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INTROSPETTIVO

La prima estate di Primo

di Antonio Pasquale

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


La prima estate di Primo

di Antonio Pasquale

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Il tempo, quella dimensione spesso chirurgicamente definita, spesso sfugge inesorabile al relativismo della singola percezione, la stessa che può rendere netta la divisione tra le stagioni o definirne un unico, incessante, prepotente flusso, che attraversa le ore, i giorni, i mesi senza concedere riposo.
Primo è immerso in questo secondo spettro emotivo, acuto, profondo, sensibile, forse troppo analitico per un orizzonte di senso rassicurante, perché circoscritto, perso nella strenua consapevolezza di voler riuscire con le sue forze a prendere il controllo della sua vita, lui trentenne, in un’estate atipica e ossimorica, in cui bellezza e distruzione rappresentano ogni minuta pennellata del suo animo e sostanziano i suoi silenzi, il suo grido di forza, la sua dolce remissività.
Primo Corani si ritrova per la prima volta davanti a una scelta, immerso in quel rettangolo nitido e tornito di spiaggia pugliese, che sceglie di concedersi per due ore al giorno in quel caleidoscopico mese di luglio. Il sole fa capolino opaco e implicitamente cocente, quasi non volesse chiaramente distoglierlo da quella strana sospensione del tempo, pausa di immersione in uno specchio d’acqua salmastra che non frequentava da un quindicennio, eresia per un pugliese nato sul mare, e che da esso aveva tratto un inconsapevole piacere sin dalla prima infanzia.
Il ricordo dell’estate trascorsa al lido con i nonni, il ritmo scandito dalle hit canore della seconda metà degli anni Ottanta e le lezioni di nuoto del nonno, proprio lì, in quell’anfratto di ciottoli diseguali e composti, di acqua limpida, quasi cristallizzata ora dal tepore del ricordo.
Primo riporta al cuore istanti fugaci anche di quell’estate in cui suo nonno gli aveva insegnato a nuotare, o meglio a galleggiare – pensava, mosso da quell’acribia conoscitiva e da quel senso di precisione che si era imposto da sempre e che si era acuito negli ultimi otto anni, quando il suo primigenio desiderio di insegnare era diventato realtà.
A Primo piaceva insegnare: era il suo mestiere, la sua vita, il suo credo, senza alcuna forma di idealizzazione o falso irenismo, ma con una lucidità e contezza rare tra i suoi colleghi, spesso forzati a intraprendere il percorso dell’insegnamento o mossi da una raffazzonata improvvisazione e da un vuoto senso di sicurezza.
Meditava in quei giorni sulla spiaggia, in quei ritagli d’animo che si concedeva, sul senso della scelta e su cosa sarebbe stato del suo futuro. Si trovava a un bivio, invogliato per la prima volta ad accettare la proposta editoriale della casa editrice Stili formativi di curare una rubrica di approfondimento inerente argomenti di sua stretta pertinenza: la didattica, quella vera, fatta di esperienza sul campo, contatto e relazione, scontro ed equilibrio, forza e impegno, scevra da fasi miti edulcorate, teorie capovolte e lotte retrive di abolizione dei voti numerici.
Avrebbe per la prima volta ricevuto un compenso decoroso per il suo impegno di studioso, riconoscimento non secondario, che era comunque certo di meritare, consapevole della serietà del suo lavoro. Gli restava tuttavia una scelta ulteriore da esperire, perché accettare la proposta editoriale corrispondeva a un cambiamento a cui forse non era ancora pronto, ovvero iniziare a dare ordine alla sua vita: non il rigore e la precisione che da sempre aveva preteso da sé e dagli altri, ma la salutare volontà di prendersi cura di se stesso, affrontando le difficoltà intricate di un malessere fisico di cui soffriva da diverso tempo e che non gli concedeva l’opportunità di respirare liberamente il sapore della sua indipendenza, lui che la rivendicava a ogni costo e che considerava inalienabile, pura e assoluta.
Doveva fare i conti con le prescrizioni di specialisti, esperti di riabilitazione e nutrizione, presupposti noti e a lui chiari per la sindrome di cui soffriva, ma che aveva volutamente archiviato nei meandri oscuri della memoria, per sua scelta. Era giunto il momento di accettare il percorso di riabilitazione e ne era consapevole, ma mancava ancora una parola, una sillaba dolce che rassicurasse il suo cuore e il suo animo, troppo avvezzo a imporsi decoro, a procedere senza indugi.
Questa volta l’indugio avrebbe rappresentato un blocco annoso, il diniego della sua stessa volontà di emancipazione, che conosceva bene, pur non avendola praticata realmente sino in fondo. Ci sono dunque immagini, esperienze e forme che conosciamo d’istinto come se effettivamente le avessimo già vissute; sembra irrazionale affermarlo, ma accade, e credere a questo strano e pregnante istinto è proprio della natura umana – o almeno in tal modo pensava Primo, e l’esperienza non sembrava avergli negato tale presunzione d’intenti.
Primo si ferma, ieratico nel cuore della notte, una calda notte di luglio, smarrito nel suo letto a pensare a quanto avesse concesso alle sue paure, al recondito timore del timore, che spesso è il motore dei labirinti più oscuri e torbidi del nostro animo, a quanto invece non gli sarebbe costato accogliere il percorso di riabilitazione e che fidarsi di ciò che si percepisce giusto a volte corrisponde alla scelta giusta.
Incontra quindi la voce e l’immagine sbiadita di suo nonno in quello che, al mattino, riconoscerà come un sogno, e che gli porgerà la mano, la stessa mano forte e carezzevole che da bambino assecondava per strada e che lo rassicurava quando provava un ingenuo e infantile smarrimento. Primo non ricorderà mai cosa suo nonno gli avesse riferito precisamente in quel sogno stropicciato, ma sentirà di potersi fidare, di concedersi per la prima volta, da quando ne aveva cognizione, la libertà di scegliere senza imposizioni, ma per la sua stessa volontà di crescere, di percepirsi esattamente indipendente, come sempre aveva sperato.
Sceglie quindi di intraprendere il progetto di scrittura e, contestualmente alla firma del contratto a progetto, si reca nel paese vicino dal primo degli specialisti per iniziare il suo cammino di guarigione, consapevole più della sua scelta che preoccupato delle evoluzioni e degli imprevisti in cui si sarebbe imbattuto.
In quell’estate informe, sospesa e tersa, Primo è pronto a girare pagina, a completare il suo cammino di crescita. È pronto anche ad amare…

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