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STORICO-SOCIALE
08 Gennaio 2026 - 06:01
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.
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Ciro fu uno di quegli italiani che, nel febbraio del 1946, per primi, dalla stazione di Milano, presero il treno ed emigrarono in Belgio con la prospettiva di un’occupazione.
Andò a lavorare nella miniera di carbone a Marcinelle; firmò un contratto di dodici mesi, alla scadenza del quale ritornò a Napoli.
Si rimise a fare il lustrascarpe nei pressi della stazione ferroviaria sotterranea di piazza Camillo Benso conte di Cavour, come aveva iniziato a fare agli inizi del ’44, avviato dal padre, che possedeva una bottega di ciabattino a Salvator Rosa.
Nel ’49 si sposò con Anna, la figlia del panettiere di Porta San Gennaro.
Lei lavorava presso un laboratorio sartoriale in via Duomo.
Andarono ad abitare in via Fontanelle, nel rione Sanità, in un’abitazione in affitto con una stanza in cui dormire e pranzare, la cucina e il bagno, al primo piano di una palazzina con, accanto al portone d’ingresso, un’edicola votiva dedicata a Sant’Antonio da Padova.
Non avendo né l’opportunità di guardare la televisione né altri svaghi, quand’erano in casa, chiuse le imposte del piccolo balcone, s’impegnavano nell’intento di accrescere l’esiguo nucleo familiare, senza riuscirci.
Ad ogni sopraggiungere del ciclo, il mese seguente, era un versare – da parte di entrambi – lacrime amare.
Si arrivò ai primi giorni d’agosto del ’51. Anna, uscita dal portone dello stabile come ogni mattina, si fermò dinanzi all’edicola; fattasi il segno della croce, prese la strada per recarsi al lavoro, ma, fatti due passi, si sentì chiamare da una voce a lei familiare: voltatasi vide colei a cui aveva pensato, donna Nunzia.
Costei, nel rione Sanità, veniva chiamata “lo stregone dei Vergini”: abitava infatti in via Vergini, il luogo in cui si svolgeva il mercato di quartiere.
Lavorava come infermiera all’ospedale San Gennaro e aveva aiutato a partorire in casa – oltre a svolgere ogni opera infermieristica – molte donne della zona, compresa donna Antonietta, la madre di Anna.
Le si dava il merito di riuscire, al contrario dei fallimenti medici, a far restare incinte figliole che, maritatesi, non riuscivano a “sfornare” marmocchi.
Donna Nunzia, giunta a un metro da lei:
«Piccerè, per me sei sempre la mia piccina: come tutti quelli che ho fatto sbocciare restano i miei piccoli. Ma quando mi dai il piacere d’accogliere il tuo nato? Vi date da fare tu e Ciro?»
Anna:
«Certo, donna Nunzia, come non vorrei darvelo! Ogni mese è ’o chianto ’e Matalena, da parte di entrambi; poi ci rincuoriamo a vicenda e continuiamo a tentare.»
Donna Nunzia:
«Sai che questo modo di dire si riferisce al pianto di Maria Maddalena ai piedi della croce di Cristo? Affidatevi a lei. Come ogni volta che posso sono andata dalle anime del Purgatorio del cimitero e, uscita, ho fatto apposta la strada che mi portava da queste parti: volevo tue notizie. Ora faccio il mio solito giro – in ospedale ho il turno di notte –; quando ritorni dal lavoro vieni a casa mia, prima che vada a prendere servizio. Parliamo un po’, vediamo di risolvere questa cosa. Però, quello che ti voglio dire è che non ci devi mettere il pensiero se resti o meno incinta: certe cose vanno fatte per il piacere di farle; non ci dovete pensare.»
Donna Nunzia diede un bacio sulla fronte ad Anna e ognuna riprese la sua strada. Quest’ultima, nel tardo pomeriggio, uscita dal lavoro, si precipitò a casa di lei.
Il mese settembrino fu per Anna e Ciro auspicio di primavera e, a giugno del ’52, all’alba del tredici – a Sant’Antonio da Padova – la levatrice prese tra le mani la figlia dei due, Antonietta, chiamata così sotto suggerimento di donna Nunzia.
Anna partorì in casa e, dopo essersi ristabilita, divenne sua consuetudine accendere un lumino, ogni sera, e porlo sul marmo dell’edicola, chiedendo al Santo di vegliare sempre sulla piccola.
Ogni domenica, dopo la prima poppata, si recava con la figlia alla piccola chiesetta del cimitero delle Fontanelle, ove vi era un antico Crocifisso in legno posto dietro l’altare di marmo.
Negli anni, Ciro e Anna – nonostante il desiderio e l’impegno – non ebbero altri figli.
La donna continuò a raccomandare la figlia al Santo; ogni domenica mattina non mancava mai di recarsi con lei a pregare alla cappella nella catacomba.
Si arrivò al 1969: Antonietta compì diciassette anni.
Lavorava nel laboratorio in cui era ancora occupata la madre, mentre Ciro, il padre, continuava a fare il lustrascarpe al solito posto.
Il giorno seguente l’ultimo di lavoro prima delle ferie estive, una delle giovani lavoratrici della sartoria organizzò una festa a casa sua e invitò le altre, compresa Antonietta.
Durante il festino la ragazza conobbe Ignazio, cugino dell’organizzatrice, un giovane di sei anni più grande.
Agli inizi di settembre lui, che lavorava come autista dei mezzi pubblici, fece in modo d’incrociare le sarte alla fine dell’orario di lavoro: si fece adocchiare dalla parente, mentre camminava davanti alla sartoria; lei lo chiamò per salutarlo, ignara della messinscena.
Realizzò così l’intento d’incontrare la figlia di Anna.
