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FANTASY
07 Gennaio 2026 - 06:00
Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
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Sandy allacciò stretto il pettorale, saggiandone con le dita la resistenza e augurandosi potesse reggere alla malevola potenza di un colpo di malora. Quel pezzo di cuoio rinforzato, abbinato a strati di filo metallico e sottili scaglie di pietra e osso, era stato battuto e ribattuto fino ad assumere un aspetto piatto, rigido e brunito: come la suola dello stivale di un gigante, lo definiva ridendo la mamma dopo l’ennesima serata passata insieme, alla luce del fuoco, a temprare la pelle dura a colpi di martello.
Quel pettorale era la versione attualizzata del medesimo strumento usato quotidianamente dall’anziana madre, indossato sopra ogni vestito e spesso anche sulla pelle nuda; pelle bianca e tenera che poi restava sfregiata da segni rossi dolenti e facili a irritarsi ma che, come le ripeteva sempre sorridendo, erano nulla rispetto ai danni della malora.
Come ogni femmina, Sandy sapeva che la malora prediligeva subdolamente le donne e in particolare il loro seno. Più l’età diventava adulta, più quella parte del corpo diventava appetibile: la malora sembrava fiutare il momento in cui una ragazza diventava pienamente donna, magari iniziava a sognare un compagno e dei bambini, e pareva colpirla con un gusto speciale nell’annidarsi nel suo petto che diventava così carne maledetta, avvelenando le vie del latte per figli futuri che non sarebbero mai arrivati e trasformandosi in spauracchio agli occhi di chiunque.
Nessuno sapeva da dove venisse la malora, né se avesse uno scopo o un vantaggio quando colpiva. Profeti e stregoni, così come uomini di scienza ma anche levatrici ed erboriste, si erano dedicati anima e corpo a quel flagello che in poco tempo faceva di persone sane e forti cibo per i vermi. Non era facile distinguerlo da altri malanni, sebbene a renderlo riconoscibile fosse proprio la caratteristica che lo rendeva così letale: era invisibile, silente e inimmaginabile finché, quasi da un giorno all’altro, non iniziava a imperversare e a quel punto, per chi ne era colpita, era la fine.
Per quanto si riuscisse a comprendere, la malora si era rivelato quantomeno non contagiosa: questa era la magra consolazione offerta a chi se ne scopriva affetta e aveva quindi il privilegio di potersi almeno circondare dai propri cari nelle sue ultime ore di agonia.
Proprio per i parenti, però, un caso di malora era una notizia doppiamente nefasta perché recava con sé, oltre a lutto e disperazione, il terrore di nuovi casi in famiglia: era risaputo che quel morbo così evasivo prediligeva madri e figlie, sorelle, nonne e nipoti, quasi passasse nel latte materno a collegare le generazioni con una linea foriera di morte.
Una volta riconosciutane la predilezione alla familiarità, era stato ovvio per i clan colpiti concentrarsi sul comprenderne la causa: forse le abitudini alimentari, forse l’aria del villaggio, forse la stoffa grezza che grattava la pelle, forse un avo blasfemo colpito da un castigo eterno? Le ipotesi fioccavano nell’intimità delle case, stretti davanti al focolare su un pavimento di terra battuta, ma anche nei luoghi del sapere dove gli eruditi si incontravano nelle piazze principali raggiungibili in giorni e giorni di cammino, carichi di pergamene ricoperte di analisi e teorie fino a quel momento vane.
C’erano state anche battaglie, in nome della malora: erano molti i villaggi che, sconvolti dalla paura e dalle frequenti campane funebri, avevano individuato negli stranieri la causa della disgrazia. Mercanti, soldati, marinai, sfollati ed esuli, chiunque provenisse da orizzonti esotici era diventato un acerrimo nemico da annientare con ulteriori stragi. Eppure, il tempo rivelò che la malora esisteva anche oltre i propri confini e istituiva tra i popoli una mostruosa sorellanza.
