Cerca

Cerca

Carosino

Il Carusinieddu e altre storie

Quando la tradizione diventa memoria collettiva

La consegna

La consegna

CAROSINO - A Carosino, nel cuore della provincia ionica, esiste una parola che non è soltanto dialetto, ma identità: Carusinieddu. Un termine che i tarantini e non solo, hanno fatto proprio per indicare la gita di Pasquetta fuori porta, ma che per i Carosinesi custodisce un significato molto più profondo, stratificato tra storia, fede e memoria popolare.

La sua origine effettiva affonda le radici nel Quattrocento, in un giorno di Pasqua che avrebbe potuto cancellare per sempre il piccolo casale dell’antica Terra d’Otranto. È il 1462 quando le truppe albanesi di Giorgio Castriota Scanderbeg, chiamate in aiuto contro gli Orsini di Taranto, attraversano queste terre lasciando dietro di sé devastazione. I casali vicinori vengono rasi al suolo quasi tutti e saccheggiati, con numerose vittime, ma Carosino – secondo la tradizione – viene risparmiato. Un fatto che la comunità locale attribuisce da subito all’intercessione miracolosa della Madonna delle Grazie, la cui chiesa sorgeva già allora come punto di riferimento spirituale e sociale del territorio. Da quel momento, il lunedì dell’Angelo diventa per i Carosinesi un giorno di ringraziamento, attraverso festeggiamenti che intrecciano sacro e profano. E mentre la comunità rinnova il voto alla Vergine, i tarantini insieme a molti abitanti del circondario, iniziano da quel periodo a raggiungere Carosino, alcuni a piedi con un bordone da pellegrino e un pasto frugale nello zaino. I più ricchi e nobili invece raggiungono il paesello con carrozze, in calesse, o semplicemente a cavallo munito di grandi finimenti.

È così che la gita fuori porta assume nel tempo un nome ben preciso nel lunedì di Pasquetta: Carusinijdde. Non una semplice scampagnata quindi, ma una sorta di rito collettivo che finisce per unire città e campagna, devozione e convivialità tra le genti. Nel dopoguerra di questo festoso avvenimento se ne occupò persino la stampa locale, ricordando come, questa festa carosinese in onore della Madonna, fosse capace di richiamare folle imponenti di persone, attratte anche dalla fama di quello che era divenuto nel frattempo un santuario frequentatissimo. Il tutto unito al desiderio di partecipare a un evento che apparteneva ormai alla tradizione di tutto il territorio ionico. Col passare dei secoli, la dimensione religiosa si è poi intrecciata sempre di più con quella laica: tavolate all’aperto, musica, incontri, il piacere di ritrovarsi dopo la Pasqua per festeggiare tutti insieme.

Ma il nucleo originario – la gratitudine alla Madonna delle Grazie per lo scampato pericolo – resta tutt’ora inciso nella memoria del paese. Oggi il Carusinieddu potremmo definirlo un patrimonio immateriale che meriterebbe proprio per questi motivi di essere ancora raccontato e custodito, affinchè niente di quell’essenza primitiva vada perduta. Non è soltanto un nome, né una consuetudine stagionale: è la prova che anche i piccoli centri come Carosino, appunto, sanno trasformare un episodio storico in un simbolo identitario, capace di attraversare i secoli e continuare a parlare alle generazioni future. A latere di questa storia e nei tempi correnti, vi parliamo pure di un altro evento forse minoritario per i più, ma egualmente importante affinchè sia conosciuto da molti, soprattutto quando si parla della Madonna delle Grazie di Carosino. 

Insieme alle grandi cerimonie religiose e civili che si sono tenute a Pasqua, l’apposito Comitato Festa con in testa il parroco di Carosino don Filippo Urso, si sono recati a casa della anziana Angela (Lina) Longo, vedova Conzo. Questa oramai anzianotta nonnina era una delle signore che provvedevano a “vestire” pudicamente il simulacro della Madonna, custodito nella chiesa carosinese. L’impegno di Lina Longo partito nel lontano 1958, le è stato tramandato all’epoca da una oramai vecchia sua zia, che non poteva più mantenere fede a questo particolare e personale promessa. L’onore e l’onere sono andati quindi alla nostra Lina Longo sua nipote la quale, per ben 68 anni, ha avuto in custodia i vestiti del manto e delle corone, preoccupandosi con proprie offerte e dei devoti, di farli nuovi, con tessuti a Napoli e persino a Roma. Per questo impegno costante di concreta devozione mariana, Lina Longo tra la felicità di tutti e immaginiamo soprattutto sua, ha ricevuto una pergamena ricordo quale riconoscimento per quanto fatto.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Buonasera24

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Termini e condizioni

Termini e condizioni

×
Privacy Policy

Privacy Policy

×
Logo Federazione Italiana Liberi Editori