Cerca

Cerca

THRILLER PSICOLOGICO

Oltre lo specchio

di Matteo Bonandrini

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Oltre lo specchio

di Matteo Bonandrini

k

L’oscurità mi avvolge, mi permea: la sento vischiosa sotto la pelle. È un parassita che mi divora, che pulsa coi miei pensieri; un battito sordo che non riconosco come mio. Il cuore risuona con essa e brividi strisciano lungo la schiena, mentre un’angoscia pietrificante mi inchioda a terra. Respiro a fondo, ma l’aria è greve, satura di un odore acre.
Cerco conforto abbracciando le ginocchia e, immobile, ascolto l’oscuro silenzio che mi avvolge.
In questo vuoto, il tempo scorre inesorabile: una massa informe che mi inghiotte, in cui i ricordi affiorano senza controllo. Oscuri pensieri appena sussurrati mi riportano a quel Capodanno.
«Maledetti!»
Mi svegliai in una cantina gelida e buia; la testa pulsava, dolorante; l’umidità impregnava gli abiti; le mani scivolavano sulla pelle imperlata di sudore. Perlustrai a tentoni il locale: era vuoto. Unica presenza, un forte odore di muffa… e ruggine. Restai lì per ore, persa nell’ignoto: chi mi ha portata qui? Perché non me ne sono accorta? Mi hanno drogata? Cosa mi hanno fatto?
«Uno scherzo. Un esperimento!» dissero poi. «Volevamo vedere cosa provi a svegliarti in un posto sconosciuto, senza sapere come ci sei arrivata.»
«…Un esperimento. Maledetti!»
Non sapevano, non potevano sapere. Solo io so: le lunghe notti da bambina; sveglia nella totale oscurità; pietrificata sotto le coperte, con il vento che sussurrava tra le persiane scricchiolanti; ne sentivo il soffio freddo sul viso mentre bisbigliava tetri consigli: «Chiama la mammiiina. Bàtti i pugni sulla pòorta. Uùrla… scàppaa…»
Io urlavo, chiamavo… ma nessuno arrivava.
«Vigliacchi…!»
Non è uno scherzo stavolta. Lo sento nelle viscere. La paura non mente mai. Il terrore cresce nello stomaco e mi aggrappo ai pensieri, ma è inutile. Il cuore impazzisce.
«Stai calma!» mi dico, mentre un fremito viscerale mi sconvolge i pensieri. «Controllati! Fermalo!» incito me stessa.
Devo ancorarmi alla realtà. Tolgo le mani sudate dalle ginocchia, le poggio a terra, ma… il pavimento è viscido e irregolare. Un odore penetrante di muffa si mescola a qualcosa di più pungente: di putrefazione.
Muovo le dita e sfioro una superficie rugosa che rapida si ritrae, sibilando. Sobbalzo. Il cuore esplode nel petto. Oddio, dove sono!? Morirò qui, lo so! «Non dire sciocchezze!» mi dico, ma la paura è un cappio stretto che mi toglie il respiro.
Decido di muovermi e mi alzo. Cieca nel buio, cerco un appiglio, ma i piedi scivolano e mi aggrappo al nulla con un urlo soffocato.
«Non cedere!» mi ripeto.
Avanzo a piccoli passi, braccia protese. Tutta la tensione ad ascoltare questo silenzio tombale.
Le dita incontrano una parete di pietra umida in cui i polpastrelli restano raggelati. Mi appoggio col corpo; pesante, lenta, scivolo lungo il muro. La superficie viscida provoca brividi che scorrono in me, assieme all’angoscia. Respiro a fondo, ma l’aria mi brucia i polmoni.
Avanzo. Avanzo.
Una corrente d’aria, appena percettibile, mi sfiora. Un filo sottile da seguire. La razionalità sussurra che potrebbe essere un’illusione, ma non ho scelta e mi ci aggrappo. Ancora qualche passo e anche quel filo d’aria svanisce. Mi fermo, persa, spalle al muro: il silenzio è assordante, rotto solo dal mio respiro affannoso e dal cuore martellante.
Resto lì finché lo sento: un gocciolio distante, un suono regolare e ipnotico. Mi rimetto in moto: lo ascolto, lo seguo, lo desidero, anche se mi guida nel nulla, lontano dalla parete. Non so se vado verso la salvezza o la follia. Perso il contatto con il muro, il ticchettio pare giungere da ovunque: riecheggia, rimbalza dentro me, e anche i pensieri cominciano a riecheggiare con esso; tutto si fa confuso, la testa gira. Ho bisogno di un appoggio e, senza pensare, avanzo più in fretta: barcollo nell’oscurità, sto per cadere… urto contro un’altra parete. Mi ci avvinghio. La abbraccio spasmodicamente e le dita urtano qualcosa di freddo e duro: un anello di metallo incastonato. Lo sfioro e una sensazione di gelo mi invade. Oddio! Sento la vibrazione della sofferenza di qualcuno, o qualcosa, che è stato incatenato qui. «Sto impazzendo?» Spasmodica, mi avvinghio e le unghie graffiano la pietra, producendo un suono stridente. Rabbrividisco e d’istinto lo scaccio via, ma di fatto scaglio me stessa all’indietro.
