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MEMORIALE

Lettere dimenticate

di Giuseppe Galati

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Lettere dimenticate

di Giuseppe Galati

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Stava scrivendo un racconto autobiografico e si mise a cercare alcune lettere e fotografie che ricordava di aver messo in uno stipetto della sua libreria quando si era trasferito nella nuova casa, circa trent’anni prima. Le aveva frettolosamente buttate in una scatola che aveva accantonato in quello stipetto, come le cose che si ripongono in soffitta perché non servono più ma testimoniano periodi di vita che non si vogliono cancellare e perché un domani potrebbero tornare utili; voleva infatti conservarle perché erano ricordi del passato, di gioventù, che considerava come cose che gli appartenevano e finché poteva mantenerle non voleva disfarsene perché, come diceva suo fratello, se hai lo spazio per serbarle, le cose del passato non si buttano.
Erano cartoline e lettere di amici che erano andati via e cercava quelle del suo caro amico Andrea, risalenti agli anni in cui era dovuto emigrare prima in Svizzera e poi a Milano, al quale lo legava una sincera e forte amicizia giovanile. Avevano interessi politici e culturali comuni, Andrea socialista e Giuseppe comunista, e avevano rafforzato la loro amicizia quando Giuseppe lo aveva aiutato a conquistare la ragazza che poi divenne sua moglie, per la quale Andrea stravedeva ma non riusciva a farsi dire di sì perché lei era timida e condizionata dalla sua situazione familiare.
C’era infatti una certa differenza sociale tra le due famiglie, quella di Andrea contadina e quella della ragazza di ceto medio, di abili artigiani, che aspirava, per la figlia, a qualche pretendente di pari ceto. Andrea era un giovane serio e intelligente, che si era diplomato perito chimico, mentre lei studiava ancora al Magistrale, dove Giuseppe cominciava la sua carriera di insegnante con una supplenza di due mesi e quindi la conosceva come alunna e anche perché aveva rapporti con la sua famiglia, che abitava nel paese vicino, a un chilometro di distanza, e le loro mamme si conoscevano e si rispettavano. Ci volle del tempo, ma Giuseppe pian piano riuscì a farle capire che doveva liberarsi da quel condizionamento familiare, che Andrea le voleva molto bene e che, se lei lo ricambiava, doveva farsi coraggio e affrontare e superare le difficoltà con la famiglia.
Andò a finire che si sposarono lo stesso giorno: Andrea a Rapallo, dove la ragazza intanto si era sistemata nelle Poste perché suo padre era invalido di guerra (era tornato dalla Russia con una gamba congelata), e Giuseppe – che dopo un amore finito male, che lo aveva tormentato per anni, si era fidanzato pure lui – a Pizzo Calabro, in Municipio.
Aperta la scatola, vide che c’era anche un mazzo di lettere di cui non si ricordava più, legate con uno spago. Un lampo gli illuminò la memoria e si ricordò che erano le lettere della ragazza dell’amore finito male con cui si era fidanzato alla fine del suo percorso scolastico: un amore sincero, puro e intenso, che dopo due anni però era diventato tormentoso per Giuseppe perché l’avvenenza della ragazza attirava troppe attenzioni e lui le chiedeva più riservatezza; ma lei, dal collegio dove dimorava durante gli studi, con entusiasmo e ottimismo continuava a scrivergli lettere piene di pensieri amorosi, come solo le ragazze innamorate per la prima volta sanno scrivere. E poi, di colpo, lo aveva piantato per seguire un altro, guarda caso un amico di Giuseppe. Inaspettatamente lo aveva tradito.
Si ricordò che nell’immediato voleva distruggere quelle lettere, ma poi istintivamente le aveva legate e buttate in una scatola e mai le aveva riviste e rilette: erano i ruderi abbandonati di un amore finito male, che Giuseppe non voleva esplorare. La brutta fine di quella storia lo aveva deluso e molto amareggiato, tanto che aveva perso la voglia di innamorarsi di nuovo e non voleva saperne della ragazza, poi sposatasi con l’amico per il quale l’aveva lasciato. Giuseppe non aveva voluto più vederla; non la odiava, ma la delusione lo aveva reso indifferente. Per il suo carattere, lo smacco del tradimento era stato umiliante e inconsciamente tendeva a rimuoverlo. Aveva assorbito il colpo senza traumi evidenti, ma il suo animo era rimasto ammaccato perché era stato lui, in passato, ad avere avuto l’idea di rompere quella relazione e non ne era stato capace.
