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LIRICO
13 Gennaio 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Lucia conosceva bene la melodia stonata della vita di suo figlio: Luca non camminava mai al ritmo del mondo. Aveva sette anni, occhi limpidi che si fermavano su dettagli invisibili agli altri – il granello di polvere danzante, la crepa sottile in un muro antico – e silenzi che parlavano più di qualsiasi parola. Gli psichiatri lo chiamavano autismo infantile. Lei lo chiamava semplicemente Luca: un bambino che abitava universi segreti, leggeri e fragili come palloncini pronti a scappare di mano al primo refolo di vento.
Per Luca, la realtà era un assalto incessante. Ogni rumore era un coltello affilato che lacerava i suoi timpani, ogni luce troppo forte era un incendio che bruciava le sue retine. Quando il caos sensoriale diventava insopportabile, l'unica via d'uscita era il dolore: Luca si mordeva le mani con furia cieca, lasciando segni rossi, lividi, a volte sanguinanti, come mappe del suo tormento interiore. Non parlava, mai. Solo urla acute, lamenti gutturali e suoni che a volte assomigliavano a cantilene incomprensibili, sospese tra il pianto e il canto. Mamma Lucia aveva imparato a leggere quei silenzi come un cartografo esperto legge le mappe di terre sconosciute: un tremito del mento, un battito ritmico e ossessivo del piede, un dondolio continuo del corpo, indicavano paure o gioie così sottili e profonde che nessuno, tranne lei, poteva decifrare.
La loro casa era un territorio fragile, in perenne equilibrio tra esplosioni improvvise di rabbia e momenti di contemplazione assoluta, quasi mistica. Luca trascorreva ore a sistemare i suoi oggetti: macchinine allineate per colore, tappi di bottiglia ordinati per dimensione, oggetti minuscoli disposti con una precisione maniacale. Ogni ordine era il suo modo di domare il caos minaccioso del mondo esterno. Ogni disordine, anche minimo, era una minaccia insopportabile che poteva scatenare una tempesta.
Una mattina, dopo un episodio particolarmente devastante, mamma Lucia si sentì svuotata. Guardò il figlio seduto a terra e prese una decisione drastica.
«Non possiamo vivere solo tra queste mura, amore mio. Ti porto dove l’acqua culla le paure e modella i contorni delle cose», sussurrò. Pensò a Venezia. La città sospesa, i ponti ad arco, i canali labirintici. Un mondo dove forse il battito impazzito di un cuore iper-sensibile poteva trovare finalmente armonia con il ritmo secolare delle onde.
Il viaggio in treno fu un percorso in bilico tra il calvario e il piccolo miracolo. Luca batteva i pugni sul tavolino, poi allineava i biscotti secchi con precisione chirurgica. Quando il treno fischiò, si tappò le orecchie, il corpo che gli si irrigidiva contro il petto, duro come una tavola di legno. Lucia lo strinse, e il suo sussurro non erano parole, ma un ritmo basso e costante, il suono del suo cuore amplificato, l'unica frequenza che poteva sperare di eguagliare il panico del figlio.
Poi accadde l’imprevisto. Un vecchio raccontò storie di navi e porti. Luca smise di mordere la mano e fissò il volto rugoso dell’uomo. A Bologna, una donna cieca con il suo cane guida salì sul treno. Luca allungò le dita esitanti verso il muso dell’animale. Il cane si avvicinò e lo leccò. Un sorriso improvviso, limpido e totalmente inatteso, illuminò il volto di Luca.
A Venezia, il caos lo travolse subito: voci, campane, sciabordio. Luca urlò, agitò le braccia, strattonò la madre. Mamma Lucia sentì la sua paura farsi acido nello stomaco, una stretta dolorosa alla gola, ma si costrinse a non reagire. Tra i turisti, però, un dettaglio catturò l'attenzione ossessiva di Luca: le linee perfette di un ponte di pietra, le gondole nere che scintillavano al sole. Lentamente, il suo corpo agitato si immobilizzò.
Il giorno successivo, Lucia lo portò lontano dalle calli affollate. Si avventurarono in un sottoportego buio e fresco, per sbucare su un canale silenzioso, dove solo un'imbarcazione si muoveva lentamente. Fu lì che Luca trovò il suo primo, vero, respiro.
L'acqua, a Venezia, non era solo rumore; era geometria liquida. Il silenzio qui non era assenza di suono, ma la modulazione perfetta dello sciabordio. Luca si accovacciò sul bordo di pietra, la mano sospesa a mezz’aria. Fissava il riflesso dei palazzi che tremolava sulla superficie, un caos ordinato di linee spezzate che non lo terrorizzava, ma lo ipnotizzava. I suoi occhi seguivano la scia perfetta lasciata da un gabbiano sull'acqua, una linea sottile e pulita, e i suoi piedi, che di solito battevano incessantemente, rimasero immobili. L’odore di salmastro, i mattoni consumati dall’umidità, la luce filtrata che rendeva tutto più morbido – Venezia era la sua stanza sensoriale a cielo aperto. Luca prese a toccare l'acqua, un tocco leggero, rituale, e un piccolo suono, come un sospiro, uscì dalle sue labbra: «Ah... acqua...»
