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Manduria
05 Aprile 2026 - 06:56
Iniziativa del Sindacato medici italiani - archivio
MANDURIA – Il nuovo episodio di violenza ai danni di un medico riporta al centro dell’attenzione una criticità già più volte denunciata. Nella sede della Continuità Assistenziale cittadina, un professionista è stato aggredito da un paziente che pretendeva una visita domiciliare che non poteva essere accolta a causa delle carenze di organico.
La situazione è rapidamente degenerata: il medico è stato colpito e gli ambienti della struttura danneggiati, confermando un quadro che continua a destare forte preoccupazione tra gli operatori sanitari.
A intervenire è nuovamente il Sindacato Medici Italiani, che parla apertamente di fenomeno ormai sistemico e non più riconducibile a episodi isolati. Il sindacato esprime solidarietà al professionista coinvolto e torna a chiedere interventi concreti.
“I numeri parlano chiaro – ribadisce Mariano Cafagna, segretario regionale SMI Puglia – è un’escalation drammatica che richiede risposte immediate e strutturali”. Secondo il sindacato, gli aggressori sono nella maggior parte dei casi gli stessi pazienti, mentre i contesti più esposti restano i presidi di frontiera, tra cui pronto soccorso e guardie mediche.
Sul tema interviene anche Delia Epifani, che sottolinea le criticità strutturali delle sedi di Continuità Assistenziale. “Non possiamo più accettare che i medici lavorino in condizioni di insicurezza. Le sedi, spesso isolate e prive di adeguati sistemi di protezione, rappresentano uno dei punti più critici. L’episodio di Manduria, nonostante una apparente messa in sicurezza con la collocazione in un presidio ospedaliero, dimostra quanto il percorso sia ancora lungo e debba passare da una profonda rivoluzione non solo negli edifici, ma anche culturale”.
Il sindacato riconosce le iniziative già avviate a livello regionale, come i protocolli tra Asl e Prefetture, ma evidenzia come le misure adottate finora non bastino a garantire una reale tutela del personale sanitario.
“Servono interventi immediati e concreti – conclude Cafagna – con presidi di sicurezza attivi per tutto il turno nelle sedi più esposte, sistemi di videosorveglianza e allarme collegati direttamente alle forze dell’ordine, presenza di personale di supporto e applicazione tempestiva delle norme che prevedono pene certe per chi aggredisce operatori sanitari. Difendere chi cura significa difendere il diritto alla salute di tutti i cittadini”.
L’ennesimo episodio conferma una tendenza già segnalata nei mesi scorsi e riapre il dibattito sulla sicurezza nei luoghi di cura, sempre più spesso teatro di tensioni e aggressioni.
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