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23 Marzo 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Sono Francesco, un professore di matematica della scuola media superiore.
Per ottenere il ruolo, ho dovuto lottare come tanti; mi sono trasferito dal Sud ed ho insegnato in Lombardia per diversi anni. Ho sempre avuto il desiderio di connettermi con gli alunni, convinto di poter dare loro qualcosa delle mie conoscenze. Penso di essere cresciuto con questa predisposizione. Fin da giovane, i miei compagni di classe si rivolgevano a me per avere chiarimenti sulle materie scientifiche ed io ero sempre disponibile.
È stato soprattutto per opportunità che ho frequentato altri due anni di università per ottenere il titolo di insegnante di sostegno. Infatti, avevo desiderio di tornare nella mia regione ed il titolo sul sostegno me ne offriva la possibilità. È giunto il trasferimento ed ora sono qui, in una scuola di periferia, accanto a un bambino non autosufficiente.
Guardo la collega in cattedra che si interfaccia con tutta la classe, mentre io sono seduto a un banchetto e osservo questo povero ragazzo steso su una carrozzina.
Non cammina, non parla, ma guarda; magari si aspetta qualcosa da me. Ho paura di non farcela, di non trovare la strada che mi conduca a lui per il raggiungimento di un qualsivoglia obiettivo.
Lo fisso un po’ angosciato, mentre mi dico:
– Era meglio fossi rimasto a Milano, nella mia classe, con i miei alunni. Avevamo sintonia e apprezzavano il mio metodo di studio. –
Lo riguardo; si dice che spesso questi alunni comunicano col pensiero.
Mi rivolgo a lui mentre penso:
– Forse le mie difficoltà, in questo momento, sono superiori alle tue. Come faremo a capirci! –
Mi sento confuso, inadeguato: io, che ho passato tanto tempo ad indottrinare gli altri, adesso non so cosa fare.
Lui sorride e sembra dirmi:
– Non preoccuparti, ci sono io, ci penso io; in questo sono più esperto di te. –
Sorrido anch’io. Credo che questo sorriso abbia sancito la nostra amicizia. Ogni mattina, quando suona la campanella ed io vado in classe, è già là: mi aspetta perché, appena mi vede, mi dà il suo buongiorno sorridendo. Io gli contraccambio ed inizia la nostra giornata insieme. Stare con lui ha completamente trasformato la mia visione del mondo, le mie priorità, ma soprattutto il mio orgoglio. Un tempo, sentirmi chiamare prof. dagli alunni mi gratificava; ora mi sembra tutto insignificante.
Marco non parla, ma la sua vicinanza mi fa sentire felice.
Senza voce mi sta insegnando l'importanza di esistere, di fare piccoli passi e credere di aver conquistato l'Everest. Infatti, con tanto impegno, abbiamo capito come intenderci: Marco salta sulla sedia ed io capisco le sue emozioni, se è felice o se qualcosa lo turba.
I suoi genitori, durante i colloqui, mi hanno dato qualche dritta. Così ora so che il nonno gli infila in tasca ogni giorno dei soldini per la colazione e che lui intende assolutamente pagare, altrimenti si arrabbia e salta sulla carrozzina.
Questo suo movimento indica gioia e dolore: sta a me interpretarlo. La scuola è un istituto professionale immerso nel verde e circondato da tanto giardino, ideale per portarlo al bar per fare colazione, rigorosamente pagata da lui. La mia collega di sostegno mi dà una mano e, mentre prendiamo un caffè, lo imbocca; poi torniamo in classe.
Mi ostino a lavorare per vedere i suoi progressi e talvolta resto deluso di non riuscire a fare di più.
Un mio collega, nel sentire i miei propositi, mi deride:
– Non ti ostinare, non serve impegnarsi più di tanto; il suo cervello è come un bicchiere, ormai è pieno, non può contenere altra acqua. –
Per me queste parole sono orrende e mi verrebbe voglia di versargli un bicchiere d'acqua in testa per innaffiargli un po’ il cervello.
