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STORICO

La cipolla di Cannara

di Federica Canepa

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


La cipolla di Cannara

di Federica Canepa

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Cannara, anno del Signore 1316. Piccolo borgo adagiato come una chioccia tra le acque tranquille del Topino e le distese dorate di campi, viveva del ritmo lento e ostinato della campagna umbra. Le case erano basse e tozze, con muri in pietra e tetti di coppi rossi che si scaldavano al sole estivo e fumavano di nebbia nelle mattine d’inverno. Le vie, strette e polverose d’estate o fangose d’autunno, odoravano di fieno fresco, letame e, sopra ogni altra cosa, di cipolle.
Già allora Cannara era famosa per quei bulbi grossi e dolci che i contadini tiravano su dalla terra nera con la pazienza di un santo e il gesto di un chirurgo. In piazza, i mucchi di cipolle legati a trecce pendevano sotto i portici, e le donne li maneggiavano con dita agili, chiacchierando e scambiandosi notizie, pettegolezzi e ricette. Al tramonto, quando il sole calava dietro le colline, il borgo si tingeva di un rosso caldo e l’aria era un misto di fumo di camino, mosto fermentato e cipolla appena tagliata, un profumo che, se ti ci abituavi, diventava casa; se non ti ci abituavi, ti faceva piangere.
E fu proprio in questo ambiente che crebbe Maddalena, detta poi la Cipolla. Orfana già prima di sapere cos’era un padre o una madre, era stata raccolta da una zia arcigna che aveva meno pazienza di un usuraio il giorno di paga. La zia le insegnò il poco che sapeva: lavorare la terra, fare il pane e piangere. Eh sì, perché a Maddalena bastava sentire una storia triste, vedere un gattino bagnato o persino guardare il tramonto con le nuvole un po’ grigie, che subito le gote le si rigavano di lacrime. Col tempo, quel talento naturale diventò mestiere: piagnona di professione, chiamata a cantare il dolore nei funerali, nelle veglie e in certe processioni.
Maddalena, benché non avesse ancora varcato la soglia dei quaranta, portava addosso la stanchezza e la solitudine di una donna che la vita aveva abituato a contare più i giorni grigi che quelli sereni. Viveva in una casupola dimessa, in un vicolo di Cannara così stretto che due muli insieme non ci passavano: muri screpolati, tetto che gemeva a ogni pioggia e finestrella piccola da cui entrava appena la luce del mattino. Dentro, il mobilio era ridotto all’osso: un letto basso con la paglia che spuntava dal saccone, un tavolo sbilenco e una madia che odorava sempre di cipolla, perché lì dentro Maddalena custodiva le sue provviste e le sue “armi” di lavoro.
Il mestiere della piagnona era semplice da capire, difficile da fare bene. Maddalena lo faceva benissimo. Vestita di scuro, con il capo avvolto in un velo nero che le incorniciava il volto pallido e lungo, arrivava ai funerali e si piazzava vicino alla bara. A quel punto cominciava il lamento: una specie di canto straziato, con pause studiate per prendere fiato e singhiozzi perfettamente calibrati. Non si limitava a versare lacrime: raccontava la vita del defunto in toni così tragici da sembrare epici, infilando qualche dettaglio inventato se serviva a gonfiare l’emozione.
Era zitella, e non per scelta. Il tempo delle proposte di matrimonio, per lei, non era mai arrivato: nessuno si era preso la briga di corteggiarla sul serio. Qualcuno, in verità, c’era stato, ma dopo un paio di incontri e due pianti inopportuni davanti a una minestra o a un tramonto si era volatilizzato come fumo. Così Maddalena si era rassegnata: «Meglio piangere per mestiere che piangere per amore», diceva, e in paese tutti annuivano, un po’ commossi e un po’ sollevati di non essere il suo fidanzato.
Eppure, nonostante la sua condizione di solitaria e il suo aspetto non proprio da Madonna dipinta, godeva di un certo rispetto: quando la Cipolla di Cannara si sedeva a piangere, la gente sapeva che il lutto era ufficialmente aperto.
Sul finire di un pomeriggio umido e nebbioso, l’Osteria del Grifo Rosso di Foligno ribolliva di voci, odori e fumo. Dentro, l’aria era così densa che si poteva quasi tagliare a fette: vino versato a litri, carne alla brace che sfrigolava, il sentore acre di zoccoli infangati e mantelli bagnati. Un paio di tavoli erano occupati da carrettieri che urlavano come se dovessero farsi sentire fino a Perugia, altri da mercanti di passaggio che sorseggiavano cauti il vino scuro, proteggendo le borse di cuoio come neonati in fasce.
