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CONTROVERSO
20 Gennaio 2026 - 06:00
La rubrica controVerso, dedicata alla poesia, propone dal lunedì al venerdì lo spazio Poesia del Giorno, un appuntamento quotidiano che ospita due poesie.
Il progetto nasce con l’obiettivo di dare voce alla fantasia, ai versi e alle suggestioni che prendono forma dagli stati d’animo e dalle esperienze degli autori, offrendo uno spazio di condivisione e valorizzazione della scrittura poetica contemporanea.
L’iniziativa si fonda su uno spirito culturale aperto e inclusivo, non prevede alcun costo per i partecipanti e offre agli autori l’opportunità di far conoscere la propria voce poetica a un ampio pubblico di lettori.
Ogni giorno due poesie tra quelle ritenute più significative dal curatore della rubrica, Gian Carlo Lisi, vengono pubblicate e recensite esclusivamente sulle pagine online del quotidiano.
Chi desidera vedere un proprio componimento poetico pubblicato sulle pagine della testata dovrà:
SIAMO MORTI GIOVANI di GIUSEPPE VIVONA da Iglesias - SU
Siamo morti giovani e ora viviamo come fantasmi,
desiderosi di sentire la vita.
Agognanti soddisfazioni
per le quali non abbiamo avuto il coraggio di combattere.
Schiavi di bisogni non creati per le nostre tasche,
servi di esigenze inventate per dominarci.
Siamo morti giovani e adesso camminiamo come spettri,
invisibili come presenze fastidiose
per le quali non val la pena darsi pensiero,
e che creano disagio e incubi.
Abbindolati dai sogni altrui,
di vite che non riavremmo mai.
RECENSIONE
La poesia mette in scena una generazione che si sente svuotata, come se qualcosa si fosse spezzato troppo presto. Il tema centrale è la rinuncia, vissuta non come scelta tranquilla ma come morte interiore che lascia in piedi solo un corpo che va avanti. Il tono è duro e amaro, e non cerca consolazioni. Il ritmo è incalzante, costruito su frasi che tornano e colpiscono come un pensiero fisso.
Versi come “Siamo morti giovani e ora viviamo come fantasmi” e “Schiavi di bisogni non creati per le nostre tasche” rendono chiaro il bersaglio del testo. Le immagini di spettri e presenze invisibili raccontano una vita vissuta a metà, senza vero contatto con il desiderio. La lingua è diretta, quasi parlata, e proprio per questo arriva con forza. Anche l’accumulo di definizioni dà l’idea di un peso che cresce.
Nel testo di Giuseppe Vivona emerge una denuncia che non è urlata, ma lucida e insistente. Le figure sono semplici e riconoscibili, come catene, servi, sogni altrui, e costruiscono un quadro sociale molto netto. La ripetizione della frase iniziale dà struttura e rende la poesia compatta. Ogni verso sembra voler scuotere, più che descrivere.
La chiusura lascia una sensazione di vuoto, come se il futuro fosse stato rubato senza rumore. I sogni degli altri diventano una trappola che illude e consuma. Non resta rabbia spettacolare, ma una stanchezza che fa paura. Il testo si porta dietro un’inquietudine che continua anche dopo l’ultima riga.
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IL POZZO DEI CANARINI di LUCIA TRIOLO da Palermo
Non sapeva più dove fosse,
lì in fondo c’era un pozzo
profondo,
cui ancora non apparteneva.
Ci gironzolavano
attorno dei disegni
di gambe in cerca
di scarpe e
ci andavano i canarini
a cinguettare.
C’era un sentore
di tenerezza.
Farò chiudere
quel pozzo
– pensò –
tutti i canarini.
La scimmia ride sempre
quando si gratta
il capo.
RECENSIONE
La poesia si muove in un territorio strano e fragile, come un sogno che non si lascia afferrare del tutto. Il tema centrale è lo smarrimento, ma raccontato con immagini leggere e quasi infantili, che nascondono una punta di inquietudine. Il tono è sospeso, a metà tra tenerezza e straniamento. Il ritmo è spezzato, fatto di piccoli scarti che aumentano la sensazione di incertezza.
Nel testo di Lucia Triolo il pozzo diventa un luogo mentale, profondo e non ancora abitabile. Le immagini sono insolite, come “disegni / di gambe in cerca / di scarpe”, e creano una scena che sembra uscita da una fiaba storta. I canarini portano un suono vivo, ma anche loro finiscono dentro questo spazio chiuso. La lingua è semplice, ma lascia sempre qualcosa in sospeso.
Versi come “lì in fondo c’era un pozzo / profondo” e “C’era un sentore / di tenerezza” rendono chiaro il contrasto tra paura e delicatezza. La decisione di “chiudere quel pozzo” sembra un gesto di protezione, ma anche di cancellazione. Le immagini funzionano per simboli, senza spiegazioni, e proprio per questo restano addosso. Ogni elemento appare come un frammento di pensiero.
L’ultima immagine, con la scimmia che ride, spiazza e cambia la temperatura emotiva del testo. Non chiude davvero, ma lascia un sorriso storto, come se la realtà fosse imprevedibile. La poesia resta aperta, inquieta, eppure lieve. Alla fine rimane una sensazione di mistero piccolo e ostinato, difficile da dimenticare.
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Testata: Buonasera
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