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FANTASY

La sirena e il suo pescatore

di Sonia Costa

Bovindo

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


La sirena e il suo pescatore

di Sonia Costa

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Nel clima estivo, la sabbia ambrata della spiaggia versava miriadi di granelli inzuppati dal flusso leggero dell’acqua marina nella battigia. Si crogiolava ai raggi solari. Il cielo spandeva mirabile e senza confini un tono azzurrino, che limpido era fregiato dall’oro risplendente nel cerchio solare.
Quel giorno i vivaci raggi del sole emanavano effetti di luce e gradazioni di calore che sembravano mostrarsi differenti rispetto al solito. Un velo ampio, intessuto grazie a un’impalpabile varietà di colori tenui, sfumati, pareva stendersi e pervadere la vastità celeste. Con il flebile aroma del tepore cosparso era intrisa l’atmosfera salmastra. Fra gli intagli scuri tinti di argento negli scogli alla riva si animava lo sciacquio delle onde. Emergevano, adorne sulla cresta, da un’infinità di bollicine nella candida schiuma, e diffondevano nell’aria l’eco della naturale sonorità suscitata.
Nel retro si ergeva una moltitudine di alberelli. Il piccolo tronco e i rami bruni, curvati, erano percorsi da frastagliature nelle cortecce incrinate. Reggevano la chioma larga e bassa di verde marittimo, accompagnata dal minuto fogliame nei cespugli vicini. Erano disposti ad arco, creando una grande corona di mite vegetazione che attorniava.
Nel lido, appena prima della spuma tra la placida corrente e la rena inumidita alla riva, era adagiato sul dorso il corpo indifeso e bellissimo di un’incantevole, meravigliosa sirena. Restava immobile, stesa nell’area di sabbia. Con il capo verso l’entroterra e la coda verso il mare appariva immersa in un favoloso sonno profondo. Nella sua argentata coda di pesce le scaglie articolate brillavano screziate di diverse tonalità, che si succedevano fino alla terminazione. Ricadevano quindi fra il moto ripetuto nelle ondine della risacca, dove le pinne si spostavano poco tramite un lieve andamento sinuoso.
Il suo volto amabile aveva una carnagione chiara, linda, simile alla più pregiata delle porcellane. Girata di lato poggiava sui grani minuscoli, avvolta dalla chioma lucida e folta. Al sole spiccavano i capelli color mogano acceso, che scendevano dal capo incorniciandole il viso. Lunghi e ondulati ricoprivano il torso, lasciando libere le spalle e le braccia delicate. Le mani stese erano sovrapposte sul petto come in una tacita, sublime preghiera. Intanto i voli dei gabbiani si alternavano candidi e larghi nel cielo, e il verso stridulo risuonava di note squillanti nel solitario paesaggio.
Sprofondata nel torpore, alla mente affioravano in sogno i penosi ricordi degli eventi trascorsi durante le ombrosità della sera precedente, quando le acque del mare nel quale si ritrovò a nuotare erano sconvolte. La scrollavano mentre, muovendo braccia e mani con abili, fluidi rigiri, si spingeva verso l’alto sostenuta dai battiti ritmici della coda guizzante. I capelli fluenti scivolavano in un lucente turbinio tra i forti movimenti dei flutti, così si scopriva il tessuto di un corpino che mirabile avvolgeva il busto affusolato. Era stato creato mediante lunghe alghe verdi intrecciate, e risaltava decorato da conchiglie macchiettate e il rossastro nel crespo indorato di stelle marine.
Arrivata con fatica alla superficie, poteva finalmente sporse fuori, fra l’acqua mossa sotto il cielo temporalesco. Scrutando di sopra, dove la tempesta si abbatteva, aveva scoperto una barchetta che altalenava ed era rischiosamente alzata dalle ondate scroscianti. Il vento fischiava soffiando sotto la pioggia che picchiava a dirotto.
