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SIMBOLICO

La maschera dell'indifferenza

di Cristian Belloni

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


La maschera dell'indifferenza

di Cristian Belloni

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Ogni mattina poco prima dell’alba, quando il cielo sfumava dal grigio ombroso al violetto, gli abitanti di Pietramara erano destati da un singolare rumore che riecheggiava tra i muri delle case.
Il carretto della fattucchiera aveva due grandi ruote di legno che crepitavano a contatto col ciottolato. Arrivava dall’aranceto fuori paese e portava con sé un profumo dolciastro. Era metodica nelle proprie azioni: si fermava davanti al pozzo, dove c’era la statua dell’Arcangelo, poi infilava due bastoni ai bordi del cassone, tirava una corda e stendeva un lenzuolo viola, creando una cortina discreta e misteriosa. Nessuno conosceva il suo volto poiché lo nascondeva dietro un foulard nero, lasciando scoperti solo gli occhi cerulei.
Di lei si sapeva solo che praticasse la chiaroveggenza, ma non si azzardava a prevedere il futuro. Lei raccontava il passato. Questo aspetto suscitava ilarità nelle persone superficiali, mentre alimentava avversione in chi nascondeva qualcosa della propria vita.
Mi sentii infastidito dalla sua presenza e la calunniai. Quando raccontai che praticava la magia per slegare i rapporti sentimentali, vidi le donne maritate scagliarsi contro di essa come la bufera che sconquassa il mare, minacciandola di morte se non avesse abbandonato Pietramara.
Lei non proferì nulla. Abbassò la cortina, levò gli stracci e col volto coperto si allontanò.
Mi sentii tronfio pur non palesando pubblicamente i meriti. Tornai a casa e volli festeggiare. Versai un goccio di vino nel bicchiere. Lo portai alle labbra per sorseggiarlo ma non appena lo assaggiai fui costretto a sputarlo. Sapeva di aceto!
Mi inquietai. Era il segno premonitore dell’evento nefasto? Avevo causato qualcosa di irrimediabile con la cacciata della fattucchiera? Fissai il soffitto buio e rammentai l’immagine del confino forzato. Fui incapace di fermare gli eventi, travolto dal mio stesso diabolico disegno, combattuto tra l’orgoglio del vincitore e la vigliaccheria dell’inquisitore. Ebbi un senso di compassione sapendola allo sbaraglio. I dubbi mi tormentarono. L’insonnia rese quella buia notte angosciante e interminabile.
Prima dell’alba mi affacciai alla finestra dirimpetto alla piazza. Speravo nel suo ritorno? Nutrii il disperato bisogno di confessarle che non avevo desiderato il suo allontanamento, avevo agito dissennatamente per non affrontare le mie paure. Ora ero disposto a offrirle ospitalità, a patto che nessuno lo sapesse. Uscii di casa e girovagai come un disperato per tutto il giorno, riflettendo sugli errori della mia vita che invece di condurmi sulla retta via mi avevano trascinato alla disfatta.
La ricerca fu infruttuosa. Dovevo forse cercare me stesso per primo?
Quando vidi i paesani radunarsi davanti al pozzo e abbattere la statua dell’Arcangelo, per poi sostituirla con una rudimentale struttura di legno, ebbi la conferma che il lume della ragione fosse ormai esaurito.
«Eccolo, è lui!» urlò una donna additandomi. «Prendetelo! Non lasciatelo scappare!»
Fui impaurito. Temendo una sommossa popolare mi voltai facendomi largo tra due corpulenti che mi ostruirono la scappatoia. Il cuore mi batté forte nel petto. Proseguii sgomitando a fatica tra la calca. Ebbi il terrore di esser giustiziato per mano del popolo. Fuggii dimenandomi come un naufrago in mezzo alla burrasca, affannato per non rimanere inghiottito dalle onde.
Prima di infilarmi in un vicolo mi voltai per orientarmi e capire dove meglio nascondermi. Entrai trafelato nella corte di un casale. Sotto il portico più vicino notai un ripostiglio buio. Scostai le ragnatele aggrappate alla volta che formavano una sottile cortina ed entrai. Due passi oltre la soglia urtai contro dei pesanti oggetti alti poco più di un metro. Li scavalcai e messomi al sicuro dietro di essi, ne tastai uno per identificarlo. Aveva una forma circolare. Per almeno due terzi era avviluppato da lunghi rametti intrecciati. La parte superiore era conica, liscia e fredda al tatto. L’apice aveva un’imboccatura sigillata. Quando percepii all’olfatto l’odore acidulo del mosto, capii di essere in una cantina.
Scrutai fuori. I bambini che si rincorrevano nella corte, giocando a guardie e ladri, sembravano non aver fatto caso alla mia presenza. Neanche le massaie che filavano la canapa, tantomeno quelle che facevano il bucato al lavatoio.
Sollevai lo sguardo all’orizzonte, forse in cerca di un aiuto divino. Ma ormai la debole luce rossastra del tramonto stava per essere avvolta dall’oscurità della notte.
