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STORICO
26 Gennaio 2026 - 08:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Erminia nacque poco dopo l'inizio del secolo. La sua famiglia era composta da tre figlie, due delle quali di età inferiore alla sua, e un fratello maggiore. Il padre lavorava come bracciante agricolo nonostante la sua poca salute. Lasciò le scuole elementari alla classe quarta, in quanto studiare non era importante per i suoi genitori, che vedevano in lei solo una ragazza adatta al lavoro e soprattutto per quei soldi che avrebbe potuto portare in casa. All’età di dodici anni venne assunta, nei mesi in cui serviva, da un coltivatore di tabacco, per la raccolta e per la vagliatura della preziosa pianta aromatica. Nel suo primo estate di lavoro, durante la raccolta, si recise il pollice della mano sinistra con lo speciale falcino. Il padrone non la licenziò, ma aspettò che guarisse, pietoso della disastrosa situazione economica della famiglia, facendola lavorare all’interno della cosiddetta stufa, ovvero uno stanzone alto più di sei metri dove, grazie ad un’apposita impalcatura in legno di sei piani, venivano sistemate le foglie di tabacco per l’essiccatura. Qui imparò a fumare, usando una parte di rifiuto delle foglie di tabacco, le cosiddette orecchiole, e scoprì, ancora adolescente, cosa fosse il sesso in una calda giornata di agosto con un operaio cinquantenne. La prima volta non le piacque molto, quell’energumeno le fece male, ma ora si sentiva donna e alla pari di tutte le altre femmine che lavoravano nella struttura. Con sfrontatezza, inconsueta per la sua giovane età, si proponeva, mostrando con ‘casualità’ le sue grazie, molto apprezzate sia dai giovani che dagli adulti presenti. A sedici anni diventò l’amante del padrone del tabacchificio che, come giusta e richiesta ricompensa, la nominò a capo della stufa. Il fratello perì sul Carso durante la prima guerra mondiale. Il padre si ammalò di spagnola e si spense in poco tempo, così in famiglia rimase solo lei, le due sorelle minori e la madre. Grazie all’intimità con il padrone riuscì a far assumere le due sorelle minori, inizialmente solo per la raccolta e poi anche per il lavoro nel tabacchificio. Una di esse, la maggiore, durante quell’esperienza di lavoro, dopo qualche anno rimase incinta di un ragazzo poco più grande di lei, il quale, raggiunta l’età di maritarsi, la sposò sollecitato. Sul lavoro era odiata da tutti in quanto altezzosa nel suo ruolo, severa nei giudizi e inclemente verso chi le stava antipatico e non sottostava al suo volere. Negli anni Venti fece il cosiddetto ‘salto di qualità’ facendo innamorare un capo nucleo del locale del Partito Nazionale Fascista, un quarantenne scapolo che la introdusse all’interno del Partito come sua damigella. Grazie a questo ruolo ebbe l’occasione di conoscere vari importanti personaggi politici e militari di quel tempo. Grazie alla sua disponibilità, dimostrata specialmente nell’alzare la gonna e nell’inginocchiarsi al personaggio di turno, confermandogli la sua fruibilità, ebbe in cambio tanti favori.
Erminia non era la così detta donna fatale e tanto meno bella, era un donnone, mora di capelli, alta, robusta, con grandi fianchi e seno abbondante, con un neo appena sotto una narice che infastidiva l’avventore di turno quando la baciava. Ma nonostante non fosse una bellezza, sapeva bene cosa voleva da lei un uomo e sapeva come dargli tutto il piacere che egli chiedeva e per questo era molto apprezzata. Un giorno venne chiamata in città da una maitresse, tenutaria di una nota casa di tolleranza, che le fece la proposta di lavorare per lei nel cosiddetto bordello cittadino. La risposta fu un perentorio no, alla quale aggiunse seccata: “Per chi mi ha preso, non sono mica una puttana io.” Frequentava spesso festini privati, ai quali partecipava con impegno professionale in orge spesso organizzate da ricchi possidenti e da autorità fasciste, solitamente quando qualche personaggio di spicco del partito interveniva in zona per comizi o visite di controllo, nonché in tempo di guerra anche con le truppe di occupazione tedesche. Per arruffianarsi, così da essere presa in considerazione da questi, si fece anche spia denunciando loro, grazie a notizie carpite dai paesani e dai conoscenti vari, alcuni soldati sfollati, fra i quali anche due paracadutisti inglesi e chi li proteggeva. Spesso, anche il povero malcapitato che nulla aveva a che fare con questi argomenti, ma che per motivi semplicemente di antipatia o perché messosi di traverso sulla sua strada, veniva da lei segnalato come possibile partigiano o comunque come persona avversaria del fascismo. Questi disgraziati venivano sottoposti, quando andava loro bene, a botte e salassi, alcuni di loro invece venivano prelevati ed incarcerati nel carcere cittadino in attesa del processo. Il paese non dimenticò e dopo il 25 Aprile alcuni paesani e paesane la prelevarono in una cascina dove si era nascosta, la denudarono e la raparono a zero, poi la cosparsero di pece e la ricoprirono di piume, la misero su un carretto trascinato da un asino, con al collo un cartello con su scritto ‘spia’, facendole fare più volte il giro del suo paese e dei paesi dove lei si era prodigata per denunciare i poveretti, alcuni dei quali, dopo atroci e sofferenti torture, avevano trovato la morte.
