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Brindisi
15 Gennaio 2026 - 10:22
BRINDISI - Campi interi di carciofi che restano inermi e non raccolti, destinati a deteriorarsi direttamente sulla pianta. È lo scenario che si sta registrando in vaste aree della provincia di Brindisi, dove il crollo del prezzo riconosciuto ai produttori ha reso la raccolta economicamente insostenibile. Se a dicembre 2024 agli agricoltori venivano riconosciuti 80 centesimi a capolino, oggi il valore è precipitato a 10 centesimi, una cifra che non copre nemmeno i costi di manodopera.
In queste condizioni, per molte aziende agricole risulta più conveniente lasciare il prodotto nei campi piuttosto che procedere alla raccolta. Una situazione che non riguarda soltanto i carciofi, ma coinvolge anche cavolfiori, cicoria e broccoli, colture che condividono le stesse difficoltà di commercializzazione. Produzioni locali di qualità elevata che, sempre più spesso, vengono soppiantate da ortaggi importati dall’estero, immessi sul mercato a prezzi più bassi.
A lanciare l’allarme è Gennaro Sicolo, presidente regionale e vicepresidente nazionale di CIA Agricoltori Italiani. Secondo Sicolo, quanto sta accadendo rappresenta un duro colpo per l’agricoltura pugliese, già messa a dura prova da dinamiche di mercato sempre più squilibrate. Il timore è che la situazione possa ulteriormente aggravarsi con l’accordo sul Mercosur, che rischia di favorire le grandi industrie esportatrici, orientate all’abbattimento dei prezzi anche a discapito della qualità complessiva.
Sicolo sottolinea la necessità di un intervento urgente da parte dell’Unione Europea e del Governo italiano, affinché vengano rimesse al centro la redditività delle imprese agricole, l’equità del valore riconosciuto ai produttori e la reciprocità delle regole in termini di standard qualitativi e sicurezza alimentare con i Paesi terzi.
A esprimere forte preoccupazione è anche Giannicola D’Amico, vicepresidente vicario di CIA Puglia, che parla di una crisi che si ripete ormai da anni e che nelle prime settimane del 2026 ha raggiunto livelli particolarmente critici. Il confronto con i prodotti esteri, evidenzia, è impari: costi di produzione più bassi e standard qualitativi e di sicurezza inferiori mettono in difficoltà le aziende locali.
Secondo D’Amico, 10 centesimi a capolino non rappresentano un prezzo di mercato, ma una cifra che finisce per mortificare il lavoro degli agricoltori e svalutare il ruolo strategico dell’agricoltura italiana. Una filiera che, senza correttivi strutturali, rischia di perdere competitività e futuro proprio nei territori a più alta vocazione produttiva.
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