BARI - La parola “vendere” attribuita all’operazione di uscita dello Stato dal ginepraio bancario originato dall’intervento nella Banca Popolare di Bari non è bella.
Lo Stato non compera o vende banche ma svolge un ruolo di tutela del risparmio nazionale e di garanzia del buon funzionamento del sistema del credito (art. 47 della Costituzione). Niente altro. Quindi deve recuperare le somme (del contribuente) spese per effettuare questa operazione senza perdere né guadagnare; uscita dello Stato che quindi si completa proprio restituendo la banca al mercato. Nel nostro caso non è indifferente che la futura banca rimanga una banca dei risparmiatori meridionali oppure che divenga luogo di raccolta del risparmio meridionale per finanziare altrui operazioni. Inoltre non è indifferente che i risparmiatori storici incolpevolmente spossessati della loro proprietà vengano riconosciuti proprietari unici della loro banca divenuta Spa oppure no.
L’idea di unire in un unico conglomerato bancario i marchi Banca Popolare di Puglia e Basilicata (BPP), Banca del Mezzogiorno (BdM) e Banca Popolare di Bari (BPB) può rivelarsi una vera genialata specie in considerazione del “piano industriale” che può racchiudere. Conglomerato bancario che è spontaneamente la “casa” anche di altri istituti bancari piccoli e medi meridionali.
La BPPB è espressione di quel miracolo economico e sociale costituito dal distretto Altamura, Gravina, Santeramo, Matera ovviamente con la inclusione di altri grandi centri pugliesi ed è proiettato ad una espansione in altre zone vicine; la BPB dal canto suo è un marchio che ha un bacino di utenza maggiore e di antica fidelizzazione in tutto il Mezzogiorno che attende di essere fortemente valorizzato cosa che non può fare il Ministero; la BdM invece avrebbe un senso come banca di investimento per i grandi interventi strutturali finanziari ed industriali di cui il Mezzogiorno ha bisogno specie se potrà contare sulla collaborazione di altre Istituzioni finanziarie e bancarie. Il management di BPPB ha dimostrato di avere le competenze per gestire l’intero gruppo nel modo migliore possibile.
Il Ministero venderebbe, formalmente, per recuperare quanto anticipato, il suo pacchetto di maggioranza in BdM a BPPB la quale ultima contemporaneamente deve scorporare il marchio e gli azionisti BPB che tornano ad essere un soggetto autonomo e gestito in sinergia con le altre due banche del gruppo. In un secondo momento BPPB può ipotizzare un acquisto o uno scambio di azioni BPB per accompagnare questo titolo alla libera contrattazione e quindi ad una rapida rivalutazione.
In questa ottica la restituzione al Ministero di quanto anticipato per il salvataggio sanerebbe ogni ipotesi di irregolarità dell’intera operazione e annullerebbe il pacchetto “di maggioranza” posseduto strumentalmente per il salvataggio stesso, lasciando agli azionisti storici BPB la proprietà esclusiva mentre il cervello e la stanza dei bottoni passerebbe al management della BPPB che ha dimostrato sul campo grande capacità e professionalità. BPPB assieme ai suoi partner metterebbe i soldi necessari a restituire al Ministero quanto anticipato. La BdM finalmente potrebbe divenire quello di cui il Mezzogiorno ha bisogno come l’aria e cioè di una banca di investimento in grado di dare al risparmio locale una destinazione diversa dall’investimento finanziario in borse esotiche.
Oggi la maggiore vergogna finanziaria del Mezzogiorno è proprio la presenza -anche in paesini dell’interno- di banche ed uffici di grandi istituzioni finanziarie nazionali ed internazionali che vengono a fare incetta di nostro risparmio per arricchire non si sa chi, né si sa per quale scopo; posti ove non vi sono gli ospedali o le scuole ma vi sono gli sportelli di questi Istituti che rastrellano risparmi a tempo pieno e lo portano altrove laddove serve al Sud proprio qui e adesso che una saggia banca di investimento (quindi dotata di management capace di scegliere settori e competenze cui accordare fiducia e dove no) utilizzi il nostro risparmio in collocazioni ad alto valore aggiunto e ad altissimo valore socio economico che il sud può dare.
Il contenzioso che oggi è il metro di misura dello scontento enorme che regna tra i risparmiatori meridionali e nazionali così andrebbe a sanarsi anche attraverso la tonificazione del valore delle azioni.
Anche la questione Orvieto (ed altre) troverebbe in questo contesto una sistemazione consona ed un rilancio quanto mai necessario.
La cura cui è stata sottoposta la Banca Popolare di Bari che ne ha prodotto il dimagrimento e la drastica riduzione della credibilità ha colpito anche la credibilità dell’intero sistema creditizio nazionale e dell’investimento azionario tutto. Sanare questa ferita è il compito principale delle Istituzioni dedite alla salvaguardia di questo mercato.
Se l’operazione di restituzione al mercato della Banca di Bari dovesse rivelarsi ispirata a questi intendimenti avrà un successo strepitoso e sarà indicata sui libri di scuola come esempio storico di vero risanamento; diversamente sarà ricordato come l’ennesimo caso di esproprio dell’economia meridionale.