Poi, uscito lentamente dal torpore che la delusione gli aveva procurato, era stato, come San Paolo sulla via di Damasco, folgorato dalla bellezza di una ragazza dall’anima pura, gentile e semplice, che dai verdi occhi effondeva tenera dolcezza; si era sposato e aveva seguito la sua strada mettendo famiglia.
Conosceva bene il marito della sua ex: si erano frequentati quando erano ancora studenti, prima che ognuno andasse per la sua via, uno come insegnante con forte passione politica, l’altro come funzionario del Ministero del Lavoro quale dirigente del locale Ufficio di Collocamento, ruolo nel quale Giuseppe lo aveva più volte incontrato per confronti e questioni sui problemi dell’occupazione, dei braccianti agricoli soprattutto, che gestiva con abile diplomazia e in modo non proprio disinteressato, suscitando continuo malcontento, che gli veniva riferito per la sua attività politica in difesa dei deboli. Ma quando s’incontravano, il pensiero che avesse sposato la sua ex nemmeno lo sfiorava.
Erano passati ormai sessant’anni e non si vedevano da molto tempo, anche perché lei abitava nel paese del marito. Occasionalmente si incontravano a casa di uno zio di Giuseppe, che faceva il medico nel paese vicino ed era un riferimento per le famiglie più in vista. Erano amici di famiglia, frequentavano la sua casa e tra le due mogli, quella del medico e quella del funzionario, si era avviata una forte e duratura amicizia. Quando Giuseppe andava a casa di suo zio, prima con la fidanzata e poi con la moglie, capitava talvolta che il discorso scivolasse sui legami sentimentali e la zia, evidentemente ben informata, stuzzicava bonariamente il nipote accennando alla sua relazione con l’ex fidanzata, ormai sua intima amica, e Giuseppe reagiva con un’espressione di sorpresa e di fastidio: gli pareva che quella storia finita male appartenesse solo a lui e non gradiva che altri ci entrasse, ne parlasse. Qualcun altro se ne sarebbe vantato, ne avrebbe parlato volentieri; invece Giuseppe abbassava lo sguardo e taceva.
Poi lo zio medico morì e la moglie lo seguì dopo alcuni anni. Fu in quell’occasione che Giuseppe aveva dialogato, dopo molti anni in cui si erano solo visti e intravisti, con la sua ex, scambiandosi un freddo saluto e qualche frase di circostanza.
Avevano messo famiglia e ognuno viveva la sua vita, lei nel paese del marito, lui nel paese natio dove, dopo quarant’anni di matrimonio, aveva perso la sua adorata moglie a seguito di un tumore al seno che l’aveva mutilata e devastato la sua bellezza. Poi, qualche anno dopo, anche la sua ex aveva perso il marito.
Vedendo quelle lettere che la cocente delusione gli aveva fatto accantonare in quella scatola, pensò di disfarsene, di buttarle. Ma la curiosità lo spinse ad aprirne qualcuna a caso e, leggendola, la curiosità aumentò perché trovò delle frasi piene d’amore, belle, di cui non ricordava più niente, e pensò di leggerle tutte perché gli trasmettevano una bella soddisfazione nel pensare che era stato amato con tanto trasporto.
Le ordinò secondo le date in cui erano state scritte dal collegio dove lei stava quando studiava al Liceo Artistico e cominciò a leggerle. Traboccavano d’amore, erano scritte senza ripensamenti, di getto, con errori dovuti alla fretta con cui le scriveva e con una prosa scorrevole; poté così ricostruire i vari momenti di quell’amore, di cui aveva dimenticato quasi tutto, e pensò che poteva trasferire quella storia in un racconto.
Mentre prima voleva dimenticare e rimuovere, adesso voleva ricordare e far sapere, perché aveva vissuto con una passione particolare quel fidanzamento e le lettere esaltavano l’autenticità dell’amore che li aveva prima tanto legati e poi accennavano al progressivo logoramento che, dopo due anni, aveva cominciato a tormentarlo, combattuto da dubbi e perplessità che nascevano dall’incapacità di lei a tenere un comportamento più riservato, come Giuseppe voleva, a eludere attenzioni che a lui non piacevano e da una situazione familiare ambigua e chiacchierata.
Decise di cercarla, dopo essersi domandato, senza trovare risposta, se l’avesse fatto con sua moglie ancora in vita, con la quale si conosceva perché talvolta era capitato che andassero a fare supplenze e lezioni nelle stesse scuole. Voleva parlarle e, non avendo riferimenti, l’occasione si presentò con le festività pasquali, quando al suo paese la festa è grande e si concretizza in una spettacolare affruntata che richiama gente dai paesi vicini.
