Avrebbe meritato il premio “Nobel” più di qualche altro: come lo avrebbe meritato Benedetto Croce. Lo assegnarono a Grazia Deledda nel 1926, quindi e meritatamente a Pirandello dieci anni dopo.
Quasimodo l’ebbe nel 1959.
Quasimodo aveva iniziato la sua carriera poetica nel 1930 con “Acque e terra” e nel 1932 con “Oboe sommerso”; “Giorno dopo giorno” è del 1947. Qui mi fermo. Ma il punto di rilievo è in quella data quasimodiana del 1930. L’avventura poetica di Ungaretti comincia undici anni prima con “Allegria di Naufragi” che integrava “Il porto sepolto” che Papini salutò con vero entusiasmo e a Udine aveva avuto il battesimo della stampa volente Ettore Serra.
Era un’opera rivoluzionaria; e in cosa consisteva codesta “rivoluzione”? Nella scoperta della parola; e in che senso? Non in quello dannunziano, che pure il “vate” aveva voluto che fosse, quale primo strato della poesia: “la parola è tutto”; ed in vero l’ “Alcyone” presentava, rispetto alla poesia carducciana o crepuscolare una rivoluzione linguistica e strutturale della quale la stessa poesia del dopo trarrà benefiche valorizzazioni. D’Annunzio creava la magia della parola che doveva esprimere il “tutto” dello spirito creativo dell’uomo e per questa visione e vita nuova dell’arte poetica, basterebbe ricordare la celebre “Pioggia nel pineto”.
Tuttavia la rivoluzione ungarettiana aveva altra genesi e, quindi, altra natura lirica. Nasceva la sua poesia, dopo l’esperienza “lacerbiana” in un clima italo-francese nel quale, qui si scrive bene Andrea Zansotto, più che retaggi crepuscolari e futuristi, assursero particolari evidenze le ricerche di Apollinaire che spinse Ungaretti ad interessarsi soprattutto dei simbolisti francesi e a Rimbaud.
Ad Apollinaire invece lo univa il bisogno di una serenità dello spirito, di un porto di felicità. Si trattava non solo di rinnovare l’uso della parola nel senso già esposto, ma di riflettere sulla condizione esistenziale dell’uomo soprattutto dopo la cruenta prima guerra mondiale; in quel vedere l’uomo come una pietra del San Michele, fredda, dura, refrattaria, totalmente disanimata; quel sentire la vita, qui leopardianamente, “inesprimibile nulla, tra un fiore colto e l’altro donato”.
Se D’Annunzio troverà nella “Guerra” il senso di una vita inimitabile tra terra, cielo e mare, tutto preso dal suo eroico furore, Ungaretti nella guerra vede il compagno massacrato con la bocca digrignata. Solo di fronte a quella orrenda umana fine il poeta si sentirà “attaccato alla vita”. Una volontà di vivere che viene dall’immagine della morte innaturale che ogni guerra comporta nel suo assurdo bagno umano di sangue.
Ancora c’è da riflettere su quel primo nucleo di poesie; quell’ “Allegria di naufragi” con quel primiero “Porto sepolto”. Riflettere sulla brevità della parola essenziale scavata nella roccia del cuore di fronte alla tragedia vivente della trincea: quasi una afasia del dire, una scansione del parlare che sembra un balbettare; insomma un linguaggio “puro” come quello di un fanciullino alle prime espressioni della parola; ma un fanciullino apparente perché il poeta Ungaretti ha creato la parola “scavata come in un abisso” che, più che definire una “poetica” è invece la realtà di una nuova sensibilità umana, esistenzialistica.
Le implicazioni semantiche sono non l’effetto di una voce esteriore, ma sono invece la sostanza di una lacerazione dello spirito che Ungaretti porterà sempre nel cuore e nella sua creatività artistica fino al “Dolore” vertice dell’opera sua: fino al “Sentimento del tempo”.
Le novità che Ungaretti ha portato nella poesia italiana sono, su tutto, nella sprovincializzazione non solo del linguaggio, ma del tessuto esistenziale drammaticamente messo alla prova da ciò che poi Montale definirà il “male del vivere”. Ma tale male, tuttavia, sempre temperato da una profonda fede cristiana, è pure nello svolgersi della poesia ungarettiana. C’è però sotto tale dolore (si rilegga la lirica “Tutto ho perduto” dedicata a fratello) un serio e profondo senso della dignità dell’uomo che regga forza morale, o meglio, una quiete che è un’attesa di speranza. “Se tu mi rivenissi incontro vivo / con la mano tesa / ancora potrei, / di nuovo in uno slancio d’oblio stringere, / fratello, una mano”. La lirica è del 1937; dal punto di vista stilistico e metrico c’è da rilevare che fanno apertura versi lunghi, l’endecasillabo, che nella successiva dedicata al fratello, risultano più evidenti. Il discorso dell’anima si dipana in accenti e ritmi più sostenuti e metricamente più luminosi, fino ad arrivare a “La Terra promessa” (Frammenti 1935-1953) dedicata al De Robertis ad apertura della quale c’è “La Canzone” tutta in endecasillabi con rima alternata; un ritorno al Petrarca anche per lo svolgimento di uno stato d’animo (quello del poeta Ungaretti “Oramai so che il filo della trama / Umana, pare rompersi in quell’ora”. “L’ora del nulla? l’ora della morte? La morte accompagnerà sempre il nostro poeta; “Scompare a poco a poco, amore, il sole / Ora che sopraggiunge lunga la sera” (La tua luce), la morte non solo fisica ma degli affetti, delle persone desiderate e amate e scomparse come quella del figlio Antonietto. A cinquant’anni dalla scomparsa di Ungaretti abbiamo dedicato un dovuto elzeviro in attesa di un ampio resoconto di poetica e di poesia, già peraltro redatto da illustri studiosi come si evince dalla copiosissima bibliografia già in luce. Ma era doveroso, oggi, ricordare la figura del poeta non solo per la nuova identità artistica della sua poesia dopo D’Annunzio quanto per aver, primo fra gli altri, guardato all’interno della coscienza umana in immagini di sconforto e di speranza. Una poesia storica, ma non priva di luminosa sacralità.
“Quando ogni luce è spenta / e non vedo che i miei pensieri / un’Eva mi mette sugli occhi / la tela dei paradisi perduti” (da “Sentimento del tempo”, 1932).
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