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FAVOLA

Il bambino nel fienile

di Stefania Raschillà

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Il bambino nel fienile

di Stefania Raschillà

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Tommaso era un bambino vivace, curioso e gentile; tutti gli volevano bene. Viveva in campagna e frequentava la scuola elementare. Divideva le giornate tra scuola, studio, lavoretti nella fattoria e giochi all’aria aperta. Una vita serena, fino a quel giorno.
Al ritorno da scuola, sua madre lo salutò con un sorriso triste; anche il padre aveva l’aria preoccupata. Mangiarono in silenzio, poi l’uomo disse, serio:
«Da oggi il nostro Paese è in guerra, figliolo: l’esercito del feroce Popolo del Nord ci ha invasi. D’ora in poi, se incontrerai degli sconosciuti, scappa subito.»
Tommaso ne fu molto turbato; aveva sempre vissuto in pace. Ogni giorno il padre gli ricordava di stare attento, uscire il meno possibile, fuggire alla vista degli estranei. Era facile individuare i nemici: diversi nell’aspetto e negli abiti, parlavano una lingua a lui incomprensibile. Il ragazzo trasaliva al minimo rumore e, non appena terminate le lezioni, correva in casa. Viveva nel terrore di incontrare il Nemico, ma era anche curioso. Davvero erano tutti così crudeli? Non ce n’era nessuno buono, o simpatico?
I giorni fluivano uguali. La guerra infuriava in tutto il Paese. Un pomeriggio, dopo i compiti, Tommaso entrò nel fienile, il suo rifugio. In quelle occasioni l’unica a cui fosse concesso di seguirlo era Diana, la bracchetta bruna donatagli dai suoi. A un tratto udì uno scalpiccio provenire dal soppalco; salì sulla scala e, giunto in cima, si trovò davanti… un bambino, dalla carnagione bianca e dagli occhi chiari (mentre la sua pelle era color ambra e aveva occhi scuri come la notte), che lo guardava tremando come una foglia.
«Chi sei? Che ci fai qui?» chiese Tommaso, seccato perché il suo “nido” era stato violato.
«Mi chiamo Michael» rispose il bambino, in un sussurro. «E tu?»
«Tommaso. Non hai una casa dove andare?»
L’altro scoppiò a piangere.
«Scusami» disse Tommaso, accorgendosi di avere esagerato. «Che succede?» chiese poi, posandogli amichevolmente una mano sulla spalla.
Michael spiegò che apparteneva al Popolo del Nord, ma viveva da tempo con i genitori in quella regione. Suo padre era un apprezzato artigiano, sua madre badava alla casa, lui andava a scuola e aveva molti amici. Il giorno prima, nel rincasare, aveva scorto da lontano un intenso bagliore: la sua casa stava bruciando. Si era nascosto e aveva visto i suoi genitori trascinati via da uomini armati in divisa. Era fuggito, senza fermarsi, fino a quando non aveva raggiunto il fienile.
«Lasciami stare qui, ti prego!» concluse. «Non saprei dove andare e, se mi cacci, prenderanno anche me!»
In effetti, Tommaso aveva sentito parlare della legge che imponeva di consegnare tutti i nemici alle Autorità.
Lo guardò negli occhi: era questo il Nemico? Vedeva solo un bambino come lui, molto, molto spaventato. Decise di non denunciarlo. Sorrise e disse:
«Resta quanto vuoi; nessuno saprà della tua presenza.»
Poi chiese: «Hai fame? Hai sete?»
L’altro fece un cenno affermativo.
«Aspetta.»
In casa prese del pane, del formaggio e dell’acqua e li portò all’ospite, che li trangugiò avidamente; gli diede anche una coperta per la notte. Ormai sazio, il ragazzo finalmente sorrise. Parlarono della scuola, degli amici, dei loro giochi; Michael incominciò a insegnare a Tommaso qualche parola nella sua lingua. Infine Tommaso si avviò verso casa, promettendo di tornare l’indomani.
