ancor più dei lampioni –
    grammofono e puntina,
    la semplicità brada
    di geli e inverni alla porta,
    nei rettilinei sfreccianti
    sulle note della flebile
    musica
    ritrovo.
    E di gran lunga piango
    perché non capisco che succede;
    male e bene
    ci passiamo
    come un banale sintomo
    che pian piano ci strema.

    RECENSIONE

    C’è un senso di smarrimento che attraversa questi versi, come se le immagini si accendessero e si spegnessero senza trovare un centro stabile. L’atmosfera è notturna, punteggiata da dettagli che sembrano emergere dalla nebbia e subito ritrarsi, lasciando una sensazione di inquietudine trattenuta.

    Il ritmo è franto, fatto di accostamenti improvvisi: “grammofono e puntina”, “geli e inverni alla porta”, rettilinei che sfrecciano insieme a una musica flebile. Le parole non seguono una linearità narrativa, ma costruiscono un mosaico emotivo in cui il lettore è chiamato a orientarsi. Questa discontinuità diventa cifra espressiva, quasi a riprodurre lo stato interiore di chi osserva e non comprende fino in fondo ciò che accade.

    Le immagini autunnali, l’arancio delle foglie, i lampioni, suggeriscono un paesaggio concreto, ma subito si passa a un piano più intimo, dove “male e bene / ci passiamo” come un sintomo. La scrittura sembra voler rendere visibile una tensione sotterranea, un alternarsi di forze che stremano lentamente, senza offrire spiegazioni rassicuranti.

    In questa traiettoria irregolare si inserisce la voce di Vincenzo Mellozzi, che sceglie di lasciare aperte le fratture del discorso invece di ricomporle. Ne nasce una poesia che non chiarisce, ma espone, e proprio in questa esposizione trova la propria intensità più autentica.

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