Fui in preda alla paura quando vidi una dozzina di uomini entrare lesti nel cortile con le torce in mano. Si rivolsero alle donne, le quali sollevarono le braccia scuotendo il capo. Esse richiamarono i propri figli che abbandonarono con malavoglia il gioco.
Confidai nell’innocenza dei più piccoli. Quando però vidi quelle piccole dita tanto ingenue quanto inequivocabili indicare la cantina, persi ogni speranza. Gli sguardi puntati verso di me furono come mille frecce acuminate.
Udii il sopraggiungere di alcuni passi. Tutt’a un tratto si stagliò una sagoma scura dinanzi all’ingresso. La tensione mi terrificò. Nell’oscurità di quel luogo mi sentii imprigionato. Al pari di una bestia impaurita mi accucciai. Vidi quella persona prendere uno zolfanello e sfregarlo sul muro ruvido. La fiammella illuminò il suo volto. Mi mancò il fiato riconoscendo la fattucchiera.
«Mi spiace.» esordì lei fissandomi.
Fui perplesso. Com’era possibile che io fossi nel torto e lei si dispiacesse?
Entrò accostandosi a me. Il suo sguardo mi fece capire che conosceva ogni mia debolezza. Per la prima volta potei osservarla da vicino. Seppur palesasse il viso consumato dalla malattia, io fui affascinato. Compresi di essermi sempre fermato all’esteriorità delle cose, guardando con distacco e superficialità, perdendomi la vera essenza.
Quando il fiammifero si esaurì, mi sentii avvolgere dal buio dell’incertezza. Fui percorso da un lampo nella mia testa. Provai un dolore lancinante ricordando ogni responsabilità trascurata. Mi affiorò alla mente il periodo più gioioso della mia vita, quando avevo conosciuto la mia amata, grazie a una licenza militare durante il secondo conflitto mondiale. Era accaduto in occasione della festa di san Giuseppe, il patrono del paese, l’unico giorno dell’anno in cui la Torre del Barbarossa è ancora oggi aperta al pubblico.
Ero salito insieme ai commilitoni per godere quello spettacolo della natura. Dai finestroni a forma di cupola è possibile ammirare i meravigliosi faggi selvatici dalla chioma rossastra che come una cintura costeggiano il versante del monte Cornizzolo, il quale si affaccia sul lago di Pusiano.
Io mi ero fatto avanti e lei mi aveva notato subito. Del resto ero un giovane soldato in divisa, aitante, alto, moro e con gli occhi verdi. Lei era rimasta subito affascinata dai miei modi gentili, anche quando le avevo proposto una passeggiata romantica.
Sebbene i commilitoni mi motteggiassero, io avevo occhi solo per lei. Qualcosa mi suggeriva che sarebbe diventata la donna della mia vita.
Prima di rientrare in caserma mi ero offerto per accompagnarla fino a casa. L’avevo lasciata parlare quasi tutto il tempo, non ero timido ma avevo capito che a lei piaceva esser ascoltata. Mi aveva confidato di essere orfana e di lavorare come ambulante.
Ci siamo frequentati per tutto il periodo militare. Stavamo bene insieme. Ogni fine settimana mi aspettava all’uscita della caserma e qualche volta siamo andati anche al cinematografo. Con la scusa di vedere una pellicola attendevamo pazientemente le scene più buie per darci un fugace ma appassionato bacio.
Ricordo la prima volta che accadde. Io mi accostai al suo volto e lei fu come scossa, per la prima volta ebbe la conferma che io ero realmente innamorato. A un certo punto fui incerto, distolsi lo sguardo per l’imbarazzo. Tuttavia i battiti cardiaci in aumento e la comune sensazione di piacevole leggerezza erano i segnali che il sentimento corrisposto fosse amore. Fummo superbamente attratti l’uno dall’altra.
Tornai ad ammirare quello splendore di donna. Anche lei mi guardò intensamente sperando segretamente in un interesse recondito che oltrepassasse la reciproca simpatia. Mi fissò la bocca di sfuggita. Io me ne accorsi e intuii il proposito. Mi sentii trepidante ma indeciso. Fui insicuro se attendere, accrescendo così l’ardore, oppure avvicinarmi e baciarla. Le sfiorai il mento con le dita ma al contatto con quella pelle delicata mi sembrò di esagerare, pertanto non trovai la forza di osare oltre.
Lei si girò di lato, forse rassegnata agli eventi. Allora finsi un gesto diverso, più contenuto ma altrettanto intimo. Gli sistemai i capelli dietro l’orecchio e involontariamente le scoprii la parte più sensuale del collo.
«Siamo in tanti a vedere il film…» indicai le altre coppie per districarmi dall’impaccio.
«Può darsi che loro rivolgano lo sguardo altrove.» rispose lei sperando di destare interesse. Mi fissò nuovamente le labbra, esternando il desiderio represso.
In quel momento sentii un fuoco ardere dentro. Compresi che non ci fosse istante migliore. Solo l’audacia mi avrebbe premiato. Mi riavvicinai delicatamente, stavolta con più sicurezza. Lei reclinò leggermente il capo sulla destra. Abbassò le palpebre e dischiuse le labbra, invitandomi a non desistere. Finalmente ci unimmo nel primo appassionato bacio.