Mentre indietreggio sento un fruscio alle mie spalle. Mi blocco. Mi giro di scatto. Niente. Sempre e solo lei: l’oscurità.
Continuo a muovermi, il cuore in gola. Ogni passo è una lotta contro l’istinto di rannicchiarmi su me stessa e aspettare la fine.
Calpesto qualcosa. Saggio l’oggetto col piede: è cilindrico, con un bozzo a un lato. Lo stomaco si contrae, mi viene da vomitare solo all’idea di cosa possa essere, ma mi faccio coraggio, allungo la mano e… sotto le dita sento un cilindro metallico. Lo afferro. Una torcia.
Le mani tremano così forte che quasi la lascio cadere. Premo l’interruttore senza speranza e invece un bagliore fioco lacera il buio, svelando la stanza poco a poco: muri di pietra viscida, solcati da graffi profondi. Tremo al pensiero che possano essere di unghie umane. Osservo il pavimento, ricoperto di una sostanza scura e appiccicosa; un odore dolciastro mi pizzica il naso e lo stomaco si attorciglia ancora di più: non voglio sapere cos’è.
Torno a orientare la torcia tutt’attorno, finché vedo brillare qualcosa sulla parete di fronte: un’incisione. Mi avvicino, incerta e… il fiato muore in gola: il mio nome inciso nella pietra con lettere profonde, violente, graffiate con disperazione.
«Chi l’ha fatto? Quando?» mi chiedo, solo per dominare i pensieri.
Mi manca l’aria. Mi appoggio alla parete, sopraffatta da nausea e vertigine, e vomito saliva e acidi gastrici che bruciano in gola. La mente vacilla, i ricordi si frantumano. Mi siedo spalle al muro per calmarmi, mentre lacrime brucianti sgorgano senza controllo.
Improvvisa, una voce — un sussurro appena percettibile — risuona nell’oscurità. Mi volto di scatto. Il fascio di luce scivola sulle pareti… niente. Ma la voce riprende, grave e imperiosa, come un tuono che riecheggia ovunque.
«Non sei più quella bambina.»
La frase mi colpisce come una frustata. Non so più chi sono. Non capisco da dove venga la voce. Mi volto frenetica, ma attorno non vedo nessuno. A distanza, solo oscurità. Non dovrei temere il buio, eppure mi divora. Ho bisogno di un qualsiasi contatto e rispondo: «Perché sono qui? Chi parla?»
Sento un fruscio e dal nulla emerge una figura avvolta in un mantello nero. Un ampio cappuccio ne cela il volto, ma percepisco che mi osserva… mi giudica. Con voce tagliente squarcia il silenzio: «Hai accettato il contratto. Devi affrontare la prova.»
Le parole si imprimono nella mente come un marchio, evocando un’eco lontana che non riesco a controllare. «Contratto? Prova?» penso a vuoto, senza ricordare. Faccio un passo avanti, ma la figura si dissolve in un’ombra polverosa, lasciando dietro di sé un odore acre e persistente di torba e cenere.
La mente gira a vuoto. «Quando avrei accettato un contratto? Con chi?»
La stanza sembra stringersi intorno a me, le pareti si avvicinano, l’aria si fa densa.
La luce tremola… si spegne. Mi accovaccio tra le ginocchia, stringendo la torcia come un’ancora. Non c’è più nulla cui aggrapparsi.
Mi rifugio in un limbo dove frammenti di pensieri si sovrappongono confusi. Quando apro gli occhi vedo una porta davanti a me. Non so se è reale, ma non mi importa. Raccolgo le forze e la apro. Dall’altra parte c’è una stanza. Mi affaccio e vedo, dal centro, un bagliore. Entro e strizzo gli occhi per capire da dove provenga: da un grande specchio incorniciato da una massiccia decorazione lignea.
Mi avvicino piano, il cuore martella e perde un colpo. Quando sollevo lo sguardo vedo una bambina. È rannicchiata, ha gli occhi sgranati, sembra terrorizzata. La riconosco: sono io, la bambina che ero. Mi fissa disperata con labbra socchiuse e sussurra: «Mi hai dimenticata. Perché mi hai lasciata qui?»
L’accusa mi trafigge. Lacrime sgorgano brucianti, ma non posso distogliere lo sguardo. Non ho risposte. Vorrei scappare, ma apro le mani tremanti e le poso sul vetro… gelido. Un gelo che attraversa la carne. Resisto all’istinto di ritirarmi, mi sporgo, sfido il terrore che mi opprime. «Non sei sola» mormoro. «Non lo sei mai stata.»
La bambina non risponde e continua a fissarmi, immobile, come un’ombra pietrificata. La osservo e ora capisco: ogni parete, ogni sussurro, ogni pietra graffiata, lo specchio… si riflettono in me, riflettono le mie paure. Sono me.
Non c’è via di fuga. Non posso scappare. Mi sono trascinata fin qui seguendo un filo d’aria, un barlume di luce, ma ora lo so: l’unico modo per uscire è andare a fondo. Guardare dentro l’oscurità.
