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STORICO
16 Gennaio 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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La festa era appena iniziata e i pellegrini arrivavano, stanchi e impolverati, dalle stradine di campagna che conducevano al santuario della Madonna di Gonare. Le donne in pesanti gonne di orbace e i corpetti ricamati, gli uomini con le loro camicie bianche e i gilè in pelle, il capello in mano. I bambini, liberi come l’aria, correvano in avanti, schiamazzando, verso le variegate bancarelle.
Le urla dei venditori sovrastavano il canto degli uccelli, prudentemente nascosti tra le querce secolari, e i grossi pezzi di torrone facevano bella mostra tra i banchi. Giocattoli e immagini di santi, in un alternarsi di sacro e profano, attiravano i pellegrini, poco avvezzi al caleidoscopio di colori e novità, urlate a squarciagola dai mercanti, giunti da ogni parte dell’isola. Prendevano gli oggetti in mano, sorpresi e ammaliati, rimirando controluce vetri sottili e stoffe mai viste.
Capannelli di persone ascoltavano a bocca aperta chi decantava pozioni miracolose, capaci di curare tutto, dai calli al mal di fegato, e di appianare faide familiari, se assunte recitando brebus appositi. Salumi appetitosi e dolciumi venivano guardati con rispetto, leccandosi appena le labbra con la punta della lingua, lasciando che sos istranzos venuti da lontano, e più facoltosi, acquistassero senza badare al costo, per poi gustare il tutto all’ombra del fitto bosco che ricopriva la vallata.
La strada in terra battuta, percorsa da centinaia di piedi, si sfaldava in un pulviscolo sottile, sollevando mulinelli che rifrangevano i primi, timidi raggi di sole di un settembre che prometteva ancora caldo. E siccità. Buona parte dei pellegrini erano poveri pastori, giunti fin lì per chiedere la grazia alla Madonna. Che piovesse, e tanto. Le campagne erano una distesa di erbe secca e gli alberi d’olivo chinavano i rami, sconfitti. Serviva pascolo fresco, a breve sarebbero nati i nuovi agnellini e il bestiame aveva fame. Come loro, d’altronde, visto che le provviste di pane e formaggio erano ormai un ricordo. I loro passi si fecero più veloci quando apparvero alla vista le prime cumbissias, alle cui porte iniziarono ad affacciarsi gli abitanti, con bricchi di latte caldo e caffè. I biscotti appena sfornati erano un richiamo troppo forte per i bambini, che, lasciate le bancarelle, correvano a mani tese a prendere il dolce da inzuppare nel latte fumante, in grosse scodelle di smalto, affondando il muso nello spesso strato di panna che affiorava golosamente sopra il liquido bianco. Gli adulti erano un po' più timorosi, orgogliosi anche nel bisogno, pur sapendo che tutto era offerto col cuore, in onore di Nostra Signora. Cibo semplice, ristoratore, frutto di tradizioni centenarie, simbolo di accoglienza e di fede.
Le donne richiamavano i bambini, per educazione, più che per volontà, scuotendo le lunghe gonne nere dalla polvere della strada, pronte per la salita finale verso il santuario, una chiesetta solitaria in cima al monte Gonare. Trascinando i bambini recalcitranti, il rosario in mano, intrapresero con fede la seconda parte del cammino, pronte a inginocchiarsi, una volta arrivate, sulla dura pietra della chiesetta, povera anch’essa, come loro, ma ricca di speranza. L’attesa era finita, la statua della Madonna troneggiava dietro l’altare e li guardava con occhi misericordiosi. Li avrebbe ascoltati, pensavano sotto i pesanti fazzoletti che coprivano il capo, era una mamma anche lei. Le litanie dei Gosos riempivano l’aria, satura del fumo delle numerose candele accese in voto, la voce stentorea del sacerdote ripeteva preghiere e formule in una lingua sconosciuta per loro, ma che risvegliava antichi sentori e strappava calde lacrime ai chiedenti grazia.
La discesa fu più veloce, quasi leggera, come se si fossero liberati di un peso. Il folto gruppo dei pellegrini si fece ad un tratto compatto, i bambini non si allontanavano più, si tenevano stretti alle gonne delle madri. La piazza antistante le povere casupole in pietra si era riempita di gente, numerosi fuochi ardevano agli angoli, diffondendo un fumo nerastro, gli uomini accovacciati per terra erano impegnati a girare gli spiedi, dove la carne veniva rosolata con calma e pazienza, facendo sgocciolare sopra di essa un pezzo di lardo acceso. Avrebbe reso la cotenna croccante e saporita, di un colore bruno con riflessi dorati, da masticare lentamente in bocca, per assorbirne il piacere, come una cosa divina, e sentire il grasso scorrere dalla bocca in gola, spinto da quel vino corposo che passava di mano in mano, di bocca in bocca, come un canto a più note, in grossi fiaschi rivestiti di asfodelo, lavorato e intrecciato da mani sapienti. Il profumo del maialetto arrosto giunse alle loro narici, soprattutto a quelle dei più piccoli, facendo abbassare il capo ai loro padri, che sentirono in quel momento tutta la loro miseria, e l’impossibilità di far assaggiare loro anche un solo pezzetto di quel succulento piatto. I grossi pentoloni sobbollivano nel fuoco, facendo cuocere al loro interno carne di pecora con patate e cipolla. Una prelibatezza che anche i pellegrini si concedevano alle feste comandate, con il pane carasau bagnato velocemente nel brodo, ricoperto di grasso e profumato dalla carne insaporita dai pascoli sardi, ricchi di erbe spontanee, che donavano alla carne e al latte un aroma inconfondibile.
