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DRAMMATICO
23 Febbraio 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Quando Marco vide il suo nome nella graduatoria, non riuscì a crederci. Era lì, nero su bianco, tra i primi cento vincitori del concorso per entrare a far parte della Folgore.
La voglia di entrare nei paracadutisti era nata dalla fame di superare i suoi limiti. Non era incoscienza né adrenalina, era disciplina. La scelta di lasciare la comodità passo dopo passo, per costruire una versione più forte di sé. Significava abbracciare la paura, farla propria e trasformarla in determinazione.
Aveva passato gli ultimi mesi con un unico mantra in testa: "Non mollare". Le sveglie squillavano nel buio, e dalla cucina l’odore intenso di caffè preparato da sua madre lo avvolgeva come un abbraccio.
“Ti ho preparato un panino,” diceva allegramente, “la macchina non cammina senza benzina.”
Le notti brevi e frammentate, senza vero riposo, lasciavano il posto a un nuovo giorno. Ogni alba era un’altra battaglia: le gambe di piombo, i polmoni in fiamme, il fango sempre accanto a lui come un compagno costante. Ma sapeva che al ritorno a casa lo avrebbero accolto il sorriso e l’orgoglio di sua madre.
Così, il respiro affannato diventava melodia, insieme alla musica nelle cuffie per zittire il lamento dei muscoli. Aveva rinunciato alle serate in discoteca per manuali di logica e storia militare che sembravano scritti in aramaico. Ma ce l’aveva fatta. Era a un passo dalla divisa, dal giuramento, da quella vita di disciplina e onore che aveva sempre sognato. Perché indossare l'uniforme lo avrebbe reso parte di un'élite, di una squadra che si muove come un unico corpo. La fiducia cieca nei compagni, sapere che nel momento del bisogno saranno lì a coprirti le spalle. La forza del gruppo sarebbe diventata la sua forza, e il suo sacrificio individuale si sarebbe fuso in un obiettivo comune: servire, proteggere, onorare.
E a lui mancavano solo le visite mediche.
Da giorni camminava per strada con un sorriso che non riusciva a togliersi di dosso. “Il duro lavoro paga,” diceva a tutti. La sua famiglia era orgogliosa, gli amici lo prendevano in giro chiamandolo “commando”. Lui già si immaginava in mimetica, alzarsi all’alba, addestrarsi, imparare a essere parte di qualcosa più grande.
Trepidante aveva chiesto al suo dottore di prescrivergli gli accertamenti richiesti dalla commissione medica del concorso, per prepararsi alle prove ufficiali. Voleva essere sicuro più per sé stesso che per necessità, partendo dalla visita cardiologica.
La sala d’attesa odorava di disinfettante, le sedie di plastica scricchiolavano a ogni movimento. Marco osservava gli altri pazienti sfogliare riviste vecchie; il ticchettio dell’orologio pareva amplificato dal silenzio.
Quando fu chiamato, ebbe l’impressione di varcare una soglia irreversibile. Il corridoio era stretto, illuminato da neon troppo bianchi, e a ogni passo sentiva crescere l’ansia.
Marco si spogliò fino alla vita. Quando l'elettrodo freddo si posò sul suo petto, sentì un brivido. Guardò il monitor: un’onda verde danzava in un ritmo costante. Per lui era solo un grafico, un’astrazione. Ma per il medico era un racconto preciso, una mappa di tutti i segreti del suo cuore.
"C'è un'anomalia," disse il cardiologo con voce monocorde, senza guardarlo. Era un uomo anziano con la montatura d'occhiali che gli scivolava sul naso. La sua valutazione non avrebbe dovuto avere il peso di un giudizio ufficiale, ma solo la funzione di rassicurarlo.
Il dottore rimase in silenzio, fissando il monitor. Un minuto di troppo, poi due. La danza si era interrotta. Marco sentì un groppo in gola. Il medico premette un tasto e stampò il referto, un foglio che racchiudeva tutta la sua vita futura. Lo girò verso di lui e indicò una riga: "Sindrome del QT lungo".
"Significa che l'intervallo tra le onde Q e T è prolungato," spiegò, senza curarsi che il linguaggio fosse per Marco incomprensibile. "È una condizione che influisce sull'attività elettrica del cuore. Per un atleta o per chi affronta sforzi intensi, è un rischio che non possiamo ignorare. Non esiste un farmaco; è il tuo cuore. È sufficiente per non farti superare l'idoneità."
Marco non capì molto. Sentì solo il ronzio della stampante, il fruscio del foglio. Provò a chiedere: "Ma cosa devo fare? C'è un'altra prova? Un'altra soluzione?" Il medico scosse la testa. Il foglio con il responso fu stampato e posto in una busta. Poi, senza alzare gli occhi, gli porse i documenti. "La prossima persona, per favore," disse, rivolgendosi all'infermiera. Marco in quel momento sentì di essere solo un nome su un modulo, una storia conclusa prima di iniziare.
Nessun sintomo, nessuna avvisaglia. Eppure, era bastato un elettrocardiogramma di controllo per far crollare le sue aspettative. La certezza di non essere idoneo per l'esercito era una sentenza, fredda e inappellabile.
