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Taranto

Il centro storico tra memoria, fragilità e nuove prospettive di rigenerazione

Dalla crisi demografica alla sfida dell’housing sociale: il recupero dell’isola come infrastruttura culturale e urbana per il futuro della città

La Città Vecchia di Taranto vista dall'alto

La Città Vecchia di Taranto vista dall'alto

TARANTO – Nel 1861 il centro storico di Taranto, con un’estensione di 24 ettari, contava 24.833 abitanti, tutti concentrati all’interno delle mura. La precarietà di quei luoghi, già nella seconda metà dell’Ottocento, imponeva alla proprietà di media e alta borghesia, in fuga verso la città nuova, l’obbligo di puntellare gli stabili pericolanti. Oggi la popolazione residente è di appena 3000 abitanti.

Si avverte tuttavia la percezione di un luogo che pur con evidenti problematiche, ha margini di crescita più elevati rispetto agli altri quartieri della Città. Necessita di una volontà amministrativa, che governi una crescita che potrebbe rendere ancora più inabitabile l’isola, trasformandola in un luogo di consumo e non di produzione di cultura, comunità, innovazione, saperi e di una rinnovata visione di vivere la Città.

Il recupero del Centro storico di Taranto non è affrontabile esclusivamente con l’avvio di nuovi cantieri, ma con il recupero e la valorizzazione del contesto urbano, nel senso che richiama una dimensione cittadina, dove umanità, storia, tradizioni, cultura, educazione, economia civile, turismo e partecipazione si intrecciano inevitabilmente.

Qualcosa dunque che vada in continuità con la strada già tracciata dal Piano particolareggiato per il risanamento ed il restauro conservativo della Città Vecchia di Franco Blandino:
“l’impegno nel non tener disgiunti gli aspetti socio-demografici da quelli tecnico-architettonici, poiché è stato assunto fin dall’inizio come valido il postulato fondamentale che la conservazione dell’antico complesso edilizio è legata alla conservazione del suo contenuto sociale.”

Tuttavia, salvo rare eccezioni, è provato che il programma di riuso degli edifici abbandonati ha incontrato forti resistenze che rendono necessario ripensare il ruolo dell’azione urbanistica che, nel suo fare ordinario, nei suoi strumenti progettuali e regolativi, non sembra particolarmente attrezzata per affrontare questa incombente realtà in cui il patrimonio costruito abbandonato tende a divenire uno scarto, quando potrebbe proporsi una nuova condizione di valorizzazione economica del volume abbandonato.

A mia memoria alcuni manufatti del centro storico hanno conosciuto stagioni di abbandono, disinteresse e degrado per poi essere consolidati, recuperati, a volte reinterpretati e comunque restituiti alla pubblica utilità. È rimasto tuttavia latente l’interesse privato, nonostante l’iniziativa delle case a un euro che mal si concilia alle politiche di housing sociale, rendendo ancora più complessa la residenzialità stabile, incentivando esclusivamente gli unici investimenti attualmente redditizi, ovvero le strutture ricettive, replicando modelli rilevatisi altrove insostenibili in assenza di visione e regolamentazione.

L’attivazione di forme di riuso possono configurarsi come risorse per i processi di rigenerazione urbana quando le esigenze di interesse collettivo incontrano l’interesse privato per evitare il degrado definitivo di un patrimonio immobiliare, facendo sì che la rendita creata si faccia in parte carico dell’onere di questa rigenerazione.

Ciò che rende originale e innovativa l’iniziativa di Partenariato Pubblico-Privato con lo strumento del leasing del progetto Social Housing del Comune di Taranto sta nel fatto che si propone di riutilizzare non un singolo immobile ma un intero comparto del centro storico. Una vasta porzione dell’isola che gravita nell’area del cosiddetto “salto di quota”, delimitato ad est da Postierla Via Nuova e vico Novelune; a nord da Via Di Mezzo e da un tratto di Via Garibaldi; ad ovest da Via e Vicoletto Pentite e da Vico Abbastante; a sud da Via Duomo.

Una prima fase di prossima cantierizzazione riguarda il consolidamento degli edifici a “rustico”; la seconda per la realizzazione delle finiture e impianti per rendere gli stessi abitabili che vede come soggetto attuatore il privato. 128 unità, di cui 17 residenze collettive, per una superficie complessiva stimata di mq 24.000 e quella utile abitabile di circa 11.000 mq, per 473 residenti insediabili e 97 unità destinate ad attività commerciali e o produttive.

Ricordo che gli ultimi interventi di queste dimensioni realizzati nel territorio amministrato risalgono all’utilizzo della legge 167, che obbligava i Comuni con una popolazione di oltre 50.000 abitanti a definire urbanisticamente un piano delle zone del loro territorio da destinare alla costruzione di alloggi a carattere economico popolare, nonché delle opere e servizi complementari, urbane e sociali, comprese le aree a verde pubblico. Tuttavia la carenza degli stanziamenti, dagli anni 80 a oggi, ha visto una contrazione del 90%.

Una gestione pubblica inadeguata e insufficiente, aggravata dall’estendersi della fragilità abitativa a una fascia sempre più vasta di popolazione, con la conseguente crescita della domanda di edilizia residenziale fossilizzata e di affitti insostenibili.

Il progetto prevede la realizzazione di Edilizia residenziale sociale, avendo come finalità quella di migliorare la condizione delle persone, favorendo la formazione di un contesto abitativo dignitoso e dinamico, all’interno del quale sia possibile non solo accedere a un alloggio adeguato in un ambiente sostenibile, ma anche creare relazioni umane coese e costruttive.

Il recupero e la massima valorizzazione del patrimonio edilizio storico, nell’ambito tematico della nuova residenzialità, descrivendo una forma spaziale sociale dell’abitare, fa dello spazio pubblico l’asse portante della trasformazione, definendo una maggiore permeabilità e accessibilità, in cui il recupero della dimensione pubblica dello spazio urbano definisce un progetto di innovazione sociale.

Il limite architettonico della tipologia edilizia, composta da spazi minimi privati, ispirandosi alle forme dell’abitare storico della Città Vecchia, viene superato nel prolungamento naturale della residenza privata nello spazio pubblico.

Un intervento pilota, una scommessa replicabile, mirata a rendere il centro storico fruibile a tutti, nonostante le sue peculiarità morfologiche. Segno evidente che la conservazione e il riutilizzo del patrimonio materiale e immateriale della nostra Città sono da considerare come la “nuova infrastruttura” per generare economie legate al territorio per le nuove generazioni.

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