Si soffermò a confabulare con loro, poi – con un pretesto – si accodò alla cugina, alla donna e alla figlia, che facevano un buon tratto dello stesso cammino.
Giunti a via Foria, il quartetto si fermò, essendo arrivato davanti al portone del palazzo dove abitava la collega; Antonietta e Anna salutarono e ripresero a camminare verso casa.
Ignazio attese che le due si allontanassero – senza che uscissero dalla sua visuale –, salutò la cugina e le seguì.
Quando i suoi turni lo permettevano, faceva di tutto per incontrare Antonietta, approfittando soprattutto delle poche volte in cui la trovava da sola a fare qualche commissione.
Si prodigò in un incessante e romantico corteggiamento, fino alla capitolazione della ragazza.
Dopo il primo bacio, Anna già sapeva tutto per bocca della figlia. Volle parlare con lui, per conoscere le sue intenzioni.
Trascorsi alcuni mesi, il giovane andò a dichiararsi da Ciro, chiedendogli la mano della figliola.
I genitori erano contenti: ad Antonietta era toccato un buon partito, con un posto di lavoro; egli era premuroso e pieno d’attenzioni con loro, come lo era con la fidanzata.
Anna – che si rallegrò anche con donna Nunzia del buon fidanzamento –, ogni volta che passava davanti al Santo, compresa la sera quando portava il lumino acceso, non faceva altro che ringraziarlo.
Continuò, senza mai mancare, insieme alla figlia, a recarsi all’altare del cimitero delle Fontanelle la domenica mattina.
Nell’autunno del ’73 Antonietta, ormai maggiorenne, convolò a nozze con il suo amato.
I novelli coniugi, ritornati dal viaggio di nozze in Sicilia, andarono ad abitare in uno dei palazzi di via Salvator Rosa.
Dai primi giorni nella nuova dimora cessarono premure e romanticismi.
Ignazio si licenziò e, per un bel periodo, non fece neppure andare a lavoro Antonietta, pretendendo di trascorrere con lei, giorno e notte, sul talamo.
E, se la moglie tentava di ribellarsi, erano botte da orbi.
Poteva solo scendere dal letto per cucinare e uscire di casa per andare a fare la spesa, in fretta e furia: non doveva mai dimenticare il vino.
Anna e Ciro non riuscivano ad avere notizie della figlia e, tantomeno, sapevano della situazione.
Dopo tempo, la donna riuscì a intercettarla in una delle sue fugaci uscite e così seppe della vicenda.
Antonietta era irriconoscibile anche agli occhi della madre.
Anna ritornò a casa sconvolta, com’era sconvolto Ciro quando, la sera, rientrò dal lavoro e seppe.
Da allora smise d’accendere lumini e di recarsi la domenica al cimitero delle Fontanelle.
Cominciò, quando si trovava davanti all’edicola, a chiedere a Sant’Antonio perché avesse smesso di proteggere la figlia.
Finiti i soldi che gli avevano permesso di sopravvivere in quel periodo, Ignazio concesse ad Antonietta di riprendere il lavoro, mentre lui oziava tutto il giorno.
Il 13 giugno 1975 – era un venerdì –, Antonietta, prima di andare al lavoro e riuscendo a uscire più presto di casa, si allungò all’abitazione dei genitori.
Giunta dinanzi al Santo, il suo sguardo cadde su quello che sembrava un foglio rossiccio piegato per terra, sul quale risaltava il volto di uno che poteva sembrare un monaco: l’abbigliamento del mezzo busto della raffigurazione faceva pensare ciò.
Lo raccolse e, tenendolo tra le mani, raggiunse l’abitazione. Ad aprire la porta fu la mamma; il padre era già sul posto di lavoro.
Antonietta disse di aver trovato un santino ai piedi dell’edicola e glielo porse.
Anna cominciò ad aprire il foglio e notò che la figura non era un monaco, bensì Michelangelo Buonarroti; disteso del tutto, apparve che era una banconota da diecimila lire, su cui – lateralmente all’immenso artista – erano scritti tre numeri con il loro significato: 26 (Anna), 55 (la musica), 85 (le anime del Purgatorio).
Le due fecero la stessa pensata: uscirono di casa, si fecero il segno della croce dinanzi a Sant’Antonio e si diressero alla ricevitoria del rione, dove giocarono i tre numeri così com’erano scritti.
Quando il ricevitore chiese quale cifra desiderassero puntare, entrambe risposero: il valore della banconota.
L’uomo alzò un istante gli occhi, li riabbassò e fece l’operazione dividendo le quote.
Anna prese in consegna le ricevute e, uscite, si diressero al lavoro; nel pomeriggio, ognuna tornò alla propria abitazione, senza far parola con i rispettivi consorti.
Il fato – o Sant’Antonio – volle che il sabato sera uscissero dall’urna tutti e tre i numeri, uno in fila all’altro, sulla ruota di Napoli.
Anna lo disse la sera stessa a Ciro, mentre Ignazio non seppe nulla e tantomeno sospettò qualcosa, neppure nei giorni seguenti.
Dopo circa sei mesi, all’ora in cui Antonietta sarebbe dovuta rincasare, all’abitazione della coppia suonò il campanello. Ad aprire andò – imprecando, perché pensava fosse la moglie senza chiavi – Ignazio.
La consorte aveva suonato, sì, ma non era sola: con lei c’erano i genitori, l’avvocato e due carabinieri.
La moglie gli consegnò la richiesta di divorzio; gli agenti gli intimarono di accettare le disposizioni e di rispettare la volontà di colei che sarebbe diventata l’ex moglie.
Il povero Ignazio restò immobile e muto sull’uscio di casa.
Vide i cinque voltargli le spalle, scendere le scale del palazzo e allontanarsi.

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Testata: Buonasera
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