Sono in un parco, seduto su una panchina, guardo i ragazzi correre, ridere, giocare a pallone e penso a lui. Mi si spezza il cuore mentre mi ripeto:
– È assurdo, Marco non potrà mai sapere com'è bello correre dietro a una palla, sentire l'emozione di fare un gol mentre gli amici esultano e ti abbracciano per la gioia. – 
Mi chiedo:
– Cosa posso realizzare per renderlo felice? –
Poi rifletto:
– Fino ad ora ha fatto tutto lui per me, come lo ripago? Mi ha insegnato l'umiltà, la dedizione; dai suoi occhi ho imparato ad amare e supportare il prossimo nel momento del bisogno, ed io cosa gli offro in cambio? –
Mi sento inutile, impacciato: io che posso camminare, correre, parlare, non trovo il modo giusto per aiutarlo. Forse capisce i miei tormenti; se potesse, quando mi vede con gli occhi tristi, sono sicuro che vorrebbe incoraggiarmi. Mi accorgo che, se sono angosciato, sorride di più: è il suo modo di farmi capire che per lui valgo e che non potrebbe più fare a meno di me. È vero, l'amore si capisce soprattutto con i silenzi.
Arriva la primavera: possiamo passare più tempo all'aperto. Il sole brilla e Marco socchiude gli occhi; chissà se vede, come me, tanti brillantini causati dai raggi splendenti del sole. Ormai frequenta l'ultimo anno e non ha mai partecipato a una gita scolastica perché nessun docente ha mai voluto prendersi la responsabilità per le sue gravi condizioni di salute. Arriva la comunicazione del viaggio di istruzione dell’anno scolastico in corso.
Mi chiedo:
– Come mi comporto? È pesante prendersi un onere del genere. –
Rifletto una notte intera, non chiudo occhio, ma la mattina ho preso la mia decisione:
– Finalmente ho trovato il modo di ripagarlo per quanto ha dato a me. –
Parlo con la collega, le espongo il mio desiderio e le chiedo il suo aiuto. Al suo assenso, mi rivolgo al Dirigente per esporgli il mio proposito:
– È il suo ultimo anno di scuola, lasciamogli un ricordo che lo renda felice tutta la vita. –
Dopo mille insistenze, si convince e mi autorizza.
Iniziano i preparativi. Avviso la madre, che desidera accompagnarci per qualsiasi evenienza, ed anche lei è lieta che il figlio faccia un’esperienza scolastica con tutta la classe.
Marco, quando vede il pullman posteggiato e tutti i suoi compagni salire, capisce che stavolta c'è posto anche per lui. Mi guarda e mi sorride. Una volta su, lo sistemiamo in fondo al pullman, dove c'è più spazio. I ragazzi iniziano a cantare lungo il tragitto; Marco salta: questo è il suo modo di intonare un ritornello con gli amici.
Il tempo è bello e noi ci dirigiamo verso il mare. Dopo ore di viaggio e di risate, alle quali partecipa con gioia, ci fermiamo sul lungomare. Giunti a destinazione, gli indico quella grande vastità di acqua che lo accoglie, sbuffando quasi a salutarlo per la visita.
I suoi occhi sono spalancati per l'ammirazione, le labbra sorridono e, mentre salta per la gioia, anche le mani riescono a muoversi; sembra vogliano abbracciarmi. A questo punto non riesco a farne a meno e sono io che mi abbasso verso di lui e me lo stringo al petto.
La mamma è emozionata, mi guarda con le lacrime agli occhi mentre mi dice:
– Mio figlio è fortunato perché ha incontrato lei. –
– Ecco – penso di nuovo – l'amore per le piccole cose! Questa donna, invece di prendersela col mondo intero perché suo figlio è in questo stato, è felice solo perché sono apparso io sulla loro strada. –
Visitiamo Amalfi, la cattedrale, antichi palazzi e vedo Marco sempre interessato, perché capisce tutto e vuole apprendere. E poi gli amici gli sono vicini, gli parlano e lui è felice perché si sente partecipe di questa comunità scolastica. Non ama pietismo, vuole socializzare, desidera amicizia, amore.
Lo sa di essere diverso, ma è un diverso che vuol far parte del gruppo, desidera integrarsi; in fondo è un giovane ragazzo uguale ai suoi amici. Torniamo a scuola e, come fa il resto della classe, Marco desidera evidenziare le emozioni provate durante questo viaggio. È un alunno tra gli alunni, ci tiene all'interrogazione, risponde con gli occhi, si sforza, ma è felice, ha molta dignità e pretende che nessuno lo ignori. Non è un invisibile: è là in quella classe e ne è fiero. Stamane entro in aula, ma stranamente oggi non c'è; eppure ci tiene a non mancare ai nostri incontri.