La vide e l’avvicinò, le disse delle lettere ritrovate e le chiese cosa ricordava della loro storia perché gli era saltato in mente di scriverla. Gli rispose che non ricordava niente, o meglio che ricordava solo che, mentre lo aspettava alla stazione dove lei gli aveva chiesto di farsi trovare per fare insieme il viaggio di rientro per le vacanze natalizie e non lo vide arrivare, fu avvicinata dal suo futuro marito, che faceva l’istitutore in un convitto della città, e durante il viaggio cominciò a parlarle e poi a corteggiarla.
Versione che Giuseppe non ritenne veritiera, perché a suo parere la relazione era stata già avviata quando lui l’aveva conosciuta perché accompagnava a scuola alcuni convittori. Anche lui disse che non ricordava quasi niente, ma che le lettere avevano stimolato la sua mente e voleva parlarne con lei. Si diedero appuntamento e qualche giorno dopo Giuseppe andò a trovarla a casa sua con una foto che lo ritraeva insieme al suo poi marito quando erano giovani e in compagnia frequentavano la bella pineta che sovrasta il paese, e alcune lettere.
Le chiese se avesse conservato qualche sua lettera e lei rispose che aveva distrutto tutto, che quella storia si era chiusa ormai da tempo e non aveva conservato niente. Ma Giuseppe cominciò a leggerle brani delle lettere da lei inviategli e dall’espressione del suo viso capiva che anche la sua memoria si svegliava e qualcosa cominciava a ricordare.
Le disse che anche in lui la memoria era tornata leggendo quelle lettere e che i ricordi lo avevano stimolato a scrivere il racconto di cui le accennò l’esordio, che narrava di come, dopo una fugace infatuazione di quando l’aveva vista mentre frequentava la terza media, poi se l’era ritrovata al Liceo Artistico, dove lui stava per diplomarsi, e se ne era innamorato, ne aveva modellato il bel viso in un ritratto di argilla che qualcuno, per invidia e dispetto, aveva distrutto e l’aveva voluta sua fidanzata, con una richiesta che lei aveva subito accolto con un sorriso e un gesto della testa che sembrava dire che aspettava quella dichiarazione d’amore e ne era felice.
Parlarono di quel tempo trascorso, ma senza allegria; lui leggeva e parlava, spiegava come i ricordi, graditi o meno, spesso diventano incontenibili, bussano al tuo cuore e non puoi fare a meno di rivederli, e le chiedeva se pure in lei, adesso, succedeva la stessa cosa; ma lei restava fredda, accennava qualche reazione quando il contenuto delle lettere era più intenso o riguardava episodi spiacevoli, come la bocciatura in terza classe e la reazione di suo padre, che minacciava di non mandarla più a scuola, attribuendo la responsabilità della bocciatura a Giuseppe.
Le disse che, se voleva, poteva tenere la foto, che per caso ritraeva il suo primo e secondo amore, e lei l’accettò con piacere. La salutò e le disse che sarebbe tornato per verificare se il racconto le andava bene, e lei acconsentì.
Erano passati sessant’anni, erano vedovi entrambi e Giuseppe pensò che forse l’idea di incontrarla, di rivederla, era stata un errore, che il racconto lo avrebbe potuto scrivere senza consultarla; ma l’idea gli era nata spontanea e l’aveva seguita per istinto e per assecondare la passione della scrittura, che da anni ormai si era affiancata a quella della pittura.
La conversazione si era poi allargata, avevano parlato delle loro famiglie, lei aveva due figli e lui tre che vivevano fuori, della loro salute e del tempo che era passato e aveva lasciato i suoi segni. Non si vedevano da tanto tempo e lui la trovò invecchiata, ma con i lineamenti che ancora definivano la sua fisionomia giovanile, il cui tratto caratteristico era un lieve sorriso innato e permanente, che ancora accennava a distendere il volto e a illuminarne lo sguardo.
Quando si alzarono per salutarsi, l’una di fronte all’altro, Giuseppe ebbe l’impressione che fosse più bassa di come l’aveva conosciuta da ragazza; evidentemente era una constatazione a posteriori perché, pur non essendo molto alta, era però armoniosa e proporzionata. Inganni che il tempo rivela quando la realtà è vista con occhi disincantati.