Arpetta era il nome della sirena. Lungo il corso della sua vita, chi aveva avuto la fortuna di conoscerla e frequentarla si era sempre avveduto di una vaga, indefinibile mescolanza di accordi leggeri. Sembrava che un tipo di musicalità, benché appena percettibile, emanasse dalla sua persona e si propagasse riecheggiando nell’ambiente circostante.
Dal tragico momento si era fatta coinvolgere, poiché voleva disperatamente raggiungere l’imbarcazione fuori controllo. Tuttavia, all’accostarsi, le grosse onde che sbattevano lo scafo la trascinavano via e allontanavano. Aveva tanto contrastato le correnti contrarie per riuscire a risalire attraverso le intemperie. Si era approssimata al mondo terrestre, ai pericoli nei quali sarebbe potuta capitare, perché sapeva che un umano lassù era in balia di una grave condizione e aveva intenzione di fare il possibile per trarlo in salvo. Il giovane uomo a bordo era un pescatore; si dibatteva, scuoteva i remi come poteva nel tentativo di governare la sua barca che, sconquassata, oscillava nella violenta tempesta. L’acquazzone lo colpiva, le ondate si rialzavano e gli piombavano addosso travolgendolo. Era ormai fradicio, allo stremo; la potenza della natura era troppo dura e si sentiva prossimo a soccombere.
Allora la sirena cercò di radunare le sue ultime forze e risorse. Avanzò determinata incontro all’imbarcazione, la raggiunse e in un ultimo sforzo si aggrappò al legno zuppo dello scafo. Poi poggiò le mani sul dietro della barchetta. Per mezzo della sola capacità che aveva nelle proprie braccia e nel torso, aiutata dalle battute sicure nell’agile coda, con volontà risoluta e grande spasmo la spostò davanti a sé. La spinse contro i frangenti avversi e la guidò diretta alla riva del lido di fronte. In tal modo lo scafo dondolante fu trascinato sulle ondate, slittò sul mare agitato finché arrivò a strusciare stridente, sussultando greve sulla battigia. In quegli istanti lo lasciò a se stesso. Finì quindi per scorrere, raschiare e approdare sulla coltre distesa di sabbia notturna. Arpetta ebbe un fremito; perse rapidamente conoscenza e si lasciò andare ai flutti, dai quali fu trascinata in avanti finendo spiaggiata.
Passata l’alba, il pescatore steso al suolo sul dorso adagio si risvegliava. Aprendo lentamente le palpebre, cominciava a guardare in alto, verso la volta della grotta dove aveva trovato riparo subito dopo essere tornato sulla terraferma. Le sfaccettature grigio scuro della roccia erano lucide di umidità, le cui gocciole cadevano e picchiettavano i contorni del viso. Ricordava di essere sfuggito alla burrasca della nottata e di aver trovato riparo nella cavità naturale di una formazione rocciosa retrostante. Conosceva la località, abitava in un paese poco lontano.
Era giorno inoltrato quando anche ad Arpetta, a un tratto, si aprirono gli occhi al risveglio, e con tanta tristezza si avvide che era rimasta bloccata priva di moto fuori dal mare. Nei paraggi non percepiva alcuna presenza. Sola, abbandonata e perduta in quel posto straniero, si sentiva senza più forze. Non aveva la capacità di spostarsi neanche quel poco che avrebbe consentito di raggiungere l’acqua e tornare a nuotare nell’ambiente marino. D’altra parte, riconosceva che non poteva resistere ancora molto respirando l’aria del clima terrestre. Era consapevole che, in seguito al sacrificio che aveva voluto compiere, la sua vita stava volgendo al termine. Per questo valutò dentro di sé che, nonostante tutto, era ancora in grado di esternare la fantasia del proprio, unico, bellissimo canto. Poteva cantare di nuovo una sola, ultima volta. Cantare era ciò che maggiormente amava e che, in punto di morte, le era concesso di fare.
