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INTROSPETTIVO

Fuoco

di Gaetanina Longobardi

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Fuoco

di Gaetanina Longobardi

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Sul retro della baita, Gaia raccoglie la legna per il camino. Il padre le domanda spesso di tornare in città. Gaia non vuole. I suoi occhi neri sorridono: il grigiore non appartiene alle montagne innevate.
La città è un promontorio punteggiato di freddo, le montagne sono il rifugio sicuro che lei ama. Il borgo porta il nome di un uomo che resiste da tremila anni: un nome antico, nato dalle parole celtiche che significano castello, fortezza. È questa la fortezza che Gaia cerca, nonostante le crepe che i ricordi aprono a volte dentro di lei.
Le immagini del passato appaiono improvvise: il sapore di un frutto più maturo che la riporta alle colazioni nella casa del padre, dove il colore predominante era il blu; un pero corvino in fiore che le fa rivedere il pergolato con i divani caldi e asciutti.
I ricordi cambiano numero ogni giorno; il resto giace sotto le macerie di ferite dolorose. La familiarità è stata interrotta di colpo. La morte della madre e le seconde nozze del padre con una donna che la detestava avevano distrutto ogni equilibrio.
In una notte estiva carica di temporali, la matrigna decise che Gaia doveva andarsene. Le parlò con un sorriso sarcastico, le mani serrate fino a conficcarsi le unghie nei palmi. Odiava quei capelli neri e lucenti della ragazza. Gaia cercò aiuto nel padre, ma lui non disse nulla, e lei si arrese. Ingoiò le lacrime e se ne andò.
Nella montagna trovò le sue radici. La fecondità delle piante si unì alla sua: godeva del dono della vita nel suggello luminoso della natura.
Ora raccoglie un bricchetto di legno leggero e osserva il panorama verde e bianco. Ama la meraviglia del luogo. La troppa bellezza le riempie gli occhi di commozione. L’unica mancanza appartiene alla zia Tania, partita senza più tornare. Zia Tania la salutava con una mano e lo sguardo rivolto al mare. Aveva trovato l’amore ed era andata con lui senza pensarci troppo. Di lei, Gaia ricorda i lunghi capelli neri, uguali ai suoi.
Nessun uomo era stato degno di attenzione fino all’arrivo del militare. L’uomo aveva suonato alla porta con un sorriso che preannunciava qualcosa di straordinario. Zia Tania si era tolta il grembiule rosa, aveva aperto e, ricambiando il sorriso, aveva detto soltanto: «Sei tu».
Gaia aveva diciassette anni e prima di partire la zia l’aveva abbracciata stretta. «Quando trovi quello che stai cercando non devi riflettere» le aveva detto. «È come un frutto maturo da cogliere. Fatti cambiare dall’amore, Gaia. Seguilo e stravolgi la tua vita.»
Zia Tania non era più tornata, ma Gaia la sentiva vicina. Dopo dieci anni, la sua presenza aleggiava nella baita come un profumo che non svanisce.
Un uomo la osserva da lontano. Contempla i gesti quotidiani con cui lei raccoglie la legna: semplici, precisi, armoniosi. La guarda senza farsi notare, ammira il volto simmetrico e la treccia scura che cade lungo la schiena. Vorrebbe scoprire il colore degli occhi, ma non riesce a indovinarlo. Quando lei si accorge di lui, l’uomo avrebbe voluto un attimo in più per pensare cosa dire. Un uomo armato di fucile spaventerebbe chiunque.
Gaia posa la legna e gli si avvicina con un sorriso.
«È lontano dal sentiero principale. Le serve qualcosa? Io sono Gaia.»
L’uomo si aggiusta la cinghia del fucile sulla spalla. «Scusi, che cosa ha detto?»
«Le ho detto che qui è pericoloso: in questo periodo la giornata è più corta e ci sono i lupi. Lei non è della zona, dovrà fare attenzione.»
«Come fa a dire che sono un forestiero?»
«Non è un forestiero. È un avvocato.»
«Gli avvocati non possono cacciare?» replica lui con un mezzo sorriso. «E lei che fa da sola in un cottage così isolato?»
«Non è affatto desolato.»
«Non mi sembra molto affollato il posto.»
«È una grande fortuna. L’assenza di persone come commercialisti, professori o avvocati.»
Gaia sorride, e il suo tono è fermo. L’uomo percepisce la sua forza interiore e sente nascere in sé un interesse nuovo. Si siede su un tronco, continuando a fissarla.
Gaia prova a ignorare il fascino che emana. Gli occhi dell’uomo sono pieni di pagliuzze dorate che ricordano le fiamme del fuoco, le labbra incurvate in un sorriso a cui presta troppa attenzione. Il cacciatore la guarda con un’intensità che pare scuotere la montagna.
Il pensiero di Gaia corre alle sue mani, al calore che potrebbe sprigionare. È un fuoco che sale dal petto e chiede di bruciare l’anima. «Torni indietro» mormora, quasi per difendersi.
«Perché? Ti ho appena incontrata e non voglio lasciarti.»
Gaia tace per qualche istante. Guarda la vallata sotto di loro: gli alberi da frutto coltivati con ordine, come file di ombrelloni piantati d’estate; più in là le piante selvatiche che crescono libere, capaci di sopportare le tempeste. Si avvicina e si siede accanto a lui.
Il fuoco gioca in equilibrio tra loro. Il cacciatore le appoggia una mano sulla spalla e lei non si ritrae. Il loro tempo insieme è appena cominciato.
Un ruscello vicino canta per loro. Gaia poggia il capo sulla sua spalla; lui l’attira a sé. Lei gli accarezza la guancia con dita leggere, lo fissa per un istante e, prima di baciarlo, sussurra piano:
«Sei proprio tu.»

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