Attraversarono svelti il piazzale per raggiungere lo spiazzo sotto le querce, dove avrebbero consumato il loro pasto, per condividerlo con tutti, come avevano condiviso le loro preghiere. Svelte le donne stesero un telo tra le foglie che ricoprivano il terreno, svuotando le bisacce portate in spalla dagli uomini, disponendo tutto in cerchio, spingendo con parole d’invito ora l’uno, ora l’altro, ad assaggiare quel pane croccante, o morbido, a seconda delle usanze del paese di provenienza; un pezzo di formaggio, due olive, un sorso di vino. Dopo i dovuti convenevoli si fece silenzio nella piccola comitiva, grati di avere del cibo, frutto della fatica quotidiana, in una terra che poco concedeva a chi nasceva suo schiavo. Al resto ci avrebbe pensato la Madonna di Gonare, lei ascoltava sempre le loro preghiere. Il profumo del mirto e dell’elicriso permeavano l’aria sotto le fronde dei lecci e delle roverelle, l’agrifoglio e la felce del sottobosco in infinite tonalità di verde, brillavano come smeraldi tra i raggi del sole che faceva capolino tra gli alberi. Le orchidee selvatiche e le peonie coloravano il terreno, riempendo di gioia inaspettata il cuore delle donne, che per un giorno dimenticavano le fatiche domestiche e dei campi. Qualche ciclamino selvatico e i primi crocus sbucavano tra le rocce affioranti dal terreno, la menta e la borragine profumavano l’aria. Un nido di pernice ben nascosto sotto la vegetazione, la ghiandaia dalle piume striate d’azzurro che li osservava dai rami più alti, una volpe che sfrecciò veloce a pochi metri da loro, tanta bellezza fu motivo di discussione durante il pranzo e li accompagnò fino a casa.
Al rientro, nelle prime ore del pomeriggio, sapevano cosa avrebbero trovato nelle loro casupole; il fuoco da accendere per scaldare una minestra calda per i bambini e le pecore che aspettavano di essere munte, dopo essere state tutto il giorno nei pascoli, alla ricerca di un po' d’erba rimasta. Antonia entrò in casa, segnandosi come sempre faceva, per allontanare spiriti e folletti che potevano essere entrati in casa in loro assenza. Si tolse le scarpe e il fazzoletto delle feste, svestì il bambino e lo lavò con l’acqua della brocca, per togliergli almeno un po' di polvere. Aggiunse legna al fuoco per scaldare il brodo ravvivando le braci assopite, avrebbero inzuppato il pane rimasto dal viaggio, perché non si perdesse niente. Juvanne era all’ovile, sarebbe rientrato l’indomani, doveva mungere le poche bestie rimaste, dopo che la peste dell’estate appena trascorsa le aveva decimate, complice il caldo e la mancanza d’acqua.
Strinse a sé la piccola creatura, stanca quanto lei, e si addormentò subito col rosario in mano e un’Ave Maria a metà. Il canto del barbagianni, appollaiato tra gli alberi le fece da sfondo alle prime ore di sonno. Inconsciamente sentiva che non era niente di buono, lo dicevano i vecchi del paese: “Si cantat s’istriga, carchi cosa suztediti”, ma la sua fede ebbe la meglio sulle antiche superstizioni e, seduta sul letto, iniziò a cantare le lodi alla Madonna di Gonare.
Un ticchettio sulla terra battuta davanti a casa e un profumo che non sentiva da mesi iniziò a levarsi nell’aria. Incredula, come gli altri abitanti del villaggio, corse ad aprire la porta: una pioggerella fine cadeva come manna dal cielo, scorrendo in rivoli gioiosi verso la campagna circostante. Indossò le scarpe e si avvolse nello scialle, corse in strada, come tutti i vicini di casa, danzando e piangendo di gioia per quello che riteneva un miracolo. La Madonna li aveva ascoltati, i pascoli sarebbero rinati e né loro né il bestiame avrebbero più patito la fame e la sete. La pioggia continuò a cadere con lentezza e abbondanza, riempendo i fiumi circostanti, dissetando i campi e le piante, senza fare danni.
L’indomani, quando Juvanne tornò dall’ovile, sereno come non lo era da mesi, trovò la tavola apparecchiata e il sorriso felice della sua famiglia.
Brebus: verbi potenti, carichi di significato ancestrale, usati per guarire o scongiurare malefici.
Sos istranzos: gli stranieri. Persone arrivate da fuori provincia
Cumbissias; casette in pietra e frasche, generalmente monovano, adibite ad ospitare i fedeli che si stanziavano per lunghi periodi nel monte, o per i giorni della novena.
Gosos: canti liturgici in lingua sarda molto sentiti dai fedeli più devoti.
Si cantat s’istriga, carchi cosa suztediti: se canta il barbagianni, qualcosa deve succedere, generalmente non buona, nella credenza popolare.

Testata: Buonasera
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