Uscì dalla clinica con le gambe molli. Il mondo intorno a lui non aveva rallentato. Le macchine sfrecciavano, un clacson suonava insistentemente, la gente parlava al cellulare, indifferente. Il tragitto in macchina fu un vuoto assoluto. Sulla strada che aveva percorso mille volte, ogni semaforo rosso sembrava una condanna, ogni cartello stradale una beffa. I palazzi gli sembravano ostili, e il cielo, di un grigio spento, sembrava riflettere la sua anima. Avrebbe voluto gridare, tornare indietro a parlare con quel medico che lo aveva visitato. Avrebbe voluto chiarimenti e una soluzione immediata e duratura a un problema che non avrebbe dovuto manifestarsi così prepotentemente, ora.
Arrivato a casa, si chiuse la porta alle spalle con la speranza che nessuno l'avesse sentito. Ma un rumore, il più leggero dei fruscii, lo fece voltare. Sua madre era in cucina, intenta a preparare il caffè. Alzò lo sguardo, e i loro occhi si incontrarono. Non aveva bisogno di parole. Non c’era bisogno di nulla. Con un solo sguardo, lei capì la gravità del suo passo mesto, le sue spalle curve e la sua totale assenza di voce. Si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla e sussurrò: "C'è qualcosa che non mi dici, vero?" Marco fece per rispondere, ma le parole gli morirono in gola. Non riusciva a mentire, ma neanche a dire la verità. La delusione nei suoi occhi andava oltre la scoperta di una malattia che, attenzionata, sarebbe stata letale solo alla sua anima. E la preoccupazione di sua madre, sempre così propositiva, lo intimidiva. Ma lei non insistette. Restò lì, vicina, a reggerlo in silenzio. In quell’abbraccio mancato c’era più conforto che in mille discorsi: la promessa tacita che, qualunque fosse stata la meta, non avrebbe dovuto percorrerla da solo.
Nei giorni successivi, ogni cosa nella sua stanza sembrava ricordargli il traguardo che non avrebbe mai raggiunto: i libri di preparazione, le scarpe da corsa, la sveglia puntata alle 5:30. Si sentiva un fallito, un imbroglione. Ogni vittoria passata, ogni sacrificio fatto per quel sogno, ora sembrava una farsa. Con un impeto di rabbia e frustrazione, afferrò i libri e li gettò in una scatola. Lo stesso fece con le scarpe, la sveglia e la divisa in miniatura che gli avevano regalato gli amici. Voleva far sparire ogni traccia di quel sogno. La stanza era diventata un cimitero di sogni: i libri accatastati in una scatola, le scarpe da corsa buttate in un angolo, la sveglia spenta sul comodino.
Un pensiero lo attraversò con la violenza di una lama: “Perché proprio a me? E proprio ora?”
Il destino sembrava divertirsi ad accanirsi sulla sua famiglia: prima la malattia di sua madre, ora il suo cuore. Eppure fu proprio quella considerazione a scuoterlo. Gli tornò alla mente l’immagine vivida di lei, distesa sul letto d’ospedale, con la pelle pallida ma lo sguardo acceso. Sorrideva, e con la sua voce ferma ripeteva a tutti: “Per abbattermi dovrebbero spararmi. Finché ho forza, lotterò per sconfiggere questa leucemia.”
Quel ricordo lo colpì come uno schiaffo. Lei non si era mai arresa, neppure davanti a qualcosa che sembrava invincibile. E lui, ora, stava davvero pensando di arrendersi?
Un brivido gli percorse la schiena. Inspirò profondamente e si sollevò a sedere. Non aveva più una meta da rincorrere, ma aveva ancora il suo esempio. E quello era più forte di qualsiasi divisa.
Sei mesi dopo, Marco correva di nuovo tra i sentieri del bosco. L’alba era la stessa, il respiro affannato lo stesso, e nelle orecchie le cuffie battevano lo stesso ritmo.
La meta era svanita, ma il percorso era rimasto. L’impegno, la disciplina, la fatica. Tutto quanto. Senza il sogno della divisa, non avrebbe mai scoperto di essere in pericolo. La sensazione di essere un fallito lasciava il posto alla consapevolezza di essere stato miracolato.
E ora guidava una squadra di volontari per il soccorso in montagna. Nelle loro voci affannate riconosceva l’eco dei suoi sforzi passati. Qualcuno inciampava, qualcun altro rideva per mascherare la fatica, ma tutti avanzavano insieme. Marco li osservava e sentiva che non erano solo allievi: erano il suo nuovo plotone, la sua squadra. In loro riviveva il sogno che credeva perduto.
Quando qualcuno di loro esitava davanti a un ostacolo, Marco si chinava e, quasi senza accorgersene, ripeteva le parole di sua madre: “Finché hai forza, lotta.”
La divisa che indossava non era quella che aveva sognato, ma in quegli occhi giovani vedeva la stessa disciplina e lo stesso coraggio. E capì che non aveva tradito il sogno: lo aveva trasformato.

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Testata: Buonasera
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