Fu in uno di quei festini con militari tedeschi che Erminia intuì quale poteva essere il suo futuro, quel futuro che le avrebbe dato considerazione e nello stesso tempo timore da parte dei suoi paesani. Una notte, nel bel mezzo di un festino a luci rosse, al quale partecipavano alcuni ufficiali e sottufficiali tedeschi nonché alcuni fascisti del posto, tutt’ad un tratto, forse per il forte dispendio di energie liberate con zelo durante la sua attività, si sentì male e svenne. Seduta totalmente nuda su una poltrona con gli occhi sbarrati che fissavano nel vuoto, con le braccia che penzolavano sui braccioli e le gambe distese, era come in una sorta di trance che le impediva ogni movimento, sentendo però quello che le succedeva attorno. I presenti la chiamavano e la scuotevano in continuazione, deridendola, commentando lo stato quasi cadaverico nel quale Erminia si trovava. Qualche sua amica e collega paventava addirittura che fosse morta. Dopo una decina di minuti si riprese, ma non lo fece capire da subito. Si era accorta di essere derisa, ascoltando i volgari commenti dei clienti. Pensò allora che forse quel malore poteva essere sfruttato al meglio, una rivalsa a quegli imbecilli presenti. Alcuni di loro erano indispettiti dal suo stato perché la festa si era interrotta, ma se ne stavano tranquilli in disparte. Altri invece la ridicolizzavano, approfittando della sua incoscienza, toccandola nelle parti intime. Qualcuno addirittura sfottendola le sbatteva il pene sul viso. Questi era un grosso e grasso tenente tedesco che, ubriaco, addirittura le aveva pisciato sul viso. ‘Ora tocca a me’ pensò Erminia ‘ora ti faccio vedere io chi sono’. Si svegliò di soprassalto come sollecitata da una scarica elettrica, si alzò in piedi, si piegò in avanti abbassando il capo quel tanto che i lunghi capelli lo avvolsero, poi con voce cavernosa, si prese la sua rivincita su quel bastardo tedesco che le aveva pisciato in faccia. Alzò lo sguardo verso di lui fissandolo ad una distanza di poco più di un metro, tese il braccio destro verso di lui indicandolo con precisione con il dito indice ed esclamando: “Tu morirai presto, molto presto, non tornerai a casa, tu kaputt”. Il tedesco, una volta che gli fu tradotto nella sua lingua quanto da lei detto, tranne il kaputt che aveva inteso più che bene, le si avvicinò e le diede un violento ceffone che la rimandò a sedere sulla poltrona facendole sanguinare il naso, poi barcollando, si ritirò nella sala prospiciente, prendendo con sé due ragazze e una bottiglia di Cognac.
