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Sanità
13 Gennaio 2026 - 10:48
Ludovico Abbaticchio, presidente nazionale del Sindacato Medici Italiani
BARI - La proposta avanzata dal presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, per ridurre le liste d’attesa in sanità attraverso piani sperimentali con aperture straordinarie degli ambulatori il sabato e la domenica, l’estensione delle fasce orarie fino a 12 ore e l’eventuale prolungamento delle attività fino alle ore 23, può produrre risultati solo se accompagnata dal pieno coinvolgimento dei professionisti della sanità. È la posizione espressa da Ludovico Abbaticchio, presidente nazionale del Sindacato Medici Italiani.
Secondo Abbaticchio, qualsiasi intervento emergenziale, anche se limitato a 5 mesi e finalizzato al recupero delle prestazioni con priorità U e B, deve prevedere il confronto con medici, operatori sanitari e organizzazioni sindacali delle categorie coinvolte. In assenza di una condivisione reale, il rischio è quello di misure parziali incapaci di incidere sulle criticità strutturali del sistema.
Il presidente dello Smi richiama l’attenzione su una situazione che non può essere considerata episodica. Liste d’attesa fuori controllo, lunghi tempi per le visite specialistiche, migrazioni sanitarie verso il Nord o l’estero e utilizzo improprio dei pronto soccorso sono, a suo giudizio, il risultato di scelte stratificate nel tempo che hanno indebolito la distinzione tra indirizzo politico e gestione sanitaria e hanno compromesso l’equilibrio complessivo del sistema.
Un ruolo determinante, secondo il sindacato, è stato giocato dalla carenza di investimenti strutturali sul territorio e da circa 10 anni di tagli alla spesa sanitaria, che hanno progressivamente spostato il baricentro dell’assistenza sugli ospedali. In questo contesto, la medicina di prossimità si è indebolita e l’accesso alle cure è diventato selettivo, con una crescente disuguaglianza tra chi può permettersi di attendere o pagare e chi è costretto a rivolgersi all’emergenza.
Per Abbaticchio, ridurre i tempi di attesa è un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni, ma richiede interventi strutturali sostenuti da risorse adeguate e durature. L’indicazione è quella di affrontare in modo diretto le inefficienze delle aziende sanitarie, evitando di spostare ulteriori prestazioni verso il privato e rafforzando invece il ruolo del Servizio sanitario nazionale pubblico.
Il nodo centrale resta l’organizzazione. Senza una medicina territoriale solida, integrata e realmente accessibile, nessun sistema sanitario può reggere, sottolinea il presidente dello Smi. Case di comunità operative con personale medico presente, presa in carico delle cronicità, assistenza domiciliare e telemedicina non possono restare obiettivi sulla carta, ma devono diventare strumenti concreti per ridurre la pressione sugli ospedali e riportare l’accesso alle cure entro percorsi ordinati.
In conclusione, il sindacato ribadisce la necessità di un maggiore investimento sul sistema pubblico e sui professionisti che vi operano quotidianamente, affinché sia garantita l’uniformità di accesso alle cure su tutto il territorio nazionale e il diritto alla salute continui a essere effettivamente universale.
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