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SUSPENSE

Corto circuito

di Cosimo Melanotte

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Corto circuito

di Cosimo Melanotte

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Era tardi. Fuori c’era un vento freddo e fastidioso. Max mi aveva accompagnato alla porta e stavo per tornarmene a casa, quando mi trattenne per un braccio.
«Ti devo raccontare una storia.
Anni fa lavoravo in una ditta di impianti elettrici, quando la segretaria di una fabbrica di scarpe ci contattò per dei lavori di ristrutturazione.
Montando le impalcature del cantiere avevo notato una Lambretta abbandonata dietro un bancale.
Sai della mia passione per le moto d’epoca, no? Così chiesi un po’ in giro, anche se i dipendenti dell’azienda erano molto restii a parlare. Dietro quello scooter c’era una brutta storia.
Passate due settimane, avevamo terminato il lavoro e, mentre caricavo le ultime cose sul furgone, la segretaria si avvicinò, chiedendomi, a mezza voce, di portare via anche la Lambretta.
Ci volle un anno per finire il restauro, ma finalmente la ‘Verdemela del 1967’ era tornata al suo splendore originale, pronta per nuove, spensierate scorribande.
La curiosità, però, continuava a tormentarmi.
Dopo qualche mese tornai alla fabbrica di scarpe per conoscere, una volta per tutte, la storia di quella moto.
Chiesi al primo operaio che incontrai, mentre fumava una sigaretta durante una pausa dal lavoro:
“Quella è la Lambretta dell’assassino. Un mezzo matto che lavorava qui da noi. Una sera, dopo l’ennesimo litigio con la moglie, la uccise con un cacciavite. Nereo Sturaro si chiamava.”»
Max mi guardò, sospeso. Io rimasi senza parole.
«Come hai detto che si chiamava?»
Nereo Sturaro. Non lo vedevo dai tempi del liceo: eravamo in classe insieme.
Era alto, portava i capelli lunghi con la riga in mezzo. La nostra era un’amicizia profonda, una di quelle che nascono negli anni dell’adolescenza e che, come quasi sempre accade, finiscono per perdersi nel tempo.
Dopo quarant’anni, il suo nome era riemerso dall’oblio. Proprio non riuscivo a immaginarmelo da adulto.
Lo ricordavo con il volto sorridente del capoclasse della terza A, il portiere che parava i rigori al torneo di calcio del liceo.
Corde che si sciolgono da legami che parevano indissolubili e che, per qualche strano giro del destino, tendono a riannodarsi. È sempre disorientante accorgersene.
Follia, ricordo e amicizia, per una frazione di secondo, si sfiorano, causando un brevissimo corto circuito, superando ogni tipo di protezione.
Il tempo è corso così veloce che ha lasciato dei lividi a tutti, e questa vicenda è tornata indietro come un boomerang, con l’ultima raffica di vento, quando ormai pensavamo di essere irraggiungibili.
Leggo su Internet: “Il corto circuito avviene tra collegamenti vecchi, allentati o rotti, che permettono di disperdersi al… flusso di coscienza che per anni ci ha tenuti in contatto.”

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