Perciò, di fronte alla visuale, gradevole come un sereno acquarello, diede libertà alla voce, che subito si manifestò fine e aggraziata. Iniziò a farla uscire all’origine, flebile ma acuta, cristallina e ben intonata. Si levò poi sempre più vivida in un prolungato canto melodico, diafano e puro. Intanto che l’armonia proseguiva attraente, cominciarono via via a rivelarsi leggere, piccole spire di intangibile, etereo pulviscolo aureo. Corrisposero ai risuoni tra lo sciabordio nelle onde e ai riverberi di luce sul filo dell’acqua. Le gradazioni che sottili velavano l’immagine si facevano nette mentre i grani di sabbia parevano scintillare vivacemente nitidi. Le note indorate sparse in maggior numero presero a rotolare, spostandosi lievi nell’atmosfera del luogo.
Arrivarono così all’interno del rifugio, nel quale il pescatore sfinito era appena riuscito a tirarsi su con il torso. Giuntegli nei pressi, lo colsero incredulo e si misero a brillare. Tintinnavano armoniche e si tramutarono nell’incanto in un’aureola sospesa, più leggera dell’aria, che lo circondò mediante una giravolta composta da petali multicolori di fiori diversi. Avvincente accompagnava la struggente melodia, ma portava con sé la gradevolezza di rose, primule, mughetti, giacinti, recando piacevoli tinte e fresche fragranze. In questo modo si accorse stupefatto che, in breve tempo, gli stava succedendo di rimettersi completamente.
Allora si alzò alla svelta, camminò senza indugio rivolto alla spiaggia e si diresse in prossimità della riva, dove ancora rimaneva fermata la sua barchetta malconcia. Nel paesaggio sospeso, poté ammirare con gran devozione chi lo aveva strappato al grave pericolo e di cui, durante tutto il periodo in cui era rimasto sopito, aveva sognato. Si avvicinò e rimase incantato di fronte alla straordinaria creatura fantastica, tanto che subito avvertì un’emozione intensa che lo pervase. In principio fu tentato di portarla via con sé, ma sapeva che doveva agire in fretta e restituirla al più presto al suo mondo d’origine. Perciò la afferrò fra le braccia accuratamente, e quando fece per sollevarla le squame luccicanti della variopinta coda di pesce barbagliarono intense, risaltando in una differenza di colori pari a un magico scrigno colmato da gemme: topazi, smeraldi, rubini, ametiste.
Sicché mosse qualche passo ed entrò per poco nel basso fondale del mare, si bagnò fino alla vita e la depose molto attentamente tra riflessi perlacei che in superficie fluttuavano. La sirena stette ancora immobile, in silenzio, sofferma durante alcuni lunghi istanti. Galleggiava quieta senza spostarsi sott’acqua. Tuttavia quasi subito ebbe qualche movenza, si riprese, si rianimò.
Al momento inarcò la schiena, dopodiché, grazie a rapidi tuffi simili a quelli di un vivace delfino, si mise a nuotare guizzando agilmente con propria destrezza. Fu così che, a tratti, la vide allontanarsi veloce tra il ripetersi delle onde mitigate nel nuovo giorno rasserenato.
Il giovane, che la osservava riconoscente, era felice per essere stato in grado di salvarle a sua volta la vita. Rimase in prossimità della riva silenzioso, nostalgico, a scrutarla mentre se ne stava andando, senza sapere cos’altro avrebbe potuto fare. La creatura del mare rallentò allora e si rigirò verso di lui, sporgendo il capo a fior d’acqua:
“Addio, mio bel pescatore. Non mi scorderò mai di te e di queste ore raccolte. Ti conserverò sempre con me, nel mio cuore. Arpetta, e il mio nome…” pronunciò tramite un tono abbastanza alto da farsi sentire.
Il giovane pescatore rimase stupito di essere riuscito a udirla e comprenderla. Volle farle conoscere pure lui il proprio nome, ma era ormai arrivata troppo distante e la sua voce non poté raggiungerla.
In quegli stessi attimi scaturirono risplendenti rare perle sublimi. Sortirono lente e scivolarono tenui sui volti di entrambi, lacrime linde, gocce d’amore, le più preziose stille che avrebbero potuto avere, sorta per commozione.

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