Con il passare del tempo, l’amicizia tra i due ragazzi cresceva. Tommaso provvedeva ai bisogni dell’amico e ognuno dei due imparava qualcosa dall’altro. A volte, poiché la stagione era mite, uscivano con Diana e attraversavano i prati pieni di fiori multicolori fino alla vicina cascatella, dove si bagnavano e giocavano; ridevano e scherzavano come se la guerra non fosse che un brutto sogno. Anche la cagnetta partecipava alle loro infantili scorribande e ai giochi; si vedeva che aveva preso in simpatia il nuovo arrivato. Tommaso aveva mantenuto il segreto anche con i genitori, troppo affaccendati per insospettirsi.
Una volta il ragazzo rincasò indolenzito e febbricitante. Sua madre lo mise a letto e gli preparò una bevanda calda, ma la febbre non accennava a diminuire. Nella notte la donna lo sentì delirare in una lingua sconosciuta. O forse… ma sì, era quella dei nemici! Come poteva suo figlio padroneggiarla con tanta scioltezza? Ricordò che frequentava assiduamente il fienile. Si vestì alla meglio, entrò, salì fino al soppalco e… lo vide.
Il bambino che la guardava con terrore era di certo un nemico; dovevano denunciarlo. Lo trascinò dentro casa, informò il marito, il quale disse che al mattino lo avrebbe consegnato alle Autorità. A quel punto comparve Tommaso, supplicandoli di non farlo. Michael era suo amico ed era solo un bambino… ma il padre fu irremovibile.
Tommaso sembrò rassegnarsi; in realtà aveva un piano. Appena i genitori si addormentarono, i due ragazzi fuggirono con Diana.
Camminarono tutta la notte. Tommaso aveva sentito parlare di una chiesina abbandonata in cima a una collina, appartenuta a una comunità di monaci. In breve la raggiunsero e ne fecero il loro rifugio. C’erano ancora l’orto e il frutteto dei monaci e, nei pressi, scorreva un ruscello, così non soffrirono mai né la fame né la sete. Anche Diana dava il suo contributo: ogni giorno scendeva al paese più vicino e tornava portando in bocca una forma di pane caldo e fragrante. La loro vita era fatta, di giorno, di giochi e corse all’aria aperta, senza mai avvicinarsi al borgo; la notte, di un sano riposo. Tommaso aveva nostalgia del padre e della madre, della scuola e degli amici; ma ci sarebbe stato tempo per stare insieme, dopo. Lui e Michael si rincuoravano a vicenda, quando i pensieri tristi li assalivano.
Una volta udirono il rumore secco di un ramo spezzato provenire dall’esterno; uscirono e scorsero una vecchina intenta a pregare, inginocchiata su una delle tombe del piccolo cimitero situato proprio dietro alla chiesa. Dopo un po’ si alzò e stava per andarsene, quando notò la presenza di Diana. Pensò che non potesse essere lì da sola; l’accarezzò e lei lasciò fare.
Quindi disse, a voce alta:
«C’è nessuno qui? Di chi è questa deliziosa cagnetta?»
Tra i due bambini corse uno sguardo d’intesa: si fidavano dell’istinto dell’animale e uscirono allo scoperto.
«Volevo ben dire!» esclamò la vecchina, con un sorriso. «Che ci fate qui?»
Michael le raccontò tutto. La donna disse:
«Mi chiamo Agnese. Mio figlio stava per unirsi ai monaci quando, qualche anno fa» – gli occhi erano pieni di lacrime – «è volato in cielo. Appena posso, salgo qui a trovarlo. È l’unica consolazione che mi resti.»
Poi continuò:
«Voi, piuttosto, dovete aver bisogno di tutto… di qualcosa di caldo, per cominciare. Il tempo sta per cambiare… vi porterò maglie e coperte, al mio ritorno.»
