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Taranto

Quando i lupi non sono solo nei boschi

Dalla cronaca alla metafora: difendere la città prima che sia troppo tardi

Veduta aerea di Taranto

Veduta aerea di Taranto

TARANTO – Ci sono notizie che sembrano restare confinate nella cronaca e altre che, invece, aprono uno squarcio più profondo. I lupi avvistati sempre più spesso tra Massafra, Crispiano e Martina Franca non sono soltanto un fenomeno naturale da monitorare. Sono il segnale di un territorio che cambia, che si espone, che diventa vulnerabile.

La politica prova a intervenire, con richieste di audizione e tavoli tecnici. Si parla di sicurezza, di allevatori, di equilibrio tra uomo e ambiente. Tutto giusto. Ma mentre si discute di animali che si avvicinano alle case, Taranto convive da tempo con altri lupi, meno visibili e forse più pericolosi.

Sono i lupi del declino industriale, quelli che da anni circondano l’ex Ilva e guardano con interesse alle difficoltà della raffineria Eni. Non ululano, ma lavorano nel silenzio delle incertezze, delle strategie incompiute, delle scelte che non arrivano mai. Sono quelli che si nutrono di indecisioni e che trovano terreno fertile ogni volta che una fabbrica rallenta, ogni volta che un operaio teme per il proprio futuro.

Poi ci sono i lupi che aspettano i Giochi del Mediterraneo al varco. Quelli che scommettono sul fallimento, che osservano ogni ritardo, ogni cantiere aperto, ogni polemica, pronti a trasformare un’occasione storica in un’altra occasione perduta. Taranto li conosce bene. Sono gli stessi che negli anni hanno visto passare promesse e progetti senza mai crederci davvero, alimentando una sfiducia che oggi rischia di diventare rassegnazione.

E ancora, ci sono i lupi della città spezzata, attraversata da cantieri che la trasformano ma al tempo stesso la mettono in difficoltà. Chi gode di una Taranto bloccata, frammentata, sospesa, non ha bisogno di esporsi. Gli basta aspettare che il disagio diventi rabbia, che la fatica quotidiana diventi sfiducia.

Infine, i lupi più silenziosi, quelli della sanità. Quelli che si aggirano attorno a un ospedale come il San Cataldo, teoricamente pronto da anni ma ancora lontano dall’essere una risposta concreta. Qui il pericolo non è simbolico, è reale, perché riguarda la vita delle persone, le famiglie che cercano un medico, i cittadini che attendono risposte.

Sarebbe facile liquidare tutto come polemica, come scontro politico, come narrazione esasperata. E invece no. Ogni critica ha radici profonde, ogni allarme nasce da problemi reali. Ma il punto non è negare le difficoltà. Il punto è capire da che parte stare.

Taranto non può permettersi di diventare un terreno di caccia. Non può restare immobile mentre attorno si muovono interessi, paure, opportunismi. Deve imparare a difendersi, a proteggere ciò che ha e ciò che potrebbe diventare.

Perché in gioco non ci sono solo le grandi partite industriali o gli eventi internazionali. Ci sono i giovani che cercano lavoro e non lo trovano. Ci sono gli operai che vivono con il timore di una precarietà senza fine. Ci sono le famiglie che si scontrano ogni giorno con servizi che non funzionano.

Contro i lupi, veri o metaforici, non bastano le denunce. Servono scelte, responsabilità, visione. Serve la capacità di chiudere gli ovili prima che sia troppo tardi, di proteggere il territorio prima che i danni diventino irreparabili.

Taranto è abituata a resistere. Ma oggi resistere non basta più. O si difende il futuro della città, o qualcuno continuerà a considerarla una preda facile.

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