Nei giorni seguenti Giuseppe rilesse più volte quelle lettere e si meravigliava della scorrevolezza che le impregnava, segno che nascevano da impulsi amorosi spontanei e sinceri che all’epoca lo colmavano di gioia. Provava piacere a leggerle perché contenevano sentimenti e considerazioni che ormai non vengono più affidati alla penna; il telefono e i social hanno sostituito la riflessione scritta, che, come stava succedendo a Giuseppe, a distanza di anni ti riporta indietro nel tempo con la piacevole sorpresa di rivederti nelle righe della scrittura come fossero uno specchio.
Alcuni brani grondavano di espressioni che nascevano dall’intimo, dal cuore innamorato di quella ragazza che lo aveva ammaliato col suo fascino e il suo sorriso, e rifletteva su come poi tutto fosse finito miseramente. Quando infatti rileggeva l’ultima lettera, quella del “licenziamento”, intrisa di false motivazioni e accuse di egoismo, che parlava di continue pretese e sacrifici che per amore lei aveva sopportato, con accuse di freddezza e incapacità di capire i suoi sentimenti, concludendo che era tanto felice di quella fine, intuiva che si trattava di un attacco preventivo per coprire la leggerezza che Giuseppe più volte le aveva chiesto di contenere, tramutata poi in infedeltà.
Quindici giorni prima, infatti, gli aveva scritto una lunga lettera in cui gli esprimeva la sua felicità per quel legame, dicendogli che in collegio passava il tempo pensando a lui e al bene che gli voleva ed era ansiosa di passare una giornata insieme, che non doveva avere dubbi sul suo amore, che era forte, sincero e bello, mentre qualche dubbio aveva lei del suo.
Pensava che non si possono improvvisamente capovolgere sentimenti tanto forti in accuse infondate e vedeva in quelle espressioni un’ipocrisia che sinceramente non aveva mai notato, che non era mai affiorata, frutto, a suo parere, del tentativo di giustificare il suo tradimento.
Dalla lettura passava poi alla scrittura. Voleva dare memoria ai sentimenti che lo attraversavano mentre riviveva quei ricordi giovanili, di un amore finito male, ricordi che riemergevano e che non voleva più ignorare; non voleva far finta che non lo toccassero e pensava che, per non essere e diventare preda della loro attrazione malinconica, doveva trasformarne l’effetto in poesia, in racconto della memoria.
Quando tornò con la bozza del racconto, che aveva intitolato Dispetto premonitore, con riferimento al ritratto frantumato, e altre lettere con cui voleva risvegliare anche in lei la memoria, trovarono spunti per una piacevole conversazione. Giuseppe parlava e leggeva, lei ascoltava e cercava di collegarsi al tempo di quell’amore cominciato quando lui era all’ultimo anno di Liceo Artistico e lei al primo, e trepidante ogni mattina aspettava di vederla arrivare a scuola accompagnata dalle suore del collegio dove stava e dal quale poi gli scrisse la lettera d’addio.
Le chiese se il racconto rispecchiava la situazione e se le piaceva la narrazione; lei rispose di sì, che era scritto bene, che ricostruiva una parte della sua vita ma non la emozionava, che era storia passata e che, nelle condizioni attuali, la vedeva solo come un racconto. Ma dall’espressione del suo viso si capiva che mentiva o che cercava di non rinverdire quei ricordi.
Allora Giuseppe prese da una busta a borsetta le lettere che aveva portato e un mazzetto di cartoline e gliele diede, dicendole che, se voleva, poteva anche lei rileggerle per ricordare, curiosare e ritrovare se stessa in quelle scritture, oppure buttarle, distruggerle, perché a lui non servivano più.
Si alzarono per salutarsi, ma arrivati sull’uscio ripresero la conversazione con argomenti sulla contestualizzazione di quella storia e della loro attuale condizione e, quando finalmente riuscirono a concludere, Giuseppe le prese la mano dicendole di volerle dare un bacio. Lei alzò la testa, lo guardò negli occhi e gli sorrise e lui dolcemente appoggiò le labbra sulla sua guancia; poi istintivamente le spostò sulle sue per darle quello d’addio, ma dopo un attimo lei si scostò, lo riguardò e, col sorriso che l’aveva incantato a vent’anni e che sessant’anni dopo si apriva con qualche piega, gli disse che era meglio evitare, che non era più tempo.
I sentimenti risvegliati dalle lettere erano spenti e ognuno, come alla fine di quella storia che aveva prima esaltato il cuore di Giuseppe gettandolo poi nello sconforto, riprese la sua strada. Ognuno con il peso dei suoi anni, lei con i suoi settantasette e lui con i suoi ottanta, e con il pensiero che forse sarebbe stato meglio non aprire quelle lettere dimenticate.

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