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l'avvocato
18 Febbraio 2026 - 18:17
Urne aperte il 22 e 23 marzo 2026 per il referendum costituzioanle, in gioco il futuro assetto della magistratura italiana tra giudici e pubblici ministeri
Il 22 e 23 marzo 2026 i cittadini italiani sono chiamati a esprimersi su un passaggio fondamentale per la nostra democrazia: il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere nella magistratura.
È importante chiarire subito un aspetto pratico: non è necessario il raggiungimento di un quorum.
A differenza dei referendum abrogativi, questa consultazione sarà valida qualunque sia il numero degli elettori che si recheranno alle urne; la decisione finale dipenderà esclusivamente dalla maggioranza dei voti validamente espressi.
La riforma, già approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025, punta a modificare la Costituzione per distinguere nettamente il percorso professionale di chi giudica da quello di chi accusa.
Oggi, infatti, giudici e pubblici ministeri fanno parte di un unico ordine e condividono lo stesso organo di governo; con questa riforma, invece, le loro strade diventerebbero separate sin dal concorso di ingresso.
Il quesito che troveremo sulla scheda ci chiede se approviamo il testo della legge che introduce queste novità e istituisce la nuova Corte disciplinare.
Votare SÌ significa voler cambiare l’attuale sistema per separare i ruoli della magistratura; votare NO significa mantenere l’assetto attuale, con una magistratura unita sotto un solo organo di governo.
Entrando nel merito tecnico, la riforma poggia su tre pilastri fondamentali che cambierebbero il volto dei tribunali italiani.
Il primo è lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
Invece di un unico organo, verrebbero creati due Consigli distinti: uno dedicato esclusivamente ai giudici e uno ai pubblici ministeri. Entrambi continuerebbero a essere presieduti dal Presidente della Repubblica, per garantire che la magistratura resti autonoma e indipendente da altri poteri dello Stato, ma ogni carriera avrebbe le proprie regole e la propria gestione interna.
Il secondo pilastro riguarda il modo in cui vengono scelti i componenti di questi nuovi organi.
La riforma introduce il meccanismo del sorteggio per individuare i magistrati che faranno parte dei due Consigli Superiori.
Questa scelta è pensata per superare il peso delle “correnti”, garantendo che la gestione delle carriere e delle nomine non dipenda da logiche di appartenenza politica o associativa, ma sia affidata a un sistema più imparziale e trasparente.
Il terzo elemento cruciale è la creazione della Corte Disciplinare.
Si tratta di un nuovo organo previsto direttamente dalla Costituzione che avrà il compito esclusivo di giudicare i magistrati che commettono errori professionali o illeciti.
Oggi questo compito spetta a una commissione interna al CSM; con la riforma, la funzione di decidere sulle sanzioni verrebbe affidata a questa Corte esterna e indipendente, separando chiaramente chi gestisce la carriera dei magistrati da chi deve giudicarne i comportamenti.
Dal punto di vista del diritto, il motivo principale alla base della riforma è il principio del “giusto processo”.
L’idea è che, per assicurare la massima imparzialità, il giudice debba essere non solo libero da condizionamenti, ma anche strutturalmente separato da chi sostiene l’accusa.
In un processo, accusa e difesa dovrebbero trovarsi in una posizione di assoluta parità davanti a un giudice che è “terzo”, cioè che non appartiene alla stessa organizzazione professionale del pubblico ministero.
Chi sostiene la riforma ritiene che questa distinzione sia l’unico modo per dare piena attuazione alla nostra Costituzione, che vuole un giudice equidistante tra le parti.
Chi si oppone, invece, preferisce il modello attuale di “magistrato unico”, sostenendo che la condivisione della stessa cultura giuridica tra giudici e pubblici ministeri garantisca un maggior equilibrio nel lavoro della pubblica accusa.
In conclusione, la decisione del 22 e 23 marzo 2026 non riguarderà solo una questione interna ai tribunali, ma il modo in cui lo Stato garantisce i diritti dei cittadini durante un processo.
Se vincerà il SÌ, inizierà un percorso di trasformazione che richiederà nuove leggi per rendere operativi i due CSM e la Corte Disciplinare.
Se vincerà il NO, l’attuale architettura della giustizia resterà invariata.
Trattandosi di una scelta che incide direttamente sulla Carta Costituzionale, la partecipazione informata è fondamentale per decidere quale modello di giustizia vogliamo per il futuro del Paese.
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