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Grottaglie

Caso Porto Franco: la solidarietà non può andare all’asta

​I responsabili del centro rispondono al Sindaco: «Il servizio sociale non è un business. Il Codice degli Appalti tutela la continuità educativa, non solo il mercato»

Il centro Porto Franco gestito dalla cooperativa Futura Dust

Il centro Porto Franco - archivio

GROTTAGLIE - Il futuro del Centro “Portofranco”, baluardo cittadino per l’assistenza ai disabili adulti, approda ufficialmente nell’arena politica. Dopo settimane di silenzio e incertezze, il Sindaco ha rotto gli indugi con un comunicato che, se da un lato garantisce la permanenza della struttura negli attuali locali fino al 31 dicembre, dall’altro apre una voragine di dubbi sulle modalità di gestione futura.

Al centro della contesa c'è assolutamente la visione stessa di "servizio alla persona". L'amministrazione sembra intenzionata a procedere tramite un avviso pubblico basato sulle logiche della concorrenza di mercato, una scelta che ha spinto i responsabili del Centro a una replica ferma e accorata. «Assistere disabili non è come gestire un’area commerciale o un palazzetto dello sport», scrivono da Portofranco, citando l'Articolo 128 del Codice degli Appalti per ricordare che, in questi ambiti, la qualità e la continuità del rapporto educativo devono prevalere sulla logica del massimo ribasso o del profitto.

Il rischio, secondo gli operatori, è che un'asta pubblica trasformi vent'anni di legami, emozioni e progressi terapeutici in una "cinica opportunità di business". La data chiave è ora il 4 febbraio, giorno dell'incontro al Comune, dove si capirà se l'amministrazione sarà disposta a un dialogo diretto o se procederà sulla strada del Codice dei Contratti Pubblici.

Di seguito riportiamo integralmente il comunicato diffuso dal Centro “Portofranco”:

«Ringraziamo il sindaco per averci finalmente detto qualcosa in merito al rischio di chiusura del centro “Portofranco”, e per le belle espressioni avute al nostro riguardo, descrivendoci nel suo comunicato come «una realtà significativa per il territorio, capace di offrire percorsi educativi, laboratoriali e di inclusione a persone con disabilità».

Certo, avremmo preferito una risposta diretta e non tramite la stampa; così come avrebbe fatto piacere una interlocuzione privata e non la notizia di una discussione pubblica, peraltro all’interno di un consiglio comunale straordinario, nel quale non è neanche chiaro se potremmo avere diritto di parola, di tribuna.

Sia chiaro: noi siamo stati costretti a dialogare tramite i media, esclusivamente perché il sindaco, e l’amministrazione, da qualche tempo si erano mostrati indisponibili a ogni nostra richiesta di interessamento: ci fa piacere sapere che adesso, invece, la sorte dei 32 ragazzi disabili e delle rispettive famiglie sia finalmente tornato al centro dell’agenda politica cittadina.

Così come apprendiamo, e con un certo sollievo, che il Comune consentirà la prosecuzione delle attività del Centro “Portofranco” negli attuali locali fino al 31 dicembre (come ha scritto il sindaco nel suo comunicato).

D’altro lato, però, ci preoccupa, e non poco, l’idea dell’amministrazione di voler predisporre un avviso pubblico per l’affidamento dei locali, attraverso il ricorso al mercato.

Non è chiaro, infatti, cosa voglia dire il Sindaco al riguardo: si farà una gara economica per decidere come utilizzare questi immobili? O si deciderà soltanto a che prezzo proseguire il servizio? O si terrà un’asta pubblica alla ricerca del miglior offerente com’è previsto un qualsiasi altro appalto?

Perché in quest’ultimo caso, forse, si dimentica che un servizio sociale non è un’attività economica come tutte le altre: assistere disabili adulti in un centro diurno non è la stessa cosa che mettere all’asta l’area commerciale del mercato del giovedì, o la gestione del palazzetto dello sport (con tutto il dovuto rispetto per quei meritori operatori).

Ricorrere alla concorrenza significa indirizzare il servizio pubblico verso operatori selezionanti attraverso il principio economico del massimo rendimento con il minimo sforzo.

Noi, invece, abbiamo sempre operato verso la disabilità e la marginalità seguendo altri principi: dando sempre il massimo sforzo, anche laddove il risultato era minimo.

Perché questa è la solidarietà, l’assistenza alla persona, la cura della disabilità: il servizio è pubblico, ma è anche sociale.

Gli operatori del terzo settore sono privati che svolgono un’attività che il mercato non può garantire perché non può sostenersi da solo, ha bisogno di un contributo, anche minimo, del pubblico. Anche semplicemente, come nel nostro caso, la messa a disposizione, anche mediante locazione, di un immobile.

E senza mettere inutilmente a rischio un servizio semplicemente per assecondare la logica del massimo profitto.

Vogliamo tranquillizzare il Sindaco: non c’è assolutamente nulla di illegale o di poco trasparente nella nostra richiesta.

È lo stesso Codice degli Appalti, che il Sindaco conosce bene, e in particolare l’art. 128, a stabilire che per l’affidamento e l’esecuzione di servizi alla persona come il nostro (ben inferiore alla soglia europea di 750mila euro), il metro di valutazione per l’affidamento non deve essere la concorrenza, ma «la qualità, la continuità, l’accessibilità, la disponibilità e la completezza dei servizi, tenendo conto delle esigenze specifiche delle diverse categorie di utenti, compresi i gruppi svantaggiati e promuovendo il coinvolgimento e la responsabilizzazione degli utenti».

La scelta di rivolgersi al mercato, in questi casi, deforma il servizio sociale, forzandolo al perseguimento esclusivo di un’opportunità di guadagno, alienando del tutto l’interesse dell’utente.

La ventennale e continuativa esperienza vissuta dai nostri ragazzi disabili, fragili, emarginati e ultimi, e dalle loro famiglie, e dai nostri operatori, non dovrebbe mai essere “messa all’asta”.

Le speranze, le gioie, le emozioni, i benefici avuti dai nostri utenti e dal nostro territorio non possono trasformarsi in una cinica opportunità di business per qualche avido speculatore. Come se ne scorgono tanti in giro, e purtroppo, talvolta, anche nel terzo settore.

Confidiamo nella possibilità di trovare una soluzione, e speriamo di poter contribuire al dibattito pubblico che il Sindaco ha inteso lanciare a proposito del futuro del Centro, sgombrando il campo da inutili e dannosi fantasmi, come le infondate e rischiosissime suggestioni di guadagno, che la disciplina nazionale ed europea dei servizi alla persona ha inteso scongiurare.

Ci rivediamo il 4 febbraio, speriamo in quell’occasione di poter avere un dialogo proficuo. »»»

Il comunicato di Portofranco solleva una questione di principio fondamentale sul ruolo del Terzo Settore nella società moderna. Mentre l'amministrazione sembra muoversi seguendo un binario di prudenza burocratica, l'associazione richiama il primato della funzione sociale.

L'aspetto più critico riguarda l'uso dell'Articolo 128 del Codice degli Appalti. La normativa vigente, infatti, riconosce che i servizi sociali non sono merci. Se la politica cittadina riduce l'assistenza ai disabili a una questione di locazione immobiliare o di "miglior offerente", rischia di smantellare un tessuto di fiducia costruito in vent'anni. La sfida del 4 febbraio sarà capire se il Comune saprà declinare la legalità attraverso la lente della solidarietà, o se preferirà la via più semplice e fredda del mercato».

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