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CONTROVERSO

Poesia del Giorno

"La calma" di Giuseppe Moschetta e "Tempo galeotto" di Lucia Iavernaro

Poesia del Giorno

La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.

Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.

L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.

Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.

Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:

  1. seguire le pagine social ufficiali di Buonasera24 su Facebook e Instagram;
  2. inviare all’indirizzo controverso2019@gmail.com una poesia che non superi i 30 versi indicando nome, cognome, luogo di residenza e dichiarando nel testo la paternità dell’opera.

Le poesie di martedì 27 sono:

    LA CALMA di GIUSEPPE MOSCHETTA da Milano

    Sono al confine tra il bagno e il mondo,
    e mi accorgo di essere molto stanco.
    In quella lunga vasca bianca, almeno per un poco,
    mi immergo, assieme ai miei pensieri, che galleggiano giocando.
    Li vedo uno ad uno.
    Sopravvivono come quel basilico attecchito in vaso,
    lì sul davanzale, a fianco dello scaldabagno,
    dopo un eroico viaggio dal supermercato.
    Sono anch’io salvo, ed è già molto.
    Minacciato dalle solite preoccupazioni ed ansie create apposta,
    per tentare di uccidermi da dentro: uccidere l’immaginazione
    che mi tiene in piedi e mi fa andare ancora avanti.
    Non rispondo più al telefono e a nessuno
    che io non riconosca il viso.
    Immerso nella nuova vita, scrivo immaginarie storie
    e mi addormento, lasciando fuori tutto.
    Dal rubinetto d’ottone in finto stile neo-classico,
    precipita l’acqua copiosa senza chiedere permesso.
    Come un ruscello ingrossato dalla pioggia,
    si posa sulle braccia stese.
    Ritrovo solo ora la mia eroica calma,
    tra un pensiero appena scritto e un sorso di una birra
    diventata ormai calda.

    RECENSIONE

    La poesia racconta un momento minuscolo, quasi domestico, che diventa un rifugio vero. Il tema centrale è la calma come salvezza quotidiana, conquistata in mezzo alla stanchezza e alle ansie che consumano. Il tono è intimo e sincero, con una dolcezza storta che non finge di stare bene. Il ritmo scorre come un pensiero che si scioglie nell’acqua, lento ma continuo.

    Versi come “Sono al confine tra il bagno e il mondo” e “Sono anch’io salvo, ed è già molto” danno subito la misura di questa tregua. La vasca, il basilico sul davanzale, lo scaldabagno: dettagli semplici che diventano simboli di resistenza. Anche l’acqua che “precipita… senza chiedere permesso” sembra avere una forza propria, capace di riportare il corpo al presente. La lingua è diretta, piena di immagini concrete che fanno sentire la scena.

    Nel testo di Giuseppe Moschetta la stanchezza non è solo fisica, ma mentale, e si sente nella scelta di chiudere fuori il telefono e le facce sconosciute. C’è una lotta silenziosa contro ciò che “uccide l’immaginazione”, detta senza drammi ma con lucidità. Lo stile mescola pensiero e oggetti, e questo rende tutto più vero. Anche le “immaginarie storie” scritte nella vasca diventano un modo per restare in piedi.

    La calma arriva alla fine come una piccola conquista, non come un premio perfetto. Sta tra una frase appena scritta e una birra diventata calda, quindi in qualcosa di imperfetto e umano. Il mondo resta fuori, ma non sparisce, e proprio per questo quel momento vale doppio. Rimane una sensazione di quiete fragile, che però basta a ricominciare.

    _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ 

    TEMPO GALEOTTO di LUCIA IAVERNARO da Laterza - TA

    Corre la vita
    come il vento d’ottobre sui filari:
    tralci di gioia e di silenzio che coltiviamo,
    accesi di passione, a volte stanchi,
    in attesa di frutti che ci lasciano l’amaro in bocca
    e sempre un sorriso
    rinchiuso in una scatola.

    Correrà altro vento,
    scapperà ancora il tempo galeotto
    da una finestra
    che tentiamo di sbarrare
    un giorno,
    e l’altro ancora,
    con il nostro correre affannoso
    alla ricerca delle chiavi
    di una scatola vecchia.

    Avremo ancora
    scatole da riempire
    di respiri…

    RECENSIONE

    La poesia gira attorno a un tempo che corre e scappa, e a noi che proviamo a stargli dietro senza riuscirci davvero. C’è dentro la vita quotidiana, con le sue attese, le sue stanchezze e quei piccoli sorrisi che restano chiusi da qualche parte. Il tono è dolceamaro, ma non pesante, come quando ti rendi conto che stai vivendo mentre tutto passa. Il ritmo è mosso, come vento che cambia direzione e ti costringe a inseguire.

    Nel testo di Lucia Iavernaro torna spesso l’immagine della scatola, che sembra contenere ricordi, promesse e anche un po’ di illusioni. È un simbolo semplice, ma funziona perché parla di cose che teniamo strette e che a volte non sappiamo nemmeno aprire. Anche la vita “sui filari” dà un sapore concreto, fatto di lavoro e di stagioni, non solo di pensieri. La poesia sembra dire che coltiviamo tanto, ma non sempre raccogliamo quello che speravamo.

    Versi come “Corre la vita / come il vento d’ottobre sui filari” e “alla ricerca delle chiavi / di una scatola vecchia” rendono bene questa corsa affannosa. Il vento diventa il modo in cui il tempo si manifesta, veloce e un po’ beffardo, mentre le chiavi sono ciò che cerchiamo per sentirci padroni di qualcosa. Le ripetizioni danno l’idea di un tentativo continuo, quasi ostinato. E quel “tempo galeotto” sembra proprio uno che scappa apposta, lasciandoti sempre un passo indietro.

    L’ultima immagine, con “scatole da riempire / di respiri”, sposta tutto su un piano più intimo e vero. Non parla di grandi vittorie, ma di presenza, di vita che resta anche quando non la controlli. È come se la poesia suggerisse di non inseguire troppo, ma di accorgersi di ciò che c’è. E alla fine rimane addosso una calma inquieta, come dopo una corsa fatta senza sapere bene dove si stava andando.

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