Cerca
La storia
10 Febbraio 2026 - 07:47
Il questore Vito Plantone e il giornalista Arnaldo Giuliani
NOCI - Il questore Vito Plantone, originario di Noci in provincia di Bari, quando sedeva a tavola con gli amici più stretti amava raccontare alcuni episodi dei lunghi anni trascorsi soprattutto nella questura del capoluogo lombardo, città amata ma mai quanto il suo paese natale, di cui esaltava spesso il centro storico, pulito, ordinato, ricco di fiori e architettonicamente prezioso.
Lo sentii mentre lo elogiava quando era dirigente del commissariato Ticinese, in via Tabacchi, dove nel discorso di presentazione disse: “La polizia è a disposizione dei cittadini, quindi, mi raccomando rispetto e cortesia”. I collaboratori, “in primis”, l’ispettore capo Armando Sales, poliziotto preparatissimo, intelligente e sempre disponibile a risolvere i problemi di chi si rivolgeva all’istituzione, lo ascoltarono con molta attenzione; e dopo il brindisi il “capo” fece l’elogio della sua città e delle sue mozzarelle e del clima che si respira nel borgo antico, nel silenzio e nella tranquillità.
Vito Plantone era un gentiluomo. Era cortese anche con i malacarne che mandava al fresco. E ne vide tanti e altrettanti ne interrogò. Anche loro sono persone, diceva. Con i giornalisti, rompicollo per dovere, cani da tartufo, mangiatori di polvere e consumatori di scarpe, amministrava le notizie in modo che se c’erano indagini in corso non ne risentissero. Non faceva favori, anche se aveva stima per qualcuno di loro. Arnaldo Giuliani, trottatore de “Il Corriere della Sera”, poi diventato capocronista, godeva della sua stima, ma non ha mai ricevuto cibo più degli altri. “Quando arrestavamo qualche qualche pezzo grosso i cronisti erano assiepati fuori da ore e magari al freddo; io uscivo e loro mi circondavano vociando. Capivo che avevano bisogno di particolari, e dicevo quello che potevo dire”. Ma qualche cronista funambolo cercava altre strade: c’era sempre un trombettiere amico che gli forniva il piatto.
Nell’esercizio delle sue funzioni Plantone parlava poco con chiunque: era riservato, lontano dall’enfasi e schivo. Ero suo amico, ma non ne ho mai approfittato: aspettavo che dicesse a me quello che aveva detto agli altri; e se avevo ricevuto notizie per vie traverse, correvo il rischio d’infrangere un’amicizia vera ed affettuosa. Osservava dei canoni che condivideva con Mario Nardone, il mito, con il quale aveva lavorato: “Mai fare nomi, quando si rispolveravano storie: “Anche se una persona ha fatto parte della malavita, non è giusto fare sempre l’elenco delle azioni compiute. Hanno anche loro famiglie, magari anche figli che frequentano l’università o posso essersi rimessi sulla buona strada e ripetere vecchi fatti non è giusto. Quando fu nominato questore di Catanzaro e lasciò il quarto distretto di via Poma, dove in ufficio aveva una voliera con dentro canarini molto ciarlieri, dopo qualche mese presi un volo e andai a trovarlo.
“Stai il tempo che ci vuole – mi disse il capocronista e vicedirettore Guido Gerosa, un intellettuale di grande rilievo – ma telefona appena hai l’intervista. A te non la negherò”. Plantone venne a prenderli all’aeroporto e mi portò al ristorante, assieme all’autista, a mangiare il pesce. E l’intervista cominciò tra una spaghettata con le vongole e un sarago. “Come ti trovi in questa città, tu che eri il re delle notti milanesi? “Passo le serate passeggiando con l’autista tra i miagolii dei gatti. All’improvviso feci un nome. E lui: “Allora”. “Gradirei che mi raccontassi le fasi del suo arresto dopo la rapina alla Stefer di Roma nel ‘71”. “A patto che tu mi dia la tua parola che non farai nomi”. Dopo una decina di minuti di ping pong, io ad argomentare e lui pure, raggiungemmo l’accordo.
“Girai mezza Italia, bussando alle porte giuste, stimolando risposte alle mie domande e quando sembrava che i rapinatori si fossero liquefatti, ebbi la dritta e arrivai in un albergo di lusso siciliano. A chi mi venne incontro dissi che volevo prima visitare i luoghi e così arrivai alla piscina, dove due dei “duristi” con le compagne erano sul bordo. Uno dei due guardò il borsello e io gli dissi: ‘ Lascia stare la pistola, non complicare la situazione’. Non fu impresa facile”. Eravamo nella sua abitazione, dove mi ospitò per due giorni. Guai se mi fossi permesso di dire che preferivo andare in albergo”. Tra l’altro mi riferì che un Natale gli si presentò davanti una signora, che sorridendo gli consegnò una penna di poche lire, dicendogli: “E’ un omaggio che le farà scrivere rapporti meno severi”. Si alzò, restituì l’oggetto e salutò la donna con modi da cavaliere. Era grande, anche un mito e tale lo consideravano in ogni sua destinazione: Brescia, Livorno, Palermo, con Mario Jovine prefetto, altro nome di prestigio della questura milanese, come Enzo Caracciolo, Antonio Pagnozzi… che quando era capo della squadra mobile pianse davanti ai corpi massacarti dai terroristi, Tatulli, Cestari e Santoro, l’8 gennaio dell’80, sotto il ponte di via Schievano a Milano.