Vicino al camino, nella zona più calda e meno ventilata, sedevano Lorenzo, Giacomo Bartolomeo e Matteo, discendenti da note stirpi di mercanti e notai. Tre figli di pancia piena e tasca ereditata, famosi in città per essere capaci di trasformare ogni sera in una bravata e ogni conoscente in una vittima di scherzi, soprattutto se di ceto più basso.
Matteo, quella sera, aveva però l’aria meno spavalda del solito. Rigirava il boccale tra le mani come un uomo che ha qualcosa di grosso da dire. Fu Lorenzo a punzecchiarlo: – Allora, quando ce lo racconti? S’è capito che ti rode qualcosa.
Matteo sbuffò. – Quel maledetto di Pierbaldo, il vecchio mercante di stoffe, mi sta col fiato sul collo. Dice che se non gli pago il debito entro domenica mi fa passare davanti al Podestà.
Giacomo, che già col vino aveva preso il sorriso da scimmia, s’inchinò verso gli altri. – E se invece che pagarlo lo facessimo crepare di paura? Così non solo il debito sparisce, ma ci leviamo pure il gusto di vederlo correre a confessarsi come una verginella.
Lorenzo aggrottò le sopracciglia, interessato. – Continua.
– Ci serve la Cipolla di Cannara - disse Giacomo. - Quella piagnona che a un funerale fa piangere anche il gatto del morto. La travestiamo da messaggera del trapasso: vesti nere, candela in mano, parole sinistre. Andiamo da lui di notte e gli facciamo credere che l’ora sua è suonata.
Matteo rise per la prima volta in serata. – Sì, sì. Le facciamo dire che tre notti ancora e sarà giudicato per le sue malefatte. Quel vecchio crede a ogni superstizione che gira.
Il vino passava di mano e l’idea cresceva di sapore come uno stufato che sobbolle piano. Decisero che avrebbero mandato un garzone fidato a Cannara, a convincere Maddalena con la promessa di una buona paga. Il resto, dissero, sarebbe stato solo recitare e godersi lo spettacolo.
Pierbaldo aveva sessant’anni ma ne portava addosso almeno dieci in più, non tanto per le rughe, poche a dire il vero, quanto per l’aria eternamente imbronciata e sospettosa. Era basso e tondo, aveva una pancia che pareva il cuscino di velluto di un inginocchiatoio, ma camminava sempre con un passo breve e deciso. Da ragazzo, raccontavano, non aveva mai preso una decisione senza il permesso della madre, donna severa e religiosissima, che lo aveva allevato come si alleva un cagnetto da salotto: ben nutrito, ben pettinato, ma sempre pronto a ubbidire a uno schiocco di dita.
Dopo la morte di lei non si era mai sposato, come se il pensiero di un’altra donna in casa fosse un’eresia. Viveva solo e ogni giorno riversava il suo amore e la sua ossessione sulle stoffe che vendeva.
La sua bottega era una caverna di tesori. Dietro il banco lucido di cera d’api riposavano rotoli di velluto cremisi, damaschi di Venezia che scintillavano al sole con riflessi d’oro, sete di Lucca sottili come respiro e pesanti broccati di Firenze, nei quali le trame disegnavano grappoli d’uva, gigli e arabeschi moreschi. Su mensole più alte, tenuti avvolti nella carta oleata, c’erano i rasi candidi destinati agli abiti da sposa delle figlie dei notabili e i drappi color indaco che venivano fino dalla lontana Genova.
Ogni pezzo aveva la sua storia e lui la raccontava con un tono a metà tra il commerciante e il parroco in predica. Non c’era marchese o vescovo che non fosse passato dalla sua bottega per scegliere un taglio di stoffa, e le sue merci arrivavano anche a Perugia, Orvieto e Siena. Era meticoloso fino alla maniacalità: le stoffe erano ordinate per provenienza, qualità e colore; guai a toccarle senza guanti di lino e guai ancora maggiori a parlare troppo vicino, “per non lasciare fiato e saliva su tessuti così puri”, come amava dire.
Superstizioso com’era, teneva un piccolo crocifisso d’argento fissato alla parete e accanto a quello una campanella benedetta che suonava ogni mattina per “scacciare il malocchio e la polvere cattiva”. Eppure, dietro l’apparenza pio-maniacale, covava rancore verso chiunque non seguisse le sue regole o non mostrasse la riverenza che si aspettava. Era un uomo che si credeva rispettato, ma che in città molti prendevano in giro, sempre a distanza di sicurezza.
Cannara, quella sera, era immersa in un silenzio rotto solo dal verso di qualche civetta quando il garzone, un ragazzo magro con il cappuccio calato sugli occhi, bussò tre volte alla porta di Maddalena. Dal di dentro si udì un rumore di passi strascicati e un colpo di tosse, poi la porta si aprì cigolando e lei apparve: alta e ossuta, con il volto lungo e un naso importante, il velo nero già legato sotto il mento come se fosse sempre pronta a un funerale.