Si dice che il destino a volte si delinea a comando e così fu. Quel tenente, pochi giorni dopo quella serata, perì casualmente cadendo da un balcone durante la perquisizione che stava tenendo nella casa di un ebreo milanese; il parapetto in ferro al quale si era incautamente appoggiato, danneggiato forse dall’usura del tempo, non sopportò il suo peso e cadde nel vuoto dal terzo piano dello stabile rimanendo secco sull’asfalto. In pochi giorni, la notizia fece il giro del paese e dintorni. La gente commentò il fatto dicendo che lei lo aveva previsto, lei l’aveva maledetto, e che quella morte accidentale era avvenuta perché lei l’aveva voluto. I tedeschi commilitoni del tenente, una notte mentre tornava da una serata trascorsa nella casa di un amico, la presero a calci e pugni, lasciandola agonizzante davanti a casa sua in un lago di sangue. Da allora in poi fu isolata da buona parte di chi fino ad allora aveva assaporato e sfruttato le sue capacità amatorie, intimoriti da quanto successo al tenente della Wehrmacht e timorosi che questo potesse ripetersi con loro. Nessuno la invitò più ai festini, solo qualche paesano chiese le sue attenzioni in privato. Da quel giorno Erminia venne soprannominata ‘la fattucchiera, la megera, la strega, la maga’. Per la gente del posto era una brutta donna, cattiva, che generava timore quando la si incontrava, tanto che, quando gli uomini la incontravano, si toccavano le parti basse e le donne le facevano le corna. La fobia e la soggezione che Erminia metteva negli altri era talmente tanta che spesso, cercando di accattivarsela, taluni invocavano il suo aiuto per predizioni, responsi e pareri sul loro futuro e su questioni spesso legate ad interessi economici e famigliari, nonché anche di carattere amoroso. Prendendoli in parola Erminia si costruì, nel dopoguerra, quella nuova attività con la quale mantenersi decorosamente sia lei sia i suoi figli, e non solo, ma anche per manovrare a suo piacimento ed in base al suo umore del momento, i poveri diavoli ed i disperati che a lei si rivolgevano. Predispose una stanza apposita nella sua grande casa, dove ricevere i clienti, comperata con i ricavi della sua attività precedente; la oscurò con tendaggi color porpora e la fece tinteggiare di rosso carminio. Comperò un tavolo a tre gambe, rotondo, al quale segò mezzo centimetro ad una gamba, necessario, in quelle oscure sedute, ad intimorire l’avventore facendolo traballare a suo piacere con la punta della scarpa, dicendo loro che lo spirito che aveva invocato era presente e glielo stava facendo capire facendo traballare il mobile. Per fare ancora più colpo sui clienti, aveva sottratto un teschio durante la riesumazione di un cadavere sepolto da una decina di anni, lasciandolo poi per alcune settimane vicino ad un formicaio per scarnificarlo dai residui ancora presenti; con la soda lo rese bianco come la carta. Il teschio era posto sopra un mobiletto coperto da un drappo damascato rosso; quando era il momento che lei sapeva adatto, facendo finta che lo spirito interpellato non voleva farsi sentire, pronunciando alcune parole scombinate e senza senso, prendeva da sopra il mobiletto il teschio dicendo “Vediamo cosa ci dice il conte Erasmo,” così come lei l’aveva battezzato, dicendo che il teschio era quello di un conte discendente di Nostradamus, il quale praticava, era ben risaputo, l’arte della magia nera. Essendo al corrente di tutto quello che andava e veniva in paese e in zona, le era facile poi interpretare quello che il cliente voleva sentirsi dire, così da accontentarlo, adducendogli preziosi e falsi consigli che spesso trovavano gli esiti voluti delle inconsapevoli richieste dell’avventore di turno. Non chiedeva soldi, lasciando furbescamente al cliente quanto lasciare, che spesso oltre al denaro, contento della consulenza, la omaggiava anche con generi alimentari vari.
Erminia aveva due figli, nati in seguito di quegli incontri baccanali, uno da un fascista e uno da un ufficiale tedesco. Almeno era questo che lei pensava, anche se la certezza assoluta, visti i tanti uomini che l’avevano posseduta, era per lei ben difficile da stabilire. Era riuscita ad intuire quale fosse il padre solo quando i figli ebbero raggiunto un’età, grazie alla quale la somiglianza le ricordava qualcuno di quei ‘clienti’ che l’aveva frequentata. Anche durante la gravidanza Erminia non aveva mai smesso la sua attività di baldoria. A certi clienti piaceva vederla destreggiarsi e mettere in vista il pancione durante quelle nottate orgiastiche, inoltre le dispiaceva perdere quelle opportunità di far soldi durante quei nove mesi che precedevano il parto. Il primo, dedusse che poteva essere figlio di un fascista, uno che aveva più volte frequentato nei primi anni della sua operosità di meretrice. Questi l’aveva chiamato Dario, in ricordo del suo probabile padre. Tutti lo chiamavano Ario, compresa la madre, pronunciando il suo nome con un’acca aspirata davanti alla A. Era smilzo, piccoletto, appena sopra il metro e mezzo e con una incipiente calvizie, già presente in età giovanile, che il figlio cercava di nascondere con il classico riporto e con un cappello Borsalino nero. Era un poco di buono, non aveva mai lavorato, si manteneva imbrogliando il malcapitato di turno, inventando situazioni con le quali riusciva a farsi pagare per prestazioni non effettuate o vendite di beni che non erano di sua proprietà, ma bensì di altri, che spesso non sapevano neanche che fossero state poste in vendita. Un furbo con un pelo sullo stomaco incredibile, dicevano in paese, uno da starci alla larga. Per questo, dopo aver truffato qualche paesano, aveva spostato la sua attività nelle città limitrofe e specialmente a Milano. Girava abitualmente con la pistola, un revolver inglese di marca Enfield, della quale si serviva per intimorire chi cercava di far valere i suoi diritti di persona raggirata, mostrandogliela aprendo la giacca dove la portava nella sua fondina a spalla di cuoio. Non era sposato, le donne lo evitavano non tanto per la sua statura e per la sua bruttezza, ma soprattutto, dopo averlo conosciuto, per la sua arroganza e malvagità. Quando gli serviva una donna la pagava, recuperandole specialmente frequentando i bassifondi delle città dove trovava, a suo dire, ‘le puttane più brave e più a buon mercato’.