Non c’era origine, non c’era causa, non c’era senso, e soprattutto non c’era cura. Lo svelarsi della malora avveniva letteralmente da un momento all’altro: donne dalla pelle morbida e le guance piene si risvegliavano giallastre, rinsecchite, gli occhi enormi in un viso improvvisamente macilento. Le forze improvvisamente assenti, le membra scoordinate, la mente che tendeva a confondersi, e poi i dolori che prendevano tutto il corpo perlopiù a partire dal petto che restava, mostruosamente, l’unica parte tonda, sana e rosea mentre la carne attorno avvizziva. Qualche giorno, qualche notte di crescente sofferenza e poi l’addio. Non c’erano pozioni, cataplasmi, intrugli e nemmeno incantesimi o rituali che avessero mai dato frutto: dietro le pareti di roccia e paglia, su giacigli bagnati di sudore gelido, le donne morivano. Ma, prima di arrendersi, molte di loro osservavano, cercavano, sperimentavano per lasciare un’eredità utile, se non ancora a sconfiggere, a contrastare il nemico comune.
Per questo Sandy ogni sera rinforzava il suo pettorale e lo rendeva liscio e resistente, quindi lo bagnava di acqua benedetta e lo legava stretto sulla pelle sempre perfettamente pulita – le donne del passato erano state chiare: la sporcizia è alleata di ogni malanno – recitando la preghiera di potersi risvegliare al mattino senza i segni della malora. Lo faceva quotidianamente, anche d’inverno quando quella costrizione al petto rendeva ancora più dure le notti scandite dalla tosse, anche d’estate mentre cercava di trovare refrigerio nelle acque del ruscello.
Nel suo villaggio tutte le femmine, fin dalla pubertà, si abituavano a proteggere il seno con simili manufatti. Ogni clan aveva la sua ricetta: pellame di vitello, di montone o di capra, olio santo o acqua benedetta, chiodi di ferro o di bronzo, ma tutti condividevano la necessità di non lasciare mai il petto privo di pettorale specialmente fuori dalle mura di casa. Per questo i necessari rituali di manutenzione del pettorale e pulizia del corpo erano così pericolosi: chi poteva dire se quei brevi istanti in cui la carne era scoperta non fossero uno spiraglio da cui la malora poteva penetrare sottopelle e annidarsi vicino al cuore?
Quello era il sospetto terribile che l’aveva colta quando anche la mamma, un’orrenda e livida mattina, si era svegliata fissandola con gli occhi vitrei e vuoti affondati nelle occhiaie giallastre, a denunciare inequivocabilmente l’arrivo di un intruso nel suo organismo fino ad allora sano. Così sano che entrambe, madre e figlia, si erano quasi convinte di aver trovato l’antidoto alla malora, di esserne addirittura immuni; eppure, come spesso avviene anche la loro tracotanza venne infine tragicamente smentita e Sandy si trovò, nel giro di poche ore, a stringere una mano fragile e diafana come carta velina.
«Non arrenderti», furono le sue ultime parole, sussurrate e tremanti e al contempo vibranti di forza, «non arrenderti e continua a provare, ti ho insegnato a scrivere, quindi scrivi» e Sandy prese fuliggine e un bastoncino e scrisse sul muro: arnica contro il dolore, echinacea per la forza, calendula per la rigenerazione; e rugiada del mattino e sassi tondi di fiume e corteccia di salice e altri ingredienti dalla terra e dall’acqua, mischiati a sacri elementi benedetti da preti e sciamani.
La lista era lunga e punteggiata di commenti - «mi raccomando foglie fresche, quand’è estate prendine tante e mettile nella ghiacciaia per l’inverno» - ma la mamma, tenace come un leone, la completò tutta e riuscì anche ad aggiungere: «finiscila, Sandy, finisci la ricetta. Questa funziona ma non del tutto purtroppo, io ne sono la prova: continua a cercare, continua a provare. Sperimenta, aggiungi, e taci con tutti: abbi pazienza, lascia che gli anni trascorrano e quando anche tu sarai canuta, se sarai ancora salva, diffondi l’antidoto. Salva i seni di tutte le donne e non chiedere un soldo: non c’è oro che valga agli occhi della malora». Fu quella, l’odioso nome del morbo misterioso, l’ultima parola di sua madre, come lo era stata di tante donne prima di lei.
E sarebbe stata la prima parola sulle labbra di Sandy quando, dopo una notte annegata nel lutto, si alzò con nuova determinazione: finalmente poteva dare un senso alle lunghe ore in cui la mamma si chiudeva nella stalla e batteva, pestava, macerava, distillava e quindi bagnava i due pettorali e li martellava con un vigore che pareva inesauribile, i capelli bianchi e i seni finalmente liberi che ondeggiavano alla luce del fuoco.