Ci fermammo un solo momento per guardarci estasiati. Poi le nostre labbra si cercarono nuovamente, senza più indugi, avide di quel calore che serpeggiava nei nostri corpi, trasformando il sentimento di amicizia in vero amore.
Dopo tre mesi di fidanzamento decidemmo che al mio congedo ci saremmo sposati. Ricordo bene il giorno del matrimonio. Mi sono sentito l’uomo più felice e fortunato del mondo quando l’ho vista entrare dal portone e attraversare il sagrato per poi raggiungermi. Era vestita di bianco. Era raggiante. Era sorridente, la cosa più bella che mi fosse mai capitata.
Rammento anche la promessa di matrimonio scambiataci davanti a Dio: “Prometto di amarti e onorarti, nella salute e nella malattia, finché morte non ci separi…” Lei era finalmente mia e di nessun altro.
La stagione trascorse e l’arrivo dell’inverno si palesò malinconico. I faggi selvatici rinsecchirono spogliandosi della loro chioma rossastra. Persino i colori del monte Cornizzolo persero vivacità, così come gli odori del lago si attenuarono fin quasi a spegnersi.
Durante una tarda sera il cielo si annuvolò annunciando l’arrivo del temporale. I lampi illuminarono a tratti il cielo, scaricando al suolo la potenza dei reboanti tuoni. Dopo che iniziò a piovere udii una fontanella fuoriuscire dalla gronda bucata e scrosciare in una pozza nel giardino.
Accadde tutto in modo repentino. La gioia di una possibile gravidanza fu annientata dal terribile male che in brevissimo le strappò la vita. In quell’ultimo periodo fui così accecato dalla rabbia e schiacciato dall’angoscia che invece di starle accanto, aiutandola ad affrontare le difficoltà e a sopportare il male, la rifiutai. Mi preoccupai solo del mio egoismo, per evitare di scontrarmi con la paura. Preferii la solitudine alla condivisione del dolore. Indossai la maschera dell’indifferenza per nascondere a me stesso quanto fossi vigliacco.
Abbandonai la mia giovane sposa al dolore, incurante del suo silenzio nei confronti della sofferenza che precedeva la morte. Troppo tardi mi resi conto che la sua forza di resistere al male era una reale manifestazione di amore nei miei confronti, utile a non angosciarmi. Che stupido fui a non capirlo subito!
Dopo un momento di silenzio, mi accorsi con stupore che ero stato io a raccontare ogni evento alla fattucchiera.
Mi prese per mano e mi condusse all’esterno, mostrandomi l’orrore di una vita, raccolto in una notte. La corte era illuminata dal rogo. Legata al palo c’era un’anima sconfitta, priva di speranza.
Sussultai scoprendo che fossi lo spettatore di ciò che mi stava succedendo. Mi sentii come un marinaio in balia della burrasca. Mi dimenai tra i flutti per evitare di essere inghiottito dalla solitudine, affogando nelle mie stesse delusioni. Eppure col coraggio della consapevolezza avvertii una vampata di calore avvolgermi. Dopodiché mi sentii trafiggere da mille spade infuocate.
Capii di essermi sempre aggrappato ai ricordi più belli poiché la codardia mi consumava mentre la fantasia non riservava quasi mai alcuna delusione. Non volli alleggerire il peso delle mie colpe ma temetti ancor di più il momento della dipartita.
La fattucchiera chiese un ultimo sforzo, ormai possedevo il vero coraggio di accettare la condivisione del dolore, utile alla purificazione e alla rinascita in una dimensione nuova. Vidi il suo volto trasfigurare nelle sembianze della mia amata. Lei sorrise raggiante, esattamente come l’avevo conosciuta il primo giorno sulla Torre del Barbarossa.
Mi commossi per cotanta bellezza. Al solo pensiero che lei fosse tornata a trovarmi nonostante la delusione del mio trascorso, sentii il mio cuore palpitare.
Seppur la luce del mondo terreno si fosse ormai spenta, ebbi coscienza di trovarmi in una dimensione sconosciuta e inspiegabile che, anche grazie alla presenza della mia amata, mi liberò all’istante dal peso dell’angoscia donandomi un piacevole benessere.
Fummo avvolti da una densa nube bianca e mi parve di attraversare un lunghissimo ponte sospeso nel vuoto. Sentii una gradevole leggerezza dovuta alla nuova realtà. Più che possedere un corpo fisico con una forma definita divenni una essenza eterea, una straordinaria energia simile a un soffio di vento in un cielo perennemente irraggiato dalla Luce Divina.
La sensazione di totale beatitudine fu la chiara evidenza che il vero amore trionfasse sempre. Mi stupii di scoprire che alla fine di ogni viaggio tutto tornasse alle origini, nell’affascinante mistero della natura cosmica. Un intenso profumo di arancio gelsominato e mieloso si diffuse abbracciandomi come un dolce gesto d’amore.
Infine, il lampo abbacinante della Verità universale mi accolse insieme alla mia amata, laddove non è dato conoscere null’altro a qualunque uomo mortale.

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