Il secondo figlio nacque qualche mese prima della fine della guerra, quando ormai da tempo gli italiani non erano più alleati dei tedeschi. Probabilmente, Erminia fu ingravidata proprio da un tedesco durante le settimane trascorse a Milano, ospite di un nobile milanese che, per tenersi buoni i tedeschi, la propinava loro durante quelle occasioni baccanali. Era grande e alto il suo figliolo e, per questo, in certi versi, poteva assomigliare anche a lei vista la sua corporatura, ma aveva alcuni connotati che di certo non potevano essere quelli della madre, in quanto Remo, così l’aveva chiamato, era infatti biondissimo con occhi azzurro chiaro. Era un bel ragazzo, muscoloso, pieno di energia, ma anche lui come il fratello se ne guardava bene dal lavorare. Remo non faceva però intrallazzi come il fratello Dario, il quale, più volte, aveva cercato di coinvolgerlo nei suoi loschi affari come suo guardaspalle per quelle evenienze, nelle quali poteva intervenire per proteggerlo o dargli una mano a riscuotere chi non voleva pagarlo. Viveva in casa con sua madre e da lei si faceva mantenere in tutto e per tutto. Si alzava verso mezzogiorno, solo quando però sapeva che il pranzo era in tavola. Il resto del giorno lo trascorreva nel giardinetto di casa dove aveva una grande voliera in legno in stile Liberty che si era costruito pezzo dopo pezzo, nella quale custodiva un centinaio di canarini che allevava e qualche volta con dispiacere vendeva. Non era un cattivo ragazzo, vedere quell’omone che in quelle grosse mani stringeva delicatamente un canarino e con lui parlava metteva tenerezza. Erminia tentò più volte di accasarlo con qualche ragazza del posto ma inutilmente, forse anche perché nessuna di quelle giovincelle voleva aver a che fare con una suocera come lei. Quando le ragazze venivano da fuori paese, agli inizi, tutto sembrava bello, la casa era messa in ordine e a lucido ed Erminia, accogliendole, si dava da fare per essere con loro il più gentile e disponibile esaltando il figlio. Il problema sopraggiungeva poi quando, alle orecchie dei genitori della fanciulla od alla ragazza stessa, arrivavano voci e talvolta anche lettere anonime che raccontavano chi fosse stata e chi era la madre di Remo, così tutto svaniva senza ripensamenti da parte della fidanzata. A Remo le donne comunque non interessavano più di tanto, lui aveva sua madre e i canarini e questo gli bastava e avanzava.
Verso la metà degli anni Settanta le fu riscontrata una demenza degenerativa primaria del tipo Alzheimer. Erminia incominciò a preoccuparsi proprio durante le sedute tenute come veggente in quanto scordava e confondeva i clienti nonché cosa dire a loro. Si preoccupò intuendo che in lei, sempre più frequentemente, c’era qualcosa che non andava, tanto che ad un certo punto dovette smettere di ricevere le persone tirando i cosiddetti remi in barca. Dopo qualche anno la malattia si aggravò a tal punto che dovette chiamare una persona a fare i mestieri di casa e ad assisterla in quanto lasciare il letto per lei era sempre più problematico. Una mattina due carabinieri bussarono alla sua porta avvisandola che suo figlio Dario era stato assassinato a Milano. Le dissero che la salma era da qualche giorno all’obitorio della città. Erminia non si scompose più di tanto e disse a loro: “Seppellitelo dove volete ma non in questo paese, poi dite a chi di dovere di mandarmi il conto che pagherò quanto dovuto.” Li fece accompagnare alla porta dalla cameriera; nel mentre uscivano nel corridoio incontrarono il fratello Remo che li precedette dicendo loro: “Io qui non conto nulla, quella che ha deciso mia madre vale anche per me.” Erminia si aggravò sempre di più tanto che anche la badante faticava sempre più a custodirla fino al punto che si licenziò. Trascorsero vari mesi ed Erminia era accudita solo dal figlio Remo il quale si stancò ben presto di quel dovere verso la madre evitandola e lasciandola sola anche per intere giornate senza cibo e sporca di urina ed escrementi. Una mattina i paesani videro nelle vicinanze dell’abitazione di Erminia una miriade di canarini che svolazzavano qua e là disorientati. Qualcuno, dopo aver bussato al portone, lo forzò aprendolo e scoprì la madre morta con un foulard stretto al collo e il figlio Remo impiccato alla gabbia dei canarini.

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