– Chi va là? - chiese con voce roca, stringendosi nel mantello sdrucito. – Buonasera, madonna. Vengo da Foligno... porto notizia di un trapasso.
Gli occhi della donna si illuminarono d’interesse professionale. – Di chi si tratta? – Pierbaldo, il mercante di stoffe. È spirato poco fa. La sua famiglia, cioè gli amici più vicini, vogliono che il compianto sia onorato come si conviene, con lacrime vere. E nessuna piange come voi.
– Povero uomo... pace all’anima sua. Poi, dopo una breve pausa, aggiunse con tono pratico: – E quanto offrono?
– Una moneta d’argento per la veglia, viaggio incluso. E vitto - disse il garzone, con un mezzo inchino.
Gli occhi le si fecero stretti e brillanti. L’argento, a casa sua, non entrava spesso. – Va bene. Ma sappiate che io non faccio finte lacrime: quello che piango è tutto vero. – È proprio quello che vogliono - mentì il garzone, che già pregustava la burla doppia.
La donna infilò in tasca un fazzoletto e un piccolo crocifisso di legno, spense la candela con un soffio e chiuse la porta.
Avvolta nella nebbia, scese dal carro un po’ rigida, stiracchiandosi le ossa. Ad attenderla c’erano i tre buontemponi che, senza perdere tempo, la condussero fino a una porta sul retro della casa del mercante. Lì li attendeva la vecchia serva, un donnone con le mani come pale, che annuì complice. Poco prima gli aveva servito la consueta camomilla serale, ma arricchita di una “polvere della quiete” consigliatale dal cerusico. Risultato: l’uomo dormiva come un sasso.
I quattro si mossero in punta di piedi fino ad arrivare alla camera: un letto ampio, coperto da un drappo di velluto verde; lui fermo, disteso a pancia in su, le mani sulle coperte e la bocca aperta.
– Ecco... fate pure. Noi dobbiamo sbrigare certe faccende... torniamo presto.
Detto ciò, i tre sgattaiolarono fuori trattenendo a stento le risate, lasciandola sola.
Maddalena si inginocchiò accanto al letto, tirò fuori il fazzoletto e iniziò il suo mestiere. Di tanto in tanto si asciugava gli occhi, pregava a voce alta, faceva lunghi sospiri.
Passò così un’ora, lei sempre col capo chino a sgranare il rosario, finché, nel silenzio della notte, un respiro inatteso le fece alzare lo sguardo. Pierbaldo aveva spalancato gli occhi. Non un risveglio tranquillo: uno sguardo sbalordito e mezzo terrorizzato, fisso su quella donna vestita di nero, col volto bagnato di lacrime, inginocchiata accanto a lui.
– Chi... chi sei? - gracchiò, tentando di sollevarsi.
Maddalena fece un salto indietro, più spaventata di lui. – Aaaah! Ma... voi... siete un fantasma?
– Oimè! - gracchiò, facendo una croce talmente rapida da sembrare un tic. - Sei venuta a prendermi? Aspetta... almeno lasciami finire la partita di dama col priore.
Si dibatté per scendere dal letto, ma le gambe molli lo tradirono e, nel tentativo di rialzarsi, s’impigliò nel drappo. Con un tonfo goffo rotolò giù, sbattendo la fronte contro la gamba del comodino.
– Madonna Santissima! - urlò Maddalena, correndogli incontro. - State fermo, che vi fate peggio!
Gli mise una mano dietro la nuca e col fazzoletto iniziò a tamponare la ferita. Il tessuto era umido, intriso delle lacrime che fino a poco prima aveva versato credendolo defunto.
– Ma... avevi pianto per me? - chiese lui, guardandola da sotto le sopracciglia folte.
– Eh... - sospirò lei, con un filo di voce. - Credevo foste passato a miglior vita, e mi dispiaceva, perché pure voi, come me, siete solo al mondo.
A quelle parole il cuore di Pierbaldo fece un piccolo scatto. La fissò meglio: non era la Morte, ma una donna vera, con occhi lucidi e mani calde. Sedettero sul tappeto di velluto e iniziarono a parlare, dapprima con cautela, poi con confidenza: di madri che se ne erano andate, di botteghe silenziose, di sere passate a pregare o a contare le ore.
La notte scivolò così, in un fitto mormorio interrotto solo da qualche risata e da lunghi silenzi pieni di comprensione.
All’alba la porta si aprì piano: i tre burloni, pregustando la scena del mercante ancora mezzo morto di spavento, entrarono a passo felpato. Ma quello che videro li lasciò muti: addormentati insieme, abbracciati, in una posa che neppure i più abili pittori avrebbero potuto concepire, lui con la testa appoggiata sulla spalla di lei, lei con la mano stretta alla sua.
– Per la barba di San Feliciano... - sussurrò Lorenzo. - Mi sa che ’sto scherzo ci è venuto a rovescio.
E i tre, senza fiatare, se ne andarono, mentre nella stanza il primo sole di Foligno illuminava il drappo verde ancora steso sul pavimento.

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