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CONTROVERSO
19 Febbraio 2026 - 06:00
La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.
Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.
L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.
Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.
Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:
CUORE DI FARFALLA di ANGELA TAMBARO da Giugliano in Campania - NA
Cuore di farfalla,
prigioniero nella ragnatela della vita
sei appesantito dalla delusione.
Incatenato al muro
pensi al vento fresco di giugno,
che come un enigma
volavi incerto
in direzione opposta al vento.
Seguendo luci appassite da una fitta nebbia,
miele di luce
polvere di stelle
in un cielo di zucchero.
Oh povero cuore di farfalla!
ora vivi di ricordi,
mentre fondi le tue lacrime con la rugiada,
non si sente più il tuo canto,
ma piccolo cuore canterai ancora?
RECENSIONE
C’è una fragilità che vibra fin dal primo verso, come se il cuore evocato fosse davvero leggero e vulnerabile. Il testo si muove tra prigionia e desiderio di volo, tra delusione e memoria, costruendo un’atmosfera malinconica ma non del tutto priva di speranza. La figura della farfalla diventa simbolo di una sensibilità esposta, ferita dalle trame invisibili della vita.
Il ritmo alterna immagini dolci a improvvisi irrigidimenti: la “ragnatela” e le “catene” contrastano con il “miele di luce” e la “polvere di stelle”. Questa opposizione crea una tensione costante tra peso e leggerezza, tra immobilità e slancio. I versi scorrono con andamento narrativo, lasciando spazio a un interrogativo finale che rompe la quiete apparente.
In questa poesia Angela Tambaro affida il proprio messaggio a un linguaggio ricco di immagini sensoriali, scegliendo metafore luminose per raccontare una condizione di smarrimento. La sua voce resta diretta, quasi confidenziale, e nei passaggi come “fondi le tue lacrime con la rugiada” emerge una delicatezza che addolcisce il dolore senza nasconderlo.
Resta nell’aria una domanda sospesa, come un battito leggero che cerca ancora il vento giusto. Anche se il canto sembra affievolito, tra nebbia e ricordi si avverte la possibilità di un nuovo volo, silenzioso ma ostinato.
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DICIOTTO GENNAIO di CARLO BRAMANTI da Augusta - SR
Al tempo che, impenitente, ci sorvola,
il gabbiano chiede – invano – il suo mare.
Rammenti?
Di corsa tornavo all'esilio del verso,
se male avevo di me all'imbrunire.
Adesso che tutto è diverso
e il mistero della speranza s'è dissolto,
posso tornare – solo –
a quando scendesti la china,
– il piede dondolante –
col viso d'ambra
ed un'aria da bambina.
Avevi labbra livide
e in mano menta selvatica.
In tasca un morso di pane per la tosse,
e un sorriso per chi ti amava.
RECENSIONE
Carlo Bramanti affida a questi versi un dialogo con il tempo che passa e non concede ritorni facili. La scena si apre su un volo mancato, su un gabbiano che chiede il mare senza ottenerlo, e subito l’atmosfera si fa sospesa, attraversata da memoria e disincanto. Il tema è quello di un ricordo che torna quando la speranza si è fatta più fragile.
Il ritmo alterna slanci e pause, con incisi che rallentano la lettura e creano un senso di esitazione. L’immagine del “gabbiano” e quella dell’“esilio del verso” danno al testo una dimensione insieme concreta e interiore. Nei versi “posso tornare – solo – / a quando scendesti la china” si avverte un movimento a ritroso, un passo che cerca nel passato una figura luminosa.
Le immagini sono precise, quasi cinematografiche: il viso d’ambra, la menta selvatica, il pane in tasca. Ogni dettaglio costruisce un ritratto tenero e malinconico, dove l’infanzia e la vulnerabilità convivono. La lingua resta limpida ma carica di sottintesi, lasciando che siano gli oggetti a parlare più delle spiegazioni.
Rimane una sensazione di dolcezza ferita, come se il ricordo fosse insieme conforto e distanza. In quella figura che scende la china si raccoglie un tempo che non torna, ma continua a vivere nel gesto di chi lo trattiene con le parole.
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Testata: Buonasera
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