Dopo quel momento di quiete inattesa, mamma Lucia decise di osare. Lo portò alle Gallerie dell’Accademia, per vedere Il Miracolo della Croce caduta nel canale di San Lorenzo di Bellini. Mentre Lucia acquistava i biglietti, Luca camminava in punta di piedi, il corpo teso, ma non di panico, bensì di curiosità. Fissava le cornici dorate, le luci soffuse, i pavimenti lucidi che riflettevano le figure in una rassicurante simmetria.
In fila davanti al quadro, avvenne l'incontro fatale. Incontrarono Sara, una bambina albina di dieci anni, con occhi azzurri così chiari da sembrare cristallo. Sara, proprio come Luca, osservava il mondo con un’intensità quasi dolorosa, senza parlare. All'improvviso, Sara allungò la mano e sfiorò appena la spalla di Luca. Ci fu un attimo di connessione invisibile: due anime solitarie che si riconoscevano. Luca non ebbe il riflesso di ritrarsi o mordersi, rimase immobile.
Il quadro, con la reliquia che galleggia, lo ipnotizzò. Luca fissò le figure, le onde dipinte e, senza saperlo, il suo respiro affannoso si accordò al ritmo calmo e pittorico dell’acqua. Sara gli sorrise. Lui rispose con un piccolo suono gutturale, quasi una nenia. La mano di Sara sfiorò di nuovo la sua, e questa volta Luca permise al contatto di restare: quel tocco leggero era un ponte tra universi segreti, una comunicazione pura.
Nel corso della visita, Luca iniziò a ripetere il suo suono monotono: "Ah… ah… acqua… ah… mano… ah…". Sara lo imitò piano, e insieme trasformarono la nenia in un piccolo coro. Mamma Lucia, nascosta dietro di loro, sentì il cuore farsi liquido di tenerezza. Suo figlio, il bambino che non parlava, stava condividendo un miracolo con una amichetta speciale.
Quando fu il momento di salutarsi, Sara abbracciò dolcemente Luca e sussurrò una frase incomprensibile, un segreto tra loro. Chiese a Lucia se si sarebbero potuti rivedere. Lucia rispose subito con un "Sì" pieno e scambiò con i genitori di Sara i numeri di telefono.
Usciti dalle Gallerie, camminarono tra i vicoli illuminati dal sole del tardo pomeriggio. Luca, stranamente leggero, correva dietro a un piccione, inciampava, cadeva sul selciato, e rideva a modo suo. I riflessi dell’acqua danzavano sulle facciate ocra delle case, e ogni ponte sembrava un arco sospeso tra il cielo e il mondo.
La sera, nella confusione vibrante di Campo Santa Margherita, Luca si sedette e osservò gli altri bambini giocare a pallone. Spinto da un impulso, si lanciò dietro al gioco, inciampò, cadde, ma invece di urlare, rise. Poi, seduto per terra, lontano dai piedi che correvano, iniziò a cantare la sua nenia, ora arricchita:
"Ah… ah… acqua che gira… ah… mano… mamma… ah… Sa… Sa…"
Gli altri bambini, incuriositi dalla melodia, si unirono battendo le mani, trasformando quella cantilena incomprensibile in un coro gioioso. Lucia si coprì il volto con le mani, le lacrime le bagnavano le dita: suo figlio stava cantando con il mondo.
Il ritorno all’albergo fu lento, il peso della stanchezza che tornava. Luca inciampò su un gradino, pianse, e l'istinto lo portò di nuovo a mordersi la nocca del pollice, la pelle che subito si fece rossa. Mamma Lucia lo sollevò in braccio. Sentiva la sua spalla cedere sotto il peso, le gambe tremarle per lo sforzo fisico ed emotivo, ma trovò la forza di sussurrare la sua promessa: «Non ce la faccio da sola, amore, ma lo facciamo insieme». Luca non parlò, ma poggiò la testa sulla sua spalla.
Quella notte, con le mani finalmente tranquille, Lucia guardava dalla finestra un palloncino rosso che ondeggiava nel vento. Era fragile, storto, ma deciso a salire, a sfidare la gravità. Luca dormiva, e un piccolo sorriso gli increspava le labbra.
Lucia capì che suo figlio era proprio quel palloncino: fragile, diverso, ferito, ma incapace di restare a terra. Non importava se non avrebbe mai parlato con frasi compiute. Luca era destinato a volare, a modo suo, in traiettorie che solo lui conosceva. E lei, sua madre, sarebbe stata lì, il filo saldo, l'ancora invisibile, per reggerlo quando la gravità della realtà tentava di tirarlo giù.
Il miracolo vero non era vederlo parlare, né vederlo diventare "come gli altri". Il miracolo era vederlo librarsi, anche solo per un attimo, leggero e libero, in un cielo che, grazie a Venezia e a un tocco gentile, finalmente sembrava appartenergli.

Testata: Buonasera
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