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STORICO

Il vestito nero di nonna Maria

di Maria Grazia Rita Furnari

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Il vestito nero di nonna Maria

di Maria Grazia Rita Furnari

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Eri lì, dietro quella porta, dove tu tenevi quell’altarino che rendeva vivo quell’uomo partito in guerra e mai più tornato.

Era l’anno 1945, e a Berlino si concludeva la Seconda guerra mondiale in Europa. L’Italia aveva perso e la vita del popolo si era impoverita ancora di più.

Le donne dovevano portare avanti le famiglie, ormai prive dei loro uomini, perché la maggior parte era deceduta in guerra, e nulla più era semplice.

Si camminava nelle vie del centro e si incontravano le donne vicino alle fontane o in riva al mare, che lavavano i panni e, con un fazzoletto, tenevano strette le ciocche dei capelli arruffati. I bambini, ignari di ciò che era accaduto, finalmente correvano a piedi scalzi in riva al mare o sull’asfalto.

Quanto dolore si leggeva negli occhi spenti di quelle povere fanciulle che cercavano di dare un senso a quella nuova vita; si domandavano come avrebbero fatto senza i loro padri e i loro mariti. Ma, qualche mattina, le giovani donzelle, per non farsi prendere dallo sconforto, cominciavano a cantare le canzoni popolane dei loro tempi.

Quelle voci chiassose, quasi allegre, per sdrammatizzare l’aria acre e dura del momento, mettevano di buon umore il vicinato, cercando di dare vita a quel silenzio rumoroso che per troppo tempo aveva infranto le loro giovani vite.

Tante donzelle venivano corteggiate, soprattutto quando, all’alba delle prime luci, si affacciavano alla fontana dill’acqua o o linzolu che attraversava gli archi della marina. Non c’era verso di farle stare zitte; loro e il canto allietavano le mattinate al rifiorire dell’alba, che profumava le vie del centro storico con quel delizioso miscuglio preparato in casa che odorava tutta la via.

«Donna Concetta!» strillava la vicina. «Come state stamattina?»

«Bene, bene, donna Santina; e vostro figlio che ha deciso di fare?»

«Vorrebbe partire, donna Concetta, ma non tiene soldi abbastanza, povero figlio mio. Vorrebbe studiare, diventare importante, ma la guerra ha fermato tutto e come sfamare a famigghia mia se non teniamo denari?»

«Donna Concetta, fatelo studiare sta povera creatura, solo così un giorno tornerà beddu picciottu, troverà na bedda mugghieri e ritornerà a prendere pure voi».

Le giornate trascorrevano tra panni lavati con l’acqua frusciante del fiume Amenano, che scorreva dalle pendici del grande vulcano, e il tentativo di preparare pietanze gustose, il cui odore si diffondeva per le vie del vicinato, nonostante i picciuli cinnerunu picca e tutto scarseggiasse.

A quel tempo alcune donne cercavano di trovare marito alla figlia bella e giovane, anche se a carusa non era daccoddu, ma per amore della famiglia e per un pezzo di pane anche questo sacrificio s’ava fari.

Quanti pianti la figlia della signora Melina, povera Rosina. Si era innamorata del figlio del signor Ronsisvalle, picciottu bonu, ma senza atti né patti, cchi ciavia dari adda famighia.
Povera Rosina, chianci di matina a sira.

Nella via del panificio Musumeci c’era invece una famiglia gentile, garbata e silenziosa, che usciva solo per le commissioni necessarie. La signora era una donna minuta, smagrita, con capelli a boccoli e occhi grandi come due conchiglie marine di colore blu oceano. Indossava sempre vestiti di pizzo tutti neri; si vedeva che era una donna diversa dalle altre, sofisticata, con modi gentili. Indossava un bel medaglione come spilla, forse conteneva dentro dei segreti. Portava sempre con sé la ciurma di figli, ma non teneva marito. Si vociferava che fosse prigioniero di guerra e non turnò cchiù a casa.

