Diciassette arresti per traffico di cetrioli di mare. Il blitz “Kalimera” condotto dai militari della Guardia Costiera ha stoppato un giro di affari milionario. Agli indagati viene contestato il disastro ambientale con l’aggravante della associazione. Sono finiti agli arresti domiciliari il trentasettenne Ivan Cardellicchio, il sessantenne Vito Modesto Colella, il quarantatreenne Anteo De Bartolo, il sessantasettenne Tommaso Fontana, il quarantunenne Fiorello Fontana, il cinquantasettenne Angelo Galeandro, il ventinovenne Gianluca Maggio, il ventiseienne Gianluigi Ranieri, il cinquantaquattrenne Cosimo Rizzo, il sessantaduenne Francesco Rizzo, il ventunenne Antonio Rizzo, il quarantaduenne Fiorello Rizzo, il quarantunenne Luigi Surio, il quarantacinquenne Giuseppe Surio e il quarantaseienne Gennaro Tomai. Altre quattro persone sono indagate a piede libero.
L’operazione della Guardia Costiera è scattata per contrastare la pesca di frodo e per tutelate l’ambiente. Al centro delle attività di controllo, in questo caso, la raccolta della Holothuroidea (oloturia o cetriolo di mare), di cui è vietata la pesca, in quanto specie marina protetta che riveste un ruolo centrale per l’equilibrio dell’ecosistema: ragione, quest’ultima, che ne rende la raccolta, causa di gravi ed irreparabili danni per l’ambiente, di diminuzione della biodiversità ed alterazione degli equilibri ecologici. Il blitz ieri all’alba che ha visto impegnati più di cento militari della Guardia Costiera alle dipendenze della Direzione Marittima di Bari – 6° Centro Controllo Area Pesca, con lo spiegamento di 34 autopattuglie e di un elicottero appartenente al 2° Nucleo Aereo Guardia Costiera Catania.
La lunga e complessa attività investigativa condotta anche attraverso attività di intercettazione telefonica e ambientale e di servizi di appostamento, dai militari del Comando tarantino ha portato alla luce l’esistenza di una vera e propria organizzazione dedita all’attività di pesca illecita svolta prevalentemente nelle acque joniche e che ha portato un ingente guadagno. Gli indagati per indicare le oloturie utilizzavano termini come “secchi” e “tini”. Gli investigatori hanno accertato che grazie ad intermediari baresi e brindisini il prodotto veniva trasportato in Grecia. Una pesca vietata, quella delle oloturie, che muove ingenti profitti illeciti: il valore di mercato medio finale del prodotto , movimentato dagli indagati nell’ambito dell’attività vietata, può arrivare anche alla cifra di 300 euro al chilo. Al termine dell’attività investigativa si è potuto stimare un giro di affari di circa quattro milioni e mezzo di euro. L’attività di indagine, coordinata del sostituto procuratore Mariano Buccoliero, ha consentito di accertare il grande interesse della organizzazione nella raccolta delle oloturie e di altre specie protette, avvenuta prevalentemente dai fondali marini antistanti la costa tarantina, nonché nella proficua commercializzazione illecita del prodotto, molto ricercato dai mercati esteri poiché ritenuta una specie particolarmente prelibata, il tutto causando il disastro dell’ecosistema marino e la violazione della normativa sanitaria per la tutela della salute pubblica.
Infatti, a causa delle sempre maggiori dimensioni assunte dal prelievo della oloturia destinata, prevalentemente, al consumo in mercati extracomunitari, e al costante aumento della relativa domanda, la gravità del fenomeno ha nel tempo assunto dimensioni allarmanti, non solo dal punto di vista dell’incalcolabile danno ambientale ma anche dal rischio per la salute umana se si considera che il pescato sfugge ad ogni tipo di controllo sanitario.
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