Ora era lei, orfana e sola e sconvolta, la depositaria di un sapere inestimabile ma non ancora compiuto: quell’antidoto era efficace, come dimostrava la veneranda età raggiunta da sua madre, ma non era ancora infallibile. A Sandy, come lei creatura dei boschi e dei prati, frullavano in testa mille pensieri: la lavanda per la serenità, l’iperico per il buonumore… forse la malva per lenire la pelle e l’angoscia?
In quella prima alba della sua nuova vita solitaria, uscì di casa munita di una grande gerla, ripetendo tra sé come una preghiera la lista della mamma; le sue dita fremevano dalla voglia di setacciare le rive del ruscello e poi lavorare alacri nella stalla, quando un’ombra le calò sugli occhi e Sandy, alzando lo sguardo, vide una sagoma alata stagliarsi davanti al sole lanciando un verso stridulo…
«Signorina Martini, “Sandy” sta per Alessandra, vero?».
Una voce la riscosse, sostituendosi alle strida acute che le riempivano la testa. Pian piano mise a fuoco il contesto circostante, focalizzando il sorriso materno dell’infermiera che la accoglieva dopo ogni seduta di radioterapia. Anche in quel momento stava armeggiando con la copertina cercando di accomodargliela meglio attorno al corpo e, nel vederla ancora stordita, inalberò un’espressione preoccupata: «Mi scusi tanto! Non mi ero accorta che si fosse addormentata, mi spiace così tanto di averla disturbata…».
Sandy si tirò su: «Oh non si preoccupi, ero solo persa in una fantasia… Niente che non possa riprendere dopo, magari stasera, prima di dormire, per vedere come va a finire» concluse con un accenno di sorriso.
«Fa proprio bene a rifugiarsi nella fantasia – riprese l’infermiera – perché il presente non è proprio il massimo, vero? Ma deve avere fiducia: lei è giovane, le sue analisi generali sono buone, e per fortuna vedrà che l’abbiamo preso in tempo».
Sandy abbassò gli occhi sul petto, dove la copertina giaceva piatta. Doveva ancora abituarsi al vuoto lasciato dalla mastectomia, ma quello era niente rispetto al vuoto che a volte vedeva davanti a sé, nel suo futuro più incerto che mai.
In quel periodo le era capitato spesso di volersi solo nascondere al buio, fingendo di essere già morta per non dover più pensare, temere, rinunciare a nulla. Ma poi Sandy – l’altra Sandy, quella che aveva ancora il seno e i capelli e vestiva di pellame e stoffa ruvida – si era insinuata nei suoi pensieri e l’aveva portata con sé in un mondo che somigliava a quello dei libri che leggeva d’estate, quando spegneva il cellulare e tagliava fuori il resto del mondo.
Adesso aveva uno scopo, minimo ma abbastanza forte da farla alzare dal letto, andare in ospedale, sopportare anche le giornate peggiori: sapere cosa sarebbe successo a Sandy dei boschi, anzi deciderlo. Avere il controllo almeno di quel destino, farne un’eroina – almeno lei – capace di salvare le donne del villaggio o addirittura di tutto il suo piccolo mondo brulicante di donne affamate di vita. Dipingere un cosmo in cui il male temeva il potere dei fiori e a fendere l’aria non erano aerei o nuvole di smog ma… era un drago dagli occhi d’oro, a volare sul sole? O qualcosa di meno scontato, come una fenice risorta dalle ceneri delle donne uccise dalla malora? O una strega in forma d’uccello arrivata in volo da terre lontane, recando l’ingrediente mancante? Ci doveva pensare, ci avrebbe pensato quella sera nella sua camera buia ma non solitaria, non più. Voleva sapere come va a finire la storia, voleva sceglierlo lei. Non sapeva come e quando, ma sarebbe stato un lieto fine. Un finale in cui la malora maledetta soccombe alla volontà di una donna, lei si salva e salva tutte. E chissà che, anche nel suo mondo più prosaico ma altrettanto pericoloso, una malora chiamata cancro subisse la stessa sorte.
Si drizzò di scatto sul lettino, spalle dritte e testa alta, spaventando l’infermiera: «Mi scusi, non le ho ancora risposto – le disse con un sorriso – Sì, “Sandy” sta per Alessandra. Mi chiamano tutti così, Sandy mi calza molto meglio. Mi calza a pennello».

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Testata: Buonasera
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