Il mattino seguente manca ancora ed io comincio a impensierirmi. Telefono a sua madre, che non mi risponde con la sua consueta tonalità mista di gentilezza e spontaneità. Le chiedo di suo figlio e lei, piangendo, mi racconta che la notte precedente ha avuto una forte crisi respiratoria, per cui il medico del 118 ha ritenuto opportuno ricoverarlo.
Si trova in terapia intensiva, in quanto il problema non è del tutto risolto. Resto di sasso per il dolore; ho appena la forza di chiedere se posso recarmi in ospedale.
Nel pomeriggio sono nel reparto: non mi fanno entrare e guardo attraverso il vetro che ci separa. Scorgo un corpicino esile, tutto coperto da fili di macchinari necessari; vorrei rompere quella porta per assicurarmi che respiri, ma devo abbozzare e chiedo ad un medico.
Mi rassicura:
– Il miglioramento c'è, anche se lieve. –
Preoccupato, torno a casa. Trascorro la notte insonne, vedo solo quel bambino disteso sul letto. Dopo alcune settimane, per fortuna, tutto si risolve. Desidero compiere qualcosa, così invito i compagni e gli insegnanti a fargli visita.
Quando la mamma apre la porta e Marco li vede, si illumina: finalmente il suo desiderio si realizza, gli amici lo amano e lo considerano parte della classe, non un oggetto buttato in un angolo solitario. Riceve tanti abbracci e lui contraccambia con grandi sorrisi. Io sono in fondo. Quando i ragazzi si allontanano, mi vede.
In quel momento sembra scoppiare un terremoto di alta intensità, tanto la carrozzina si muove, ed ha un sorriso che gli riempie la faccia.
Lo abbraccio e gli sussurro:
– Ti aspetto a scuola. –
Tutto torna alla normalità e, col passare dei mesi, ci avviamo al termine dell'anno scolastico. Marco ne soffrirà, perché non vedrà più i suoi amici. Ormai lo conosco: è già da tanto che si sta preparando a questo evento, è abituato alla sofferenza e porterà anche questo peso; tanto nessuno saprà mai quanto è grande il suo dolore. Non ha nemmeno la voce per esprimerlo.
Lo preparo per gli esami e fa un figurone: riceve applausi e complimenti da tutti noi.
Mi rendo conto che la mia sofferenza non è da meno. Mi dispiace di non vederlo più, ma la cosa che mi angoscia è pensare alle sue future giornate solitarie:
– Che ne sarà di lui, che fine farà allorché resterà solo? Sarà uno dei tanti buttato in una casa di riposo alla mercé di qualche anima buona. –
Rifletto. I miei cominciano a preoccuparsi:
– Non esagerare, è un tuo alunno e a questo ne seguiranno altri. Non puoi portare sulle spalle le sofferenze di tutti. Forse è il caso che torni ad insegnare matematica; sei troppo sensibile e non puoi fare l'insegnante di sostegno. –
È vero, il loro consiglio non fa una grinza, ma io sono cambiato dentro. Non ho più priorità ed aspirazioni: volevo fare carriera, tentare il concorso per dirigente. Adesso mi sembra tutto inutile; la vanità non conta nulla quando si scopre il dolore. È giunto il giorno dell'addio: Marco è già nell'ingresso, la mamma è qui per portarlo a casa. I suoi amici lo salutano, tutti lo accarezzano e lui ha un sorriso per ognuno di loro. Io lo so che è un sorriso amaro, ma basta per chi è indifferente.
Arriva il mio turno: mi avvicino, mi guarda, ha più coraggio di me. Gli sussurro che mi sento felice di essere stato il suo insegnante, di averlo conosciuto, ma soprattutto di avere avuto l'onore della sua amicizia. Trovo la forza di salutarlo:
– Addio mio piccolo grande eroe, non ti dimenticherò mai. –
Lo abbraccio forte, gli do un bacio, mi giro dall'altra parte e mi viene da piangere.

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Testata: Buonasera
ISSN: 2531-4661 (Sito web)
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