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Il caso
06 Marzo 2026 - 09:47
Violenza - archivio
BARI - Tutto comincia con segni che una madre non riesce a ignorare. Piccoli lividi sul corpo della figlia, pianti improvvisi, tracce di sangue alla bocca. Episodi che inizialmente nessuno riusciva a spiegare, ma che con il tempo hanno alimentato dubbi sempre più pesanti.
La donna, originaria del Barese, ha scelto di raccontare pubblicamente la propria vicenda solo dopo la conclusione del divorzio, chiedendo di restare anonima per proteggere sé stessa e la figlia. Il suo racconto torna indietro fino al 2019, quando quei segnali iniziarono a diventare sempre più frequenti.
“Nessuno si aspettava potesse essere lui”, dice oggi ricordando quei mesi. “Avevo iniziato a notare lividi sul corpo della bambina, pianti improvvisi e piccoli sanguinamenti alla bocca. Erano segnali che non riuscivo più a ignorare”, spiega.
Il punto di svolta arriva con una decisione presa tra sospetti e timori. La donna decide di lasciare accesa per breve tempo una telecamera domestica. Un tentativo estremo per capire cosa stesse accadendo.
“Sono stata costretta, dopo aver visto quelle immagini, a lasciare casa e ad andare via senza dire nulla”, racconta. La registrazione, spiega, era stata pensata per un altro momento. “Non ho voluto vedere più niente. Sarebbe dovuta servire per il lunedì successivo, quando avrei lasciato la bambina con il padre”.
Quelle immagini, invece, diventano il punto di partenza di un procedimento giudiziario.
In quel periodo la donna si trovava all’estero. Viene contattata e invitata a rientrare in Italia. Prima un confronto in Questura, poi il passaggio davanti al Tribunale. Secondo quanto riferisce, alcuni familiari avevano già segnalato episodi sospetti avvenuti in sua assenza.
Il giudice respinge la richiesta dell’uomo di poter rientrare nell’abitazione familiare e dispone una consulenza tecnica per valutare le capacità genitoriali.
È proprio su quella consulenza che la donna concentra oggi le critiche più dure. Racconta che il professionista incaricato, fin dal primo incontro, avrebbe affrontato la questione in termini diversi da quelli che lei si aspettava.
“Mi parlò subito della necessità di salvare il matrimonio. In quel momento mi sono sentita minacciata e ho riferito tutto al mio avvocato”, sostiene.
Secondo il suo racconto, l’ex compagno sarebbe stato visto dal consulente una sola volta, senza un percorso strutturato né un programma terapeutico. L’impressione, spiega, era che l’obiettivo fosse quello di arrivare a un ricongiungimento familiare.
“Ho avuto la sensazione che si volesse ricomporre la famiglia a tutti i costi”, afferma.
La donna racconta anche di aver cercato di mostrare al consulente il filmato registrato dalla telecamera. “Quando ho provato a sottoporgli il video, mi è stato detto che non voleva visionarlo”, riferisce.
Con il passare del tempo arriva la relazione tecnica. Il documento conclude che il padre sarebbe stato in grado di svolgere il proprio ruolo genitoriale, facendo riferimento anche a un presunto percorso psicologico seguito all’estero.
Durante il processo, però, emerge – secondo quanto racconta la madre – un elemento che continua a sollevare interrogativi. Il percorso psicologico non sarebbe stato svolto direttamente con il consulente nominato dal tribunale, ma risulterebbe basato su documentazione prodotta fuori dall’Italia.
La donna sottolinea un altro aspetto che ritiene rilevante. Quella documentazione proveniente dall’estero, riferisce, non sarebbe mai stata depositata agli atti nel procedimento per maltrattamento.
“Anche se ci fossero stati 5 incontri, non sarebbero stati comunque sufficienti per valutare una situazione di questo tipo”, sostiene.
Parallelamente, sul fronte penale, viene disposto nei confronti dell’uomo un divieto di avvicinamento, misura rimasta in vigore per tutta la durata del procedimento.
Secondo quanto racconta la donna, le immagini registrate sarebbero state considerate particolarmente gravi nella fase iniziale delle indagini. “Quelle immagini sono state ritenute sconcertanti, tanto da non lasciargli la bambina in quella fase”, afferma.
Con il passare del tempo, tuttavia, il peso della consulenza tecnica avrebbe inciso sulle decisioni successive del tribunale civile, fino al riconoscimento dei diritti di visita e frequentazione.
“Mi sono trovata davanti a decisioni che sembravano andare in direzioni opposte”, racconta. “Da una parte c’era il divieto stabilito in sede penale, dall’altra una valutazione civile che gli riconosceva la capacità di fare il padre”.
La bambina, che oggi frequenta la scuola primaria, è seguita da una neuropsichiatra nel Barese. Quando si verificarono i fatti, spiega la madre, non aveva ancora compiuto 1 anno.
Nel corso degli anni la donna ha presentato diverse denunce, sia nei confronti dell’ex compagno sia contro il professionista che ha redatto la consulenza tecnica.
“Sono state archiviate”, afferma.
Parla anche di altre segnalazioni visionate negli uffici della Procura e descrive un contesto che, a suo dire, tende al silenzio.
Con il tempo la sua vicenda personale si è trasformata in un impegno pubblico. La donna racconta di aver iniziato a occuparsi dei diritti delle vittime di violenza e di aver incontrato molte altre madri in difficoltà.
“Durante questo percorso ho conosciuto donne arrivate sull’orlo del suicidio”, dice.
Da quel momento la sua storia è diventata anche una battaglia civile. “Non salverò il mondo, ma non posso stare zitta”, afferma.
Tra le sue critiche c’è anche l’applicazione del cosiddetto Codice Rosso, che secondo la sua esperienza non sempre garantirebbe una tutela efficace e tempestiva alle vittime.
“In nessun Paese si dovrebbe arrivare a questo”, conclude con amarezza. “Prima non ho parlato perché c’erano procedure da rispettare. Ora voglio che si sappia cosa significa affrontare tutto questo: non solo la violenza, ma anche la fatica di farsi credere”.
Una vicenda che riporta al centro dell’attenzione il funzionamento del sistema giudiziario nei casi che riguardano la tutela dei minori, aprendo interrogativi sul peso delle consulenze tecniche e sul difficile equilibrio tra procedimenti civili e penali nelle cause familiari.
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Testata: Buonasera
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