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Lo studio
18 Febbraio 2026 - 12:00
Olio di oliva extravergine
BARI - L’industria dell’olio d’oliva italiana cresce nei mercati ma arretra nella produzione. È il quadro che emerge dall’aggiornamento pubblicato dall’Area Studi Mediobanca, un’analisi che confronta il comparto oleario con il resto dell’alimentare e fotografa le dinamiche nazionali e internazionali più recenti.
Nel biennio 2024-2025 la produzione mondiale ha registrato una netta ripresa raggiungendo 3,6 milioni di tonnellate, con un aumento del 38 per cento rispetto all’annata precedente. La crescita riguarda quasi tutti i principali produttori. La Spagna consolida la leadership con il 36,1 per cento del totale mondiale e un incremento del 51 per cento. Seguono Turchia con +109,3 per cento, Tunisia con +54,5 per cento e Grecia con +42,9 per cento.
In controtendenza l’Italia che registra un calo del 31,8 per cento riducendo il proprio peso dal 12,7 per cento al 6,3 per cento della produzione mondiale.
Prezzi più alti e consumi in calo
La riduzione dell’offerta nazionale continua a mantenere elevati i prezzi dell’extravergine italiano. Tra inizio 2024 e inizio 2025 le quotazioni spagnole e greche si sono quasi dimezzate passando rispettivamente da 8,8 a 4,1 euro al chilo e da 8,3 a 4,2 euro al chilo. L’olio italiano, quotato a Bari, è rimasto oltre 9 euro al chilo fino al calo di novembre 2025, quando è sceso a 7,58 euro, comunque pari a 1,5 volte quello greco, 1,7 volte quello spagnolo e oltre il doppio di quello tunisino.
I consumi mondiali sono tornati a crescere con +15,3 per cento superando 3,2 milioni di tonnellate. In Italia però si registra una flessione del 4 per cento, mentre la Spagna cresce del 14,3 per cento e gli Stati Uniti dell’8 per cento. Il nostro Paese resta terzo per consumi con il 12,3 per cento della quota globale.
Export rilevante ma bilancia in rosso
L’Italia mantiene un ruolo centrale nel commercio internazionale con esportazioni pari a 2,8 miliardi di euro, seconde solo alla Spagna, e importazioni di 2,9 miliardi. Oltre metà dell’export è diretto verso Stati Uniti 32,2 per cento, Germania 14 per cento e Francia 6,8 per cento. Le importazioni arrivano soprattutto da Spagna 56,8 per cento, Grecia 17,5 per cento e Tunisia 14 per cento.
La bilancia commerciale resta negativa anche se nel 2024 il deficit si è ridotto a 19 milioni di euro. La produzione interna prevista per il 2025-2026 è di 300mila tonnellate, insufficiente rispetto ai consumi di 470mila tonnellate, rendendo necessario importare oltre 570mila tonnellate.
Puglia prima regione italiana
Dal 2014 al 2024 la superficie agricola dedicata agli olivi è diminuita del 7,1 per cento. La Calabria resta la regione con maggiore incidenza di superficie coltivata, ma la Puglia è la prima per produzione con il 45,1 per cento del totale nazionale. Seguono Sicilia 10,7 per cento e Calabria 10,3 per cento.
Sempre pugliese il primato della produzione media per frantoio con 155,6 tonnellate, contro una media nazionale di 59,9 tonnellate. La resa maggiore delle olive si registra invece in Calabria con il 19 per cento, mentre la Puglia si attesta al 16,1 per cento.
Le produzioni certificate Dop e Igp rappresentano il 32,3 per cento del comparto europeo ma incidono solo per il 2 per cento del valore produttivo nazionale. Il prezzo medio all’origine dell’extravergine convenzionale è di 8,5 euro al litro contro 9 euro del biologico, differenza che cresce allo scaffale fino a 12,3 euro al litro.
Industria in crescita ma margini ridotti
Nel periodo 2015-2024 i principali produttori italiani hanno aumentato il fatturato medio del 7 per cento annuo, più dell’intero settore alimentare e quasi il doppio della manifattura. L’export è cresciuto del 9 per cento annuo e oggi vale il 35,4 per cento dei ricavi.
Nonostante la crescita, la redditività resta bassa con un margine operativo medio del 2,6 per cento, inferiore agli altri comparti alimentari. Migliore invece il ritorno sul capitale investito pari al 6,6 per cento.
Il comparto si distingue per l’intensità degli investimenti, cresciuti del 10,1 per cento annuo nell’ultimo decennio, anche se il rapporto tra investimenti e fatturato resta contenuto all’1,1 per cento. L’occupazione è aumentata dello 0,9 per cento annuo con una retribuzione media di 66mila euro per dipendente.
Lo studio evidenzia quindi un settore dinamico sui mercati internazionali ma strutturalmente fragile nella produzione interna, con la Puglia protagonista quantitativa e l’Italia ancora protagonista commerciale.
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