Poi tutti divennero questori, ma i loro nomi in via Fatebenefratelli veniva spesso ricordato con riguardo. Soprattutto dai marescialli “suoer”, come Ferdinando Oscuri, di San Ferdinando di Puglia, e Giannattasio, due colonne (il primo aveva spesso convocato in questura il famosissimo Joe Adonis, per sapere con quali mezzi si mantenesse a Milano e quello si mostrava una bocca cucita, come faceva in America. Erano quelli tempi molto diversi da quelli, diceva Plantone. Chi stava sull’altro fronte aveva rispetto per la polizia. E fece un esempio: una sera un gruppo di poliziotti dirigente delle varie sezioni andarono con le mogli in un ristorante dignitoso e mentre stavano per sedersi notarono la presenza di quattro o cinque malavitosi acculati a un tavolo. Questi non attesero l’arrivo dei piatti ordinati, ma si alzarono e uscirono. Dopo dieci minuti un ragazzo portò un mazzo di fiori rossi per le signore.
“Oggi sparano contro i poliziotti”. Quando era con gli amici Vito Plantone cambiava: raccontava barzellette, prendeva in giro per scherzo il più buontempone. Quando poi la compagnia si sfoltiva e si rimaneva in pochi, compreso Costantino Muscau, inviato speciale del “Corriere” sardo e mezzo nocese, avendo sposato la cugina di Plantone, Mari, lo sollecitavamo a episodi eclatanti da lui vissuti. Ad uno di questi assistetti in parte personalmente: ero nel suo ufficio di capo antirapine, quando ricevette una telefonata da Roma che lo avvertiva di una banda di rapinatori partita per Milano. Io uscii e lui convocò i suoi migliori collaboratori, tra cui Oscuri per preparare un piano. Il giorno dopo seppi di una sparatoria in via Palmanova e dell’arresto della combriccola. Quando il 30 aprile dell’80 da San Vittore evasero una ventina di detenuti, fra malavitosi e terroristi.
Alcuni vennero presi subito o quasi; il capo, che aveva sparato contro due poliziotti penitenziari che cercavano di tener chiuso il portone principale riuscì ad eclissarsi e Plantone si mise a cercarlo da solo, partendo da viale Papiniano, mentre la moglie a casa trepidava, avendo seguito l’avvenimento alla televisione. Vito era un pozzo di San Patrizio: custodiva memorie interessanti per chi si occupava di nera. Era in pensione e pur rimanendo un fedele servitore dello Stato rifiutava ogni proposta che i giornali gli facevano di raccontare i fatti più rilevanti. Jovime accettò l’invito della televisione e partecipò a parecchie trasmissioni, Vito no. E no disse anche a Enzo Catania, diventato direttore del “Giorno”. Incaricò me di convincerlo, ma feci un buco nell’acqua.
Andavo a fargli visita anche a Noci con mia moglie e ogni volta era una festa. Vito andava personalmente ad ordinare le salsicce che dovevano trionfare sulla tavola allestita nella campagna del cognato Lino, con la moglie Isa, le figlie, i nipoti, i generi, qualche amico. E si faceva tardi. Quando le cene si svolgevano a casa sua, a Milano, partecipavano suoi colleghi che conoscevo, come il questore di Mantova Mazzilli, che avevo incontrato in piazza Prealpi quando era colonnello della Stradale; e a volte anche il tarantino Bellino, che aveva una galleria d’arte in via Solferino ed era rimasto fedele al nostro dialetto. In queste occasioni Vito non parlava mai di malandra e di imprese criminali. Come Jovine, Caracciolo, Pagnozzi e Nardone avevano fatto la storia di via Fatebenefratelli. Conoscevano i nomi, i cognomi, le specializzazioni, i covi, i caratteri dei banditi, ma non si doveva mai chiedere come si comportavano negli interrogatori i pescicani. Se perdevano la baldanza e diventavano mansueti non l’avrebbero riferito mai. Per rispetto, riservatezza.
I più letti
Testata: Buonasera
ISSN: 2531-4661 (Sito web)
Registrazione: n.7/2012 Tribunale di Taranto
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Piazza Giovanni XXIII 13 | 74123 | Taranto
Telefono: (+39)0996960416
Email: redazione.taranto@buonasera24.it
Pubblicità : pubblicita@buonasera24.it
Editore: SPARTA Società Cooperativa
Via Parini 51 | 74023 | Grottaglie (TA)
Iva: 03024870739
Presidente CdA Sparta: CLAUDIO SIGNORILE
Direttore responsabile: FRANCESCO ROSSI
Presidente Comitato Editoriale: DIEGO RANA