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Taranto
03 Gennaio 2026 - 07:16
Produzione di acciaio
TARANTO - L’entrata in vigore definitiva del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), avvenuta il 1° gennaio 2026, ha tracciato una linea di demarcazione indelebile nella storia della siderurgia globale. Per il complesso industriale ex Ilva di Taranto, questa specifica forma di tassazione del carbonio alle frontiere ha smesso di rappresentare una mera astrazione normativa dei tecnici di Bruxelles per tramutarsi in quello che molti osservatori definiscono un formidabile catalizzatore di cambiamenti strutturali e irreversibili. Il meccanismo appare oggi operare come una forza d'urto sulla complessa vertenza tarantina, imponendo un ritmo di trasformazione che sembra non concedere alcuno spazio a ulteriori esitazioni politiche o incertezze di natura industriale.
Dall'alba di quest'anno, ogni singola tonnellata di acciaio che transita attraverso i confini dell'Unione Europea provenendo da nazioni caratterizzate da standard ambientali meno rigorosi, quali la Cina, l’India o la Turchia, è sottoposta a un onere finanziario direttamente proporzionale alle emissioni di anidride carbonica generate nel ciclo produttivo. Tale sistema si prefigge di sanare una annosa distorsione competitiva, definita spesso come dumping ambientale, che ha sistematicamente penalizzato i produttori continentali per oltre un ventennio.
Per il polo siderurgico ionico, l'effetto immediato si traduce in quello che gli analisti definiscono un robusto scudo protettivo. Secondo le proiezioni attuali, basate sugli odierni prezzi del sistema ETS, il sovrapprezzo stimato oscilla tra 40 e 70 euro per tonnellata, riducendo sensibilmente la competitività dei prodotti extra-UE. È opportuno precisare che tali analisi sui costi sono proiezioni soggette alle fluttuazioni del mercato dei crediti di carbonio e non costituiscono dati finanziari immutabili. Tuttavia, questo scenario garantisce un potenziale margine di manovra strategico ai grandi acquirenti dei comparti automotive ed elettrodomestici, i quali appaiono ora decisamente più orientati a stabilizzare le proprie catene di approvvigionamento entro i confini protetti del mercato unico europeo.
Se da un lato il CBAM scherma le frontiere esterne, dall'altro innesca un rigido processo di selezione interna. Per preservare l'integrità del mercato e accelerare la traiettoria di decarbonizzazione, l'Unione Europea ha impresso un'accelerazione al piano di riduzione delle quote gratuite di emissione precedentemente elargite alle acciaierie, rendendo la tecnologia tradizionale degli altiforni a carbone una sfida economica sempre più complessa.
In questo mutato scenario, la procedura di cessione degli asset produttivi a nuovi investitori internazionali assume una connotazione di estrema urgenza. L'attrattività di un sito non sembra più misurarsi sulla mera capacità produttiva lorda, bensì sulla credibilità della strategia di decarbonizzazione proposta. Gli attori pronti a veicolare massicci investimenti nell'idrogeno verde e nell'implementazione di impianti di preriduzione del minerale (DRI) possono oggi guardare a Taranto come a una potenziale opportunità di sviluppo.
Eppure, secondo quanto rilevato da diversi esperti del settore energetico, la sfida tecnologica deve scontrarsi con il nodo critico dei costi energetici nazionali. La transizione verso i forni elettrici richiede un carico di potenza che la rete italiana, ancora impegnata nel potenziamento delle rinnovabili, potrebbe faticare a garantire a prezzi paragonabili ai competitor nordeuropei. Senza un accesso agevolato all'energia, il rischio paventato è che l’acciaio di Taranto risulti penalizzato non più dalle emissioni, ma da oneri energetici in grado di gravare pesantemente sui bilanci della nuova gestione.
Parallelamente, la scelta strategica del DRI deve fare i conti con la complessa realtà della catena di fornitura globale. Questi impianti necessitano di pellet di minerale di altissima qualità, una risorsa che nel 2026 vede una domanda mondiale in ascesa a fronte di un'offerta che molti analisti logistici definiscono limitata. La sfida per Taranto non appare dunque solo costruttiva, ma vieppiù logistica e geopolitica, legata alla capacità di assicurarsi contratti di fornitura per materie prime nobili in un mercato estremamente teso.
L'impatto di questa rivoluzione normativa incide inoltre profondamente sul tessuto sociale del territorio pugliese. Come previsto dal piano industriale e confermato dalle recenti proiezioni sindacali, la transizione verso l'elettrosiderurgia risulta intrinsecamente meno dipendente dalla manodopera intensiva rispetto al ciclo integrale. La gestione della cassa integrazione per una platea stimata in circa 6.000 lavoratori rappresenta, secondo le principali sigle dei rappresentanti dei lavoratori, la sfida politica più onerosa, poiché il passaggio tecnologico determinerà una contrazione della forza lavoro storica che ha sostenuto l'economia locale per decenni.
Se da un lato l'esigenza di una rendicontazione analitica della CO2 sta favorendo la nascita dei cosiddetti colletti verdi, tecnici specializzati nel monitoraggio ambientale, molti osservatori ritengono che queste nuove figure non siano numericamente sufficienti a compensare nell'immediato la perdita di posti nei reparti tradizionali. Il rischio paventato da parte della cittadinanza è che la decarbonizzazione venga percepita non come un'occasione di riscatto, bensì come una forma di deindustrializzazione guidata dalle necessità normative.
Il CBAM rappresenta, in ultima analisi, l’ultimo appello per il futuro dell'ex Ilva. Pur offrendo la cornice normativa per giustificare investimenti di vasta portata, il meccanismo impone un programma che sembra non tollerare ulteriori ritardi. Il 2026 potrebbe essere ricordato come il momento storico in cui la decarbonizzazione ha cessato di essere una mera scelta etica opzionale per diventare, secondo le attuali dinamiche di mercato, l’unico modello di business capace di tentare di scongiurare un declino industriale altrimenti segnato.
Prof. Raffaele Bagnardi
Sociologo del Lavoro
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