La signora si chiamava Maria; lo so perché ogni mattina accompagnava i suoi quattro figli a scuola dove andavo io, tutti puliti, sempre in ordine. Salutavano in modo educato e non si fermavano mai nei corridoi a fare baldoria; venivano chiamati soldatini e spesso derisi dai compagni di classe.

A me piaceva tanto Mimmo, il fratello più grande: un ragazzino simpatico, parlava poco ma amava scrivere; scriveva sempre ma non faceva leggere niente a nessuno. Era timido e silenzioso, ma davvero gentile. Il fratello più piccolo, di nome Sebastiano, era invece tanto vivace; a volte usciva pure dalla finestra, poi rientrava quando suonava la campanella.

«Biii, cchi famighia strana, stai attenta Nunzia, poca cunfirenza.»

Il balcone della signora Maria era pieno di piante; si sentiva a distanza pure un profumo di menta, rosmarino, prezzemolo e basilico. I vicini pensavano ca fa intrugghi, non parra cu nuddu, nesci, stenni a biancheria e poi trasi intra senza ciatari.

I picciriddi non ciatunu, tranni u minzanu ca è fubbu di moriri, ma è ranni travagghiaturi.

A scuola si parlava spesso della famiglia Mantello; uscivano molte indiscrezioni su di loro, ma quale fosse la verità forse un giorno si sarebbe saputo.

Gli anni passavano, la guerra era sempre più distante dai pensieri funesti degli abitanti; tutti è comu si avessero rimosso quel periodo storico difficile da ricordare.

Si sa, la mente umana tende sempre a sotterrare pensieri, parole, opere e omissioni, così da vivere una vita fatta di inganni e silenzi.

Gli anni tra il 1945 e il 1979 furono anni di grandi cambiamenti per l’Italia, segnati dalla ricostruzione postbellica, dalla crescita economica e da trasformazioni sociali, nonché da eventi politici cruciali che portarono alla nascita della Repubblica e alla modernizzazione del Paese.

I bambini erano cresciuti, avevano messo su famiglia ed era avvenuto un cambio generazionale. Rosina, la figlia della signora Melina, si fece suora pur di non sposare un grosso e ricco benestante. Si dice che l’amato, figlio del signor Ronsisvalle detto Pippetto, ancora oggi passi davanti al convento di clausura presso la salita di via San Giuliano e canti stornellate affinché Rosina abbandoni le vesti ecclesiastiche per correre tra le sue ardenti braccia, ma sistematicamente dalla finestra del convento giunge a pioggia una cascata di acqua gelida che lo rintrona.

Puurazzu, chi fini ca fici.

I figli della signora Maria si sposarono tutti e quattro. Una ebbe due figli; inizialmente il papà della bimba non voleva sposare la donna, ma poi Alfio coronò il suo sogno. Paolina, la piccola della famiglia, trovò un buon partito, Pippu, u fighiu di Nerina e Giuvanni, tu rioddi? Cettu, brava genti.
Il signor Pippo divenne un bravo veterinario e, insieme alla signora Paolina, formarono una bella coppia, mettendo al mondo due figli, Enzo e Mela, ma la loro vita non fu solo di rose profumate, bensì anche di spine pungenti.

Enzo assomigliava a Sant’Antonio, ch’era beddu! Un paru d’occhi azzurri ca pareva nu santu, ma tineva na malatia, era spasticu; u figghiu capeva tuttu però.

Enzo era nato con una patologia al tempo chiamata spasticità, ma grazie all’amore della sua mamma e al tempo che era solita concedergli, nonostante fosse non verbale e su una sedia a rotelle, comprendeva suoni e rumori, attribuendoli alle persone. Aveva un’intelligenza superiore alla norma. Attraverso una tavola di legno, dove vi erano segni, numeri e lettere alfabetiche, comunicava con tutti.

