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CONTROVERSO

Poesia del Giorno

"Artemide" di Tommaso Foscarin & [Avere scarpe da indossare] di Stefania Giammillaro

Poesia del Giorno

La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.

Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.

L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.

Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.

Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:

  1. seguire le pagine social ufficiali di Buonasera24 su Facebook e Instagram;
  2. inviare all’indirizzo controverso2019@gmail.com una poesia che non superi i 30 versi indicando nome, cognome, luogo di residenza e dichiarando nel testo la paternità dell’opera.

Le poesie di martedì 10 sono:

    ARTEMIDE di TOMMASO FOSCARIN da Grugliasco - TO

    Non occhi,
    condanna divina,
    con la quale danzo volentieri.
    Perché furono gli occhi,
    non le inutili forme,
    a catturarmi lo sguardo.
    A condannarmi.
    Ma giaccio ancora,
    sbranato dai miei cani.
    Giaccio di nuovo,
    solo per quegli occhi.

    RECENSIONE

    Il testo si muove dentro una tensione crudele e seducente allo stesso tempo. Al centro c’è lo sguardo come forza che attira e distrugge, desiderio accettato anche quando porta alla perdita. L’atmosfera è scura, compatta, segnata da una resa consapevole che non cerca scampo.

    Il ritmo è breve, spezzato, costruito su frasi che cadono come colpi secchi. Non c’è sviluppo narrativo, ma un ritorno ossessivo su pochi nuclei: la condanna, gli occhi, il corpo a terra. Questa struttura circolare rafforza l’idea di un destino che si ripete, senza possibilità di deviazione.

    Nella scrittura di Tommaso Foscarin il mito diventa gesto interiore. Quando afferma “Perché furono gli occhi, / non le inutili forme,” e subito dopo “Ma giaccio ancora, / sbranato dai miei cani,” la voce mescola attrazione e punizione, trasformando la leggenda in esperienza personale. La lingua è scarna, tagliente, priva di qualsiasi compiacimento.

    Resta una sensazione di immobilità feroce, come se il tempo si fosse fermato nell’istante della colpa accettata. Non c’è richiesta di perdono né ribellione, solo la scelta di restare lì, dentro ciò che ha ferito, perché quello sguardo continua a valere più di tutto il resto.

    _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ 

    [AVERE SCARPE DA INDOSSARE] di STEFANIA GIAMMILLARO da Messina

    Avere scarpe da indossare
    fino a consumarle
    fino a che il calzolaio dice
    che non c'è più nulla da fare
    che conviene
    comprarne di nuove
    e non avere idea
    di come sostituirle
    se non cambiando qualcosa di sé

    Come quel fermaglio
    usato allo stremo
    a sollevare pensieri
    a liberare la fronte
    da ogni misericordia
    finché la molla non si spezza
    e si conserva il fermaglio
    non trovandone un altro
    che possa sostituirlo

    c'è un filo invisibile
    che lega l'anima all'oggetto
    vivificandolo
    trasferendogli suono, sapore
    o argomento

    solo A. ordina pane e psicofarmaci
    senza distinzione
    lei maneggia oggetti
    per spolverare intorno
    io li tengo in vita
    per non dimenticare
    da dove vengo
    e dove ritorno

    RECENSIONE

    La poesia si muove su un confine sottile tra necessità quotidiana e identità profonda. Le scarpe, il fermaglio, gli oggetti comuni non sono semplici strumenti, ma estensioni dell’essere: si consumano insieme a chi li usa, assorbono gesti, pensieri, persino una storia. Cambiarli non è mai un atto neutro, perché implica sempre una trasformazione interiore.

    La scrittura di Stefania Giammillaro procede per accumulo calmo, quasi discorsivo, ma attraversato da un disagio sommesso. Il tempo dell’usura diventa il tempo della vita: “fino a consumarle” non riguarda solo le scarpe, ma il modo in cui ci si espone al mondo. L’idea che “non c’è più nulla da fare” introduce una frattura, un momento in cui la continuità si spezza e lascia spazio allo smarrimento.

    Il passaggio sul fermaglio è particolarmente incisivo: un oggetto minimo che regge pensieri, libera la fronte, e quando si rompe non può essere davvero sostituito. Qui emerge con forza il “filo invisibile / che lega l’anima all’oggetto”, dichiarazione poetica che dà senso a tutto il testo, trasformando la materia in memoria viva.

    Nel finale, la distinzione tra “lei” e “io” apre una distanza emotiva netta. L’ordinare “pane e psicofarmaci / senza distinzione” ha un tono asciutto, quasi brutale, che contrasta con l’atto di “tenere in vita” gli oggetti. Non è feticismo, ma un gesto di resistenza: conservare le cose per non perdere le coordinate dell’esistenza, per ricordare “da dove vengo / e dove ritorno”. Una poesia sobria e profonda, che affida agli oggetti il compito silenzioso di custodire l’anima.

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