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CONTROVERSO

Poesia del Giorno

"Il tuo nome" di Giovanna Russo e "Terra lontana" di Mario Grasso

Poesia del Giorno

La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.

Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.

L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.

Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.

Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:

  1. seguire le pagine social ufficiali di Buonasera24 su Facebook e Instagram;
  2. inviare all’indirizzo controverso2019@gmail.com una poesia che non superi i 30 versi indicando nome, cognome, luogo di residenza e dichiarando nel testo la paternità dell’opera.

Le poesie di venerdì 30 sono:

    IL TUO NOME di GIOVANNA RUSSO da Roma

    Ci sono amori
    che non finiscono davvero:
    si ritirano
    in un punto segreto del petto.
    Con te ero casa,
    corpo che riconosce il corpo,
    anima che non chiede spiegazioni.
    Felicità pura,
    senza difese.
    Poi sei diventato assenza.
    Non un ricordo lontano,
    ma una pressione lenta,
    un vuoto che pesa
    più della presenza.
    Ho imparato a crescere lì dentro,
    nel posto che hai lasciato scoperto.
    Ho cambiato pelle,
    ho imparato a sorreggermi,
    a chiamarmi amore.
    Eppure basta poco:
    il tuo nome scritto per caso,
    una lettera di troppo,
    e il cuore si stringe,
    come se sapesse ancora.
    Non sanguino più,
    ma il colpo arriva lo stesso,
    silenzioso, preciso.
    Ti ho lasciato andare
    con le mani aperte,
    ma il corpo —
    il corpo ricorda.
    E così vivo:
    intera,
    più forte,
    più mia.
    Con questo malessere sottile
    che non mi distrugge,
    ma mi ricorda
    che ho amato davvero.

    RECENSIONE

    Ci sono testi che si muovono dentro una ferita ormai cicatrizzata, ma ancora sensibile al tocco. Qui il nodo emotivo è la sopravvivenza dell’amore oltre la rottura: non come rimpianto acceso, ma come pressione discreta che continua a farsi sentire. La voce parla da un dopo consapevole, dove il dolore è stato attraversato senza essere negato.

    Il ritmo dei versi segue un andamento franto e respirato, con pause brevi che isolano le affermazioni più forti. La struttura alterna dichiarazioni nette e immagini corporee, creando una progressione che va dalla dipendenza alla ricostruzione. Le ripetizioni leggere e i tagli secchi danno compattezza e rendono il discorso diretto, quasi confidenziale.

    Nella scrittura di Giovanna Russo il passaggio è chiaro quando afferma “si ritirano / in un punto segreto del petto” e più avanti “il corpo — / il corpo ricorda”: qui mente e fisicità si separano e si rispondono. La lingua è trasparente, priva di ornamenti, e proprio per questo lascia emergere con forza le metafore della pelle, del peso, dello spazio scoperto.

    La poesia chiude con un'immagine che evita qualsiasi ingenuità: "Questo malessere sottile / che non mi distrugge, / ma mi ricorda / che ho amato davvero". Il malessere non come malattia, ma come prova vivente. La forza della poesia sta qui, in questo equilibrio instabile tra ciò che è stato perso e ciò che si è guadagnato - non uno schema narrativo preconfezionato, ma la verità di una ferita che guarisce lasciando la cicatrice.

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    TERRA LONTANA di MARIO GRASSO da Milano

    Vengo da due mari
    che abbracciano una terra di tacco,
    di trulli e cattedrali, e ricordo di pietre runiche,
    scampanio di campanacci bovini
    e bisbigli di fronde d’ulivo
    e canti, preghiere e rosari sgranati.
    Io vengo da odori di alghe dal caldo decotte,
    da facce scolpite da sole e fatica,
    da antiche leggende, storie tramandate
    da mente a mente, sempre più belle.
    Io vengo da terra assetata, japigia e bizantina,
    spianate e gravine, e cale invitanti,
    onde di grano e di mare, e vento di murgia,
    guizzi di luce, e profumi di mandorla.
    Vengo da gente di cuore, nobiltà levantina
    che tratta e commercia cose e vedute,
    dona amicizia e chiede rispetto,
    casa a stranieri, pane a chi ha fame.

    RECENSIONE

    Qui la spinta nasce dall’appartenenza: non un luogo soltanto, ma un’origine che si porta addosso come respiro e memoria. La voce parla da dentro una geografia affettiva, fatta di paesaggi, suoni e gesti tramandati. Il centro emotivo è il legame con la terra, sentito come radice viva e non come semplice ricordo.

    Il testo procede per accumulo e per ritmo di ritorno. Le ripetizioni di apertura danno cadenza e costruiscono una specie di litania laica, dove ogni immagine aggiunge materia e calore. I versi sono ampi, ricchi di nomi concreti, e l’andamento resta fluido, come un racconto orale che passa di bocca in bocca.

    Dentro questa traiettoria si riconosce la voce di Mario Grasso, che unisce elenco e canto. Quando scrive “Vengo da due mari / che abbracciano una terra di tacco” e poco dopo “onde di grano e di mare, e vento di murgia”, mette insieme elementi naturali e segni storici, creando un mosaico sensoriale molto leggibile.

    Alla fine resta addosso un senso di ospitalità e fierezza quieta. Non è nostalgia chiusa, ma identità che cammina e si offre, con l’odore del pane e del sale ancora sulle mani, come qualcosa che continua a nutrire anche chi arriva da fuori.

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