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Taranto

“Io, quasi 8 mesi di arresti da innocente: la mia vita distrutta e poi l’assoluzione”

Dall’arresto del 12 agosto alla sentenza del 24 marzo, il calvario di un uomo assolto perché il fatto non sussiste: “Tempo che nessuno mi restituirà”

Aula Gip del Tribunale di Taranto

Aula Gip del Tribunale di Taranto

TARANTO - Otto mesi di arresti domiciliari, con il peso di accuse gravissime, e poi una sentenza che cancella tutto. Il fatto non sussiste. È questa la conclusione a cui è arrivato il giudice per l’udienza preliminare Pompeo Carriere, che il 24 marzo ha assolto un uomo arrestato lo scorso 12 agosto con l’accusa di maltrattamenti, violenze e minacce nei confronti della ex compagna.

Un incubo durato quasi 8 mesi, che ha lasciato segni profondi. “Moralmente distrutto, da incensurato, non abbiamo mai avuto problemi penali nella nostra vita”, racconta il figlio che gli è stato accanto nonostante la lontananza, descrivendo il crollo di un uomo fino a quel momento conosciuto per una vita irreprensibile.

La vicenda nasce da una relazione sentimentale durata pochi mesi, poi finita. Da lì, la denuncia della donna e l’immediata apertura di un procedimento giudiziario che ha portato all’arresto e ai domiciliari con braccialetto elettronico. Un quadro accusatorio pesante, fatto di racconti di presunte violenze fisiche e psicologiche.

Eppure, secondo quanto emerso nel processo, quell’impianto è crollato. “È bastata la dichiarazione di questa donna e qualche foto di ematomi e lesioni che si è scattata da sola, come da lei stessa confermato agli inquirenti ed è scoppiato l'inferno nella mia vita”.

La sentenza ha stabilito che le accuse non erano sufficientemente provate. Ma nel frattempo la vita dell’uomo era stata completamente stravolta. Arresti domiciliari, controlli continui, udienze, spese legali e un peso psicologico enorme.

A salvarlo, almeno sul piano lavorativo, è stata la sua storia personale. Un comportamento sempre specchiato, riconosciuto anche dai vertici dell’azienda in cui lavora, che hanno scelto di non interrompere il rapporto e, anzi, lo hanno sostenuto. Tanto da suggerirgli anche il nome del legale che lo ha difeso, l’avvocato Alessandro Scapati.

Non un dettaglio secondario. Perché affrontare un processo del genere richiede risorse economiche importanti. “Economicamente si è potuto permettere una difesa e una perizia tecnica”, ma non tutti, nella stessa situazione, avrebbero potuto farlo.

Dietro la vicenda giudiziaria resta soprattutto il dramma umano. “Sono stati quasi 8 mesi eterni ma alla fine la giustizia ha prevalso. Il tempo che ci è stato sottratto chi ce lo darà indietro?”, è lo sfogo del figlio.

Parole che raccontano un percorso fatto di tensione e sofferenza, vissuto anche dalla famiglia. A scrivere è il figlio. “Un calvario infinito fatto di avvocati, soldi, udienze, controlli. Tempo che ti viene privato e che nessuno ti può restituire”.

Il racconto si fa ancora più duro quando si entra nella dimensione personale. “Lo sdegno è il nostro, abbiamo fatto enormi sacrifici per tutelare mio padre e la sua salute psicologica”, scrive, ricordando anche le vacanze interrotte e i momenti familiari cancellati. “Siamo passati dal mare, in vacanza a un’aula di tribunale”.

Un’esperienza che, secondo chi l’ha vissuta, lascia ferite profonde. Depressione, bisogno di sostegno psicologico, isolamento sociale. Condizioni che, viene sottolineato, colpiscono anche altri uomini che attraversano situazioni simili, ma di cui si parla poco.

E resta il paradosso finale, racchiuso in una frase. “Nonostante un’ingiustizia simile, bisogna avere fiducia proprio della giustizia”.

La sentenza ha chiuso il procedimento penale, ma non cancella i mesi trascorsi tra accuse, restrizioni e paura. Un’assoluzione piena che restituisce la verità giudiziaria, ma non il tempo perduto, né le cicatrici lasciate da un incubo lungo quasi 8 mesi.

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