Una lacrima scivola sulla guancia della bambina e si fonde in me, come un ricordo che torna al suo posto. Il buio inizia a ritirarsi, mostrandomi di essere al centro di un locale enorme e vuoto. Ma le ultime parole della bambina restano incise dentro di me: “Perché mi hai lasciata qui?”
Sono io il suo mostro, il boia della mia innocenza. Ora lo so. Urlo con tutta la voce che ho e, in risposta, l’oscurità torna, ma ora non è solo il vuoto che mi circonda. Respira. Si stringe intorno a me. La sento. È dappertutto. Mi lambisce la pelle. È una nebbia sottile che si insinua dentro di me.
Ho bisogno di un rifugio, vorrei abbracciare me stessa: chiudo gli occhi e… sento che l’oscurità mi parla. Non con parole, ma con una pressione opprimente. Mi schiaccia. Galleggio senza aria, senza peso, senza via d’uscita.
Una parte di me vuole cedere, lasciarsi andare, accettare l’oblio. Un’altra si ribella, vuole vivere. Non so più chi sono… cosa sono.
Respiro profondo, anche se ogni respiro è una lotta contro l’aria densa e pungente. «Non sei reale» mormoro. La mia voce suona estranea, spezzata.
«Non sei reale» il buio risponde nella mia mente. Un soffio gelido mi accarezza la nuca. Un brivido mi scuote dalla testa ai piedi. Mi irrigidisco.
Ed ecco che vengo travolta da sussurri. Ovunque. Un coro spettrale che si insinua nelle mie orecchie.
«Urla…
Corri…
Non ce la farai…
Ti ha dimenticata…
Sei sola…»
Ogni parola mi trafigge il cuore con un dolore insopportabile. Le lacrime premono, ma non posso concedermi il sollievo di un pianto. Stringo i denti. Cerco di sovrastare i sussurri con i miei pensieri, ma è così difficile…
«Non sei reale!» — questa volta urlo.
«Non sei reale!» — il coro risponde. Poi tace.
Non faccio in tempo ad assuefarmi che il silenzio viene scosso da un battito, lento e profondo, che vibra attorno a me. Non capisco da dove venga… risuona dentro di me, amplificando l’ansia. L’oscurità pulsa. Vive. Si nutre del mio terrore.
Chiudo gli occhi con forza e cerco rifugio nei ricordi. Una serata estiva sotto le stelle, il calore del sole sulla pelle, il profumo di erba appena tagliata. Rivedo volti amici, sorrisi, momenti di gioia. Mi aggrappo a quei ricordi con tutta la forza che ho. «Non sei reale…» sussurro, questa volta con voce ferma.
Il buio reagisce. Si stringe più pesante intorno a me. Il respiro si fa corto, il petto schiacciato da un peso invisibile. Le mani tremano, ma non cedo. Non posso cedere. «Io sono reale! Io… sono… reale! Tu no!» urlo a perdifiato.
Qualcosa si spezza. È un suono secco. Il buio si ritrae abbastanza perché io possa respirare.
Una luce fioca appare in lontananza. Mi alzo a fatica. Con gambe tremanti mi dirigo verso di essa. Ogni passo è una battaglia, ma continuo.
La luce cresce e piano si allarga. Muovermi verso di essa è una lotta contro l’oscurità che mi trattiene, mi graffia con artigli invisibili. Il pavimento sotto di me sembra muoversi.
Ricordi spezzati riaffiorano: la voce di mia madre, il cigolio della porta della stanza, le tende che vibrano nella notte, l’oscurità, il ticchettio di un orologio, il gocciolio distante in una cantina umida. Tutto insieme, confuso e dissonante: frammenti di incubi e ricordi che non sembrano più miei. Non riesco a distinguere il passato dal presente, la realtà dalla follia. Sono intrappolata in una sospensione che disorienta. La mia mente è un mosaico infranto e ogni pezzo è tagliente.
La luce proviene dallo specchio: è oltre lo specchio. La seguo ossessiva, mi appoggio alla superficie, ma non oppone resistenza e la attraverso. Un colpo di vento freddo mi schiaffeggia. Sopra di me, un cielo sterminato di bianche stelle che oscillano in un’eternità silenziosa; la loro luce fluisce dentro me, spingendo via l’ombra. Mi accascio sull’erba umida. Il respiro mi esplode nei polmoni.
Non so quanto resto immobile, col viso rivolto verso il cielo. Ma per la prima volta da… non so quanto, mi sento viva. L’oscurità non è sparita del tutto: è ancora una parte di me, una ferita che forse non si rimarginerà mai. Ma ora so che posso affrontarla.
Non sono più prigioniera.
Non sono più la ragazzina rinchiusa in cantina.
Non sono più la bambina terrorizzata sotto le coperte.
Il vento mi accarezza il viso e un sorriso fragile affiora sulle labbra.
Sono libera.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Buonasera24

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Termini e condizioni

Termini e condizioni

×
Privacy Policy

Privacy Policy

×
Logo Federazione Italiana Liberi Editori