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REALISTICO

Una domenica come tante

di Alessio Romanini

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Una domenica come tante

di Alessio Romanini

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Era una domenica come tante. Una fredda domenica di gennaio, poco dopo le feste natalizie, quando il capodanno aveva colorato i cieli notturni di fuochi d'artificio. Le scuole erano ricominciate e le ferie terminate. L'effluvio nero di caffè si espandeva per le scale del condominio, fino a raggiungere le terrazze sul tetto.
Al terzo e ultimo piano viveva la famiglia Romani, composta dai due coniugi e dai due figli: la maggiore, Matilde, e il più piccolo, Filippo. Matilde aveva iniziato da poco le superiori, aveva quattordici anni e frequentava l'istituto artistico della sua città. Si trovava bene nella nuova scuola, una esperienza che l'avrebbe lentamente introdotta nell'età adulta. Il passaggio più difficile nel percorso della vita di ciascuno di noi: passare dall’adolescenza all’essere grandi e, talvolta, disillusi.
Matilde aveva fatto nuove amicizie; dei vecchi compagni delle medie, nessuno era nella sua classe. La classe era ben assortita fra ragazzi e ragazze, e con il suo carattere dolce e sensibile si era subito integrata. Come ogni stereotipo della società, che funziona da paraocchi, anche su questo tipo di scuola circolano vari pensieri: ci sono ragazzi problematici, ragazzi “emo”, ecc. Non dimentichiamo che si parla di figli che potrebbero essere i nostri. Non si giudica! Ciascuno dovrebbe guardare in casa propria prima di puntare il dito, perché in realtà non sappiamo cosa accade ai nostri figli quando non sono a casa e non possiamo sempre proteggerli. Basta con false accuse o processi alle intenzioni.
Tornando al nostro racconto: era una domenica come tante. La giornata era limpida, un tepido sole risplendeva, mentre gli scheletrici alberi si mostravano ignudi. Matilde, dopo pranzo, aveva un appuntamento con alcuni amici a casa di uno di loro, in una delle tante periferie della città. Quando fu pronta, suo padre l’accompagnò a destinazione, conducendola fino all’ingresso di casa dell’amico perché, essendo minorenne, voleva accertarsi che fosse tutto sotto controllo (o quasi). Matilde e suo padre furono accolti da uno degli amici, il “padrone” di casa, che era maggiorenne. La casa apparteneva a sua nonna, e lì si erano incontrati prima di dirigersi alla “Passeggiata”; così sapevano i genitori di Matilde… ma le cose non vanno sempre come crediamo.
La madre di Matilde, come faceva ogni volta che la figlia era fuori, tramite messaggio si assicurava che tutto andasse bene. I messaggi di Matilde erano rassicuranti, ma come tutte le madri attente, nella scrittura aveva notato qualcosa di anomalo. Si insospettì e espresse le sue angosce al marito, che non sapeva come rassicurarla; anche lui aveva uno strano presentimento. A gennaio la notte giunge prima. I pomeriggi sono corti e gelidi; e la figlia tardava a rientrare, anche se continuava a rassicurare i genitori tramite messaggi.
Matilde rincasò alle diciannove, accompagnata da alcuni amici di classe che abitavano nello stesso quartiere. Quando finalmente entrò in casa, era sconvolta. Pallida, con lo sguardo smarrito, fu immediatamente tempestata di domande dai genitori. Corre in bagno piangendo, e la madre la raggiunse in tutta fretta.
Matilde confidò quanto accaduto: a casa dell’amico maggiorenne le era stata somministrata una dose di THC, che l’aveva gettata in uno stato catatonico, incapace di controllare mente e corpo. Si era sentita come se l’anima fosse uscita dalla sua giovane pelle, mentre qualcuno appoggiava le labbra sulle sue, anche se lei cercava con forza di ribellarsi. Poi ricordava, in maniera frammentaria, che era stata fatta accomodare su un divano di finta pelle marrone, e qualcuno si era approfittato del suo stato, molestando le sue ingenue membra.
Sconvolta, impaurita e incredula, Matilde riuscì a farsi accompagnare dagli amici che l’attendevano sul lungomare, fino a casa. La madre irrorò di lacrime il volto sconvolto insieme a quello della figlia; mentre il padre si immerse in un inquietante silenzio, posando le braccia sulle gambe seduto sulla sedia color ciliegio della sala, mentre la sua mente sprofondava nella rabbia e nell’oblio.
La sera portarono Matilde al pronto soccorso, dove i genitori denunciarono l’accaduto. Dopo accurate visite, emerse che la ragazza era stata molestata con le mani e le era stata somministrata una quantità significativa di THC liquido. Partì immediatamente la denuncia contro i due maggiorenni che erano in quella casa quella domenica come tante. Finirono sotto processo e in reclusione per sei anni.
Ma la condanna non avrebbe mai guarito la ferita che Matilde e i genitori si sarebbero portati dentro per sempre. Solo il piccolo Filippo fu tenuto all’oscuro, per non turbare la sua giovane età e non proiettarlo in una visione di un mondo violento nei confronti delle donne e della sorella amata.

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