«Grazie!» risposero i due amici a una sola voce e raccomandarono alla nonnina di non parlare con nessuno del loro incontro. La donna li rassicurò, li abbracciò e cominciò la sua lenta discesa verso il paese. Da allora tornò spesso a trovarli, portando con sé dei doni confezionati con le sue mani e informandoli sulle ultime novità della guerra.
Un mattino i due ragazzi furono svegliati dal frastuono di grida concitate, come di ordini impartiti seccamente. Non fecero in tempo ad alzarsi che irruppe nella chiesina un drappello di soldati, i quali puntarono i fucili contro di loro. Tommaso li guardò: non conosceva quelle divise. Erano nemici! E lui era perduto; non così Michael, che apparteneva al loro popolo. Per la prima volta da quando si erano incontrati, gli rivolse uno sguardo tutt’altro che amichevole.
L’altro lo ignorò, anche se aveva afferrato perfettamente la gravità della situazione. Senza farsene accorgere, la sua mente lavorava per trovare una soluzione che li salvasse tutti e due.
A un tratto ebbe un’idea:
«Io e mio fratello apparteniamo al Popolo del Nord» disse al capo dei soldati nella sua lingua. «Siamo solo due bambini. Perché non ci lasciate andare?»
«Che tu appartenga al mio popolo è chiaro: parli la nostra lingua alla perfezione; ma chi vuoi convincere che quello è tuo fratello? Ha pelle e occhi scuri!»
«È mio fratello!» insistette Michael, cercando di essere convincente. «Mia nonna era una straniera.»
«Va bene, allora sentiamo cosa ha da dirci. Finora non ha pronunciato una sola parola.»
«Ma non può: è muto!» esclamò Michael, pregando che l’altro continuasse a tacere.
E così fu: Tommaso aveva imparato la loro lingua e capiva ciò che stavano dicendo. Il capo si consultò con gli altri, poi disse:
«Andatevene, prima che cambi idea.»
I ragazzi non se lo fecero ripetere e si allontanarono con la fedele Diana.
Ma dove andare? Dopo qualche ora di cammino trovarono una grotta e là si fermarono. D’improvviso ricordarono che Agnese sarebbe presto salita alla chiesina; era in pericolo, bisognava avvertirla.
Percorsero la strada a ritroso. L’aria s’era fatta fresca, gli alberi erano coperti di foglie che il vento staccava pian piano dai rami trascinandole a terra, a formare un tappeto dorato. Infine giunsero alla piccola chiesa abbandonata, nella quale i soldati erano ancora accampati. Stavolta però avevano un’aria rilassata e non portavano divise, ma abiti civili.
Iniziarono la discesa. Giunti in vista del paese, si accorsero che la piazza e le vie all’intorno erano invase da crocchi di gente in festa. Si guardarono perplessi: com’era possibile che tutti fossero in strada e non rinchiusi nelle loro case?
Tra la folla videro dei soldati con divise diverse che cantavano, ballavano e si abbracciavano. Cosa stava accadendo?
Si udì un grido:
«Dio ha ascoltato le nostre preghiere! La guerra è finita!»
Increduli, felici, si resero conto che… era scoppiata la pace! Cominciarono a correre e in piazza incontrarono Agnese, che festeggiava con gli altri. Si abbracciarono in silenzio.
Trascorsero alcuni giorni con lei, poi si avviarono verso la casa di Tommaso, promettendo di tornare presto.
Ai suoi genitori il cuore scoppiò quasi di gioia quando se lo videro davanti, più alto e magro, l’aria più matura; non accennarono alla fuga e al ritorno in compagnia del “nemico”. Fu lui a dire:
«Papà, mamma, i genitori di Michael sono stati rinchiusi in prigione, solo perché appartengono al Popolo del Nord. Vi prego di cercarli e, se non li troveremo, vorrei che Michael fosse mio fratello. Non dimenticate che gli devo la vita!»
Diana scodinzolò, felice.

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