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INTIMISTA

Il metro della memoria

di Alberico Solimes

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Il metro della memoria

di Alberico Solimes

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Tornai nella vecchia casa senza sapere davvero perché. La nostalgia che mi abitava dentro mi condusse lì, davanti a quella porta. Quando la aprii, cigolò come un vecchio pensiero che torna a farsi sentire.
Entrai lentamente, come se non volessi disturbare il passato. Socchiusi la porta e attraversai le stanze vuote, in silenzio. Non provai nulla; solo il vuoto. Finché, nella camera che un tempo dividevo con i miei fratelli, lo vidi: un segno di matita sulla parete.
Mi avvicinai. Era il metro della mia infanzia, tracciato anni prima per misurare la nostra crescita.
Sollevai l’indice e lo posai su quella linea sbiadita, come a toccare un fantasma. Fu in quell’istante che qualcosa si ruppe.
Si aprì una finestra, non nel muro, ma dentro di me. Il passato tornò all’improvviso: i giochi, le voci, i respiri della casa… tutto era lì, intatto.
Quando ritrassi il dito, la finestra si richiuse. Il presente riprese forma, ma sembrava diverso: meno tagliente, come se il tempo avesse smussato i suoi angoli.
Rimasi a fissare quel segno, immobile, come se potesse ancora parlarmi. Accanto al mio c’erano anche i centimetri di Giorgio e di Luca. Sul muro, le loro altezze erano rimaste impresse come incisioni su una pietra sacra. Guardai il segno più basso: era quello di Luca. Mi parve che bastasse spostarlo di qualche centimetro per riportarlo in vita, ma il segno restò lì, immobile, come il suo ricordo.
All’improvviso, tutta la pace svanì. Mi ritrovai nella mia condizione iniziale: svuotato, stanco, assediato da un dolore muto. Mi coprii il volto con le mani e, nella mente, la casa prese fuoco: una visione violenta, ardente… gli occhi si riempirono di lacrime.
Mi tornò in mente ciò che mi disse un vecchio saggio: «Per guarire dal male bisogna scendere all’inferno. Solo chi attraversa il buio può riconoscere la propria luce.»
Ma io non volevo… non più. Per trent’anni avevo conosciuto solo la discesa, ora desideravo solo pace.
«Maledizione…» sussurrai, poi urlai, «perché sono tornato qui?»
Iniziai a vagare per casa, l’odore di muffa in alcune stanze era nauseante. Il padrone della casa la stava lasciando marcire. Forse per questo mi aveva dato le chiavi: per vedere se avrei avuto il coraggio di affrontarla.
«Ma che sto pensando…», mormorai.
Andai in bagno, o in ciò che ne restava, e aprii l’antico mobile degli asciugamani. Era vuoto, pieno solo di segatura. I tarli avevano divorato il legno, come i ricordi avevano eroso me. Chiusi il mobile con forza come a scacciare i tarli che avevo in testa. Fu allora che li sentii: passi lenti, pesanti. Il cuore accelerò: un presagio, forse; una follia, di sicuro.
Uscii dal bagno serrando la mandibola, le labbra socchiuse, pronto ad affrontare… chi? Cosa?
Alla soglia della porta d’ingresso, che avevo lasciato aperta, stava il padrone di casa: fumava, tranquillo.
«Sì, certo… stavo andando via», dissi, rilassando il viso.
«Non ti preoccupare», rispose entrando. «Non sono venuto a cacciarti.»
Rimase un attimo in silenzio, poi aggiunse: «Pensavo solo che tenessi di più a questa casa. L’hai abbandonata.»
Lo guardai. Dentro i suoi occhi c’era qualcosa di più profondo. Forse non era solo il padrone della casa. Forse era la voce della memoria, o del tempo stesso. Mi stava chiedendo: Hai davvero finito di cercare? Hai davvero fatto pace con ciò che è stato?
Ed io, ancora incapace di rispondere, restai lì, immobile, con un segno di matita come unico testimone della mia storia.

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