TARANTO - Un’indagine sperimentale condotta tra gli studenti delle scuole superiori della provincia ionica mette in luce un quadro complesso sul fronte della prevenzione oncologica, tra buona consapevolezza dei rischi ambientali e resistenze culturali ancora radicate. A firmare lo studio è Cristian Emanuele Minzera, laureando in Infermieristica alla Sapienza Università di Roma, originario di Taranto.
La ricerca, intitolata “Sfide preventive nel contesto del S.I.N. di Taranto: indagine conoscitiva sulla patologia tumorale polmonare mediante intervento educativo”, si concentra su un territorio classificato come Sito di Interesse Nazionale per l’elevato impatto ambientale, dove il tumore al polmone rappresenta da anni una delle principali emergenze sanitarie.
L’obiettivo dello studio è stato quello di analizzare il livello di alfabetizzazione sanitaria di un campione di studenti liceali della provincia, con un’età media di 18 anni, verificando conoscenze, percezione del rischio e capacità di riconoscere sintomi e fattori predisponenti del carcinoma polmonare. Centrale, nel percorso di ricerca, la valutazione dell’efficacia di un intervento educativo infermieristico strutturato.
I risultati evidenziano un dato significativo sul piano formativo. Dopo l’attività didattica mirata, la capacità dei ragazzi di individuare sintomi sistemici della malattia, come dispnea, dolore toracico e perdita di peso, è cresciuta in modo statisticamente rilevante, con un incremento del 22,8%. Un elemento che conferma il potenziale dell’educazione sanitaria di prossimità nel rafforzare le competenze di base.
Accanto a questo progresso emerge però quello che lo studio definisce un “paradosso preventivo”. Se da un lato il 97,6% degli studenti riconosce nel fumo di tabacco la causa principale del tumore al polmone e l’86,2% individua nell’inquinamento atmosferico un fattore determinante, dall’altro oltre il 67% continua a ritenere, anche dopo l’intervento educativo, che la malattia non sia correlata all’età. Un dato che rivela una persistente sottovalutazione dei determinanti biologici e anagrafici del rischio.
L’analisi qualitativa delle risposte aperte ha inoltre portato alla luce una componente emotiva marcata. Molti studenti manifestano sfiducia verso il sistema sanitario e una certa riluttanza al ricorso tempestivo alle cure, atteggiamento spesso legato a esperienze familiari negative e a quello che viene definito fatalismo ambientale. In un contesto fortemente esposto mediaticamente al tema dell’inquinamento industriale, la percezione del rischio ambientale appare ipertrofica, mentre rimane in ombra la consapevolezza del rischio biologico naturale.
Le conclusioni dello studio indicano un ruolo strategico per la figura dell’infermiere, non soltanto nell’assistenza clinica ma nella costruzione di percorsi educativi capaci di intervenire direttamente nelle scuole e nei luoghi di aggregazione. L’obiettivo è superare una prevenzione fondata esclusivamente sulla paura dell’inquinamento, promuovendo invece una cultura della diagnosi precoce e della responsabilità individuale.
La proposta avanzata prevede l’avvio di un progetto pilota modellato sull’esperienza sperimentale già realizzata, con l’intento di incrementare la consapevolezza collettiva e favorire comportamenti quotidiani più attenti alla tutela della salute. In un territorio segnato da criticità ambientali storiche, la sfida si gioca oggi anche sul terreno dell’educazione e della fiducia nelle istituzioni sanitarie.
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