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Bari

Vigilesse e contatti con il clan, la Procura generale si schiera per il licenziamento

Appello contro la reintegra decisa dal giudice del Lavoro. Per l’accusa le agenti hanno riconosciuto un potere mafioso superiore a quello istituzionale

La sede della Polizia Locale di Bari

La sede della Polizia Locale di Bari

BARI - La Procura generale presso la Corte d'appello di Bari ha deciso di affiancare il Comune di Bari nel giudizio di secondo grado per ottenere il licenziamento di 2 agenti della Polizia locale, ritenendo prevalente l’interesse pubblico. Al centro della vicenda il comportamento delle due vigilesse che, secondo l’accusa, avrebbero contattato Fabio Fiore, indicato come uomo di fiducia del clan Parisi, per punire un cittadino che, dopo aver attraversato un incrocio con il semaforo rosso, le avrebbe insultate.

Per la Procura, quel gesto rappresenta una scelta precisa e incompatibile con il ruolo ricoperto. Le agenti, “prendendo il telefono e chiamando un esponente di un clan mafioso”, avrebbero riconosciuto il potere criminale come superiore a quello legale, incarnato dal comandante e dall’istituzione che rappresentavano. Una condotta giudicata inconciliabile con la divisa e con i compiti affidati, per la quale, secondo l’accusa, non esistono alternative al licenziamento.

La vicenda giudiziaria ha già conosciuto un primo passaggio rilevante. Nel luglio 2025 le 2 dipendenti erano state reintegrate in servizio dal giudice del Lavoro, che aveva annullato il provvedimento di licenziamento adottato dal Comune nel marzo 2024. Il procedimento disciplinare traeva origine dall’inchiesta Codice Interno, che aveva portato all’esecuzione di 130 misure cautelari nell’ambito di presunti episodi di voto di scambio politico-mafioso legati alle elezioni del 2019.

Secondo il Tribunale del Lavoro, la sanzione espulsiva non era proporzionata ai fatti contestati, ritenendo che contatti telefonici sporadici con un soggetto ritenuto di spessore criminale non potessero, da soli, giustificare il licenziamento. Da qui la decisione di sostituire il provvedimento con 2 mesi di sospensione dal servizio.

Una valutazione che non ha convinto il procuratore generale Leonardo Leone de Castris e il sostituto procuratore generale Francesco Bretone, i quali hanno scelto di sostenere l’amministrazione comunale nel giudizio d’appello. Nelle loro conclusioni, i magistrati sottolineano come legittimare il potere mafioso indossando una divisa non sia un fatto lieve ma gravissimo e inaccettabile, configurandosi come un’offesa verso chi, nelle forze dell’ordine e nelle istituzioni, combatte quotidianamente i clan, anche mettendo a rischio la propria vita.

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