Mela era cresciuta con grandi responsabilità, definita da tutti come una bambina adulta, privata della sua adolescenza; infatti si sposò presto, diventando anch’essa mamma di quattro figli.

Mimmo, Mimmuzzo mio, io ti ho amato in silenzio sin dall’adolescenza, ma quell’amore non fu mai ricambiato. Conobbe sua moglie attraverso una rivista giornalistica, dove si scrivevano lettere d’amore per permettere alle persone di capirsi, dato che a quei tempi era veramente difficile riuscire a conoscere le ragazze. Non si usciva da sole, ma sempre accompagnate dalla mamma o dal fratello.

Il loro fu un amore travolgente, non so se forte come quello che io porto ancora nel cuore. Da quell’unione nacquero tre figli, due bambine bellissime e un maschio.

E di Sebastiano, l’eclettico, il giovane rampante che si reinventava ogni giorno per portare soldi in famiglia, in tanti lo chiamavano la pecora nera perché non teneva nulla pi iddu; era il paladino della giustizia, quello che cambiava macchine continuamente, aveva cabriolet e macchine d’epoca.

Si visteva che pantaloni a zampa di liafanti, i capiddi logni, ca pareva na fimmina, ma ranni travagghiaturi.

La signora Maria era sempre più chiusa e riservata, ma con i suoi figli e i suoi nipoti aveva sculpitu nel cuore a figghia Gina e so niputi masculu ca arrivò dopu; l’autri niputi, mancu a schifiu l’aveva.

Oggi sono solo le voci del ricordo che fanno assaporare la vita, tentando di mescolare i rimpianti per chi ancora li ha, richiamando alla memoria valori antichi e vita presente.

La nipotina bionda, bella come una bambola di porcellana, non amava recarsi da donna Maria, perché lei era sempre lì, dietro la porta di casa sua, con la luce spenta e un lumino che incorniciava l’atmosfera. Quando l’accoglieva, le chiedeva di restare seduta vicino a lei, guardando la foto del nonno mai conosciuto, e le sue parole erano:

«Vedi Rita, quando il mio tempo avrà toccato le porte del cielo, fa che aprano l’armadio e mi vestano con questo abito, e solo allora sarò volata via».

Povera creatura c’avia sentiri.

I picciriddi d’un tempu nascianu già ranni, di guerri vissuti e zeru libertà. Campane e sirene cavianu nu cori, scanti e fantasia nascianu nalli casi.

I nonni sono storia, storia vera, quella da ricordare, da mettere in atto e farla riaffiorare.
Nonna Maria è salita al monte, ma prima di allora ha tirato fuori dal suo cassetto ricami e ricordi, e solo le pagine presenti e future, magari, sapranno raccontare ancora la storia sua e di tante donne che sole hanno costruito il mondo e ancora lo faranno.

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Commenti all'articolo

  • Pagn8na

    03 Febbraio 2026 - 12:38

    Cara Maria Grazia, ho finito ora di leggere 'Il vestito nero di nonna Maria' e ti scrivo quasi di getto, perché non volevo che passasse nemmeno un minuto senza dirti quanto mi abbia toccata. Non è solo un bel racconto: è uno di quelli che ti restano addosso. Mentre leggevo avevo la sensazione di essere lì, in quelle strade, tra le fontane, i panni stesi, le voci delle donne che chiacchierano in

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  • Pagn8na

    03 Febbraio 2026 - 12:35

    Cara Maria Grazia, ho finito ora di leggere 'Il vestito nero di nonna Maria' e ti scrivo quasi di getto, perché non volevo che passasse nemmeno un minuto senza dirti quanto mi abbia toccata. Non è solo un bel racconto: è uno di quelli che ti restano addosso. Mentre leggevo avevo la sensazione di essere lì, in quelle strade, tra le fontane, i panni stesi, le voci delle donne che chiacchierano in

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