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AUTOBIOGRAFICO

Il Natale ritrovato

di Valter Laurenti

Il Natale ritrovato

Bovindo – racconti da leggere, autori da scoprire è la rubrica dedicata a chi desidera far conoscere la propria voce letteraria e condividere il piacere del racconto breve.
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Bovindo propone un nuovo racconto, scelto tra autori esordienti e scrittori già affermati, offrendo ai lettori uno sguardo privilegiato sulla narrativa italiana contemporanea: una finestra luminosa da cui osservare il mondo attraverso tante piccole grandi storie.
Gli autori interessati possono inviare all’indirizzo bovindo2025@gmail.com il proprio racconto indicando nome, cognome, luogo di residenza e contatto telefonico. I testi, in lingua italiana e a tema libero, non dovranno superare le quattro pagine (formato A4, file Word). Sono ammessi racconti editi o inediti, senza limiti di genere. Per ulteriori informazioni: cellulare 327 1371380. Bovindo è uno spazio aperto e inclusivo, dove la scrittura respira, il talento si riconosce e ogni voce trova il suo lettore.


Il Natale ritrovato

di Valter Laurenti

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-Diagnosi eziologica evidenzia stato di ictus cerebrale localizzato nell’emisfero destro. TAC e RMN danno responso positivo. Paziente arrivato da Pronto Soccorso con sintomi crescenti. Ora stazionario. - Alle 8.00 del mattino del 25 dicembre 1997 il referto clinico di mio padre recitava questo.

Quella mattina mi trovavo a casa dei miei suoceri, a Monza. Loro non usavano addobbare la casa con albero, presepe o altro; mi ci ero ormai abituato, io che invece ero da sempre vissuto con la classica preparazione romana alle feste, a cominciare proprio dall’albero, realizzato, con tutti gli addobbi possibili, rigorosamente l’8 dicembre. La magia del Natale a casa di Rosa, mia suocera, si manifestava comunque, in tutta la sua bontà, nei momenti di aggregazione a tavola, a cominciare dalla sera della vigilia, con espressioni della sua rinomata e prelibata arte culinaria. Le sue doti in cucina avevano il pregio di innescare un’atmosfera conviviale particolare, suffragata dalle battute spesso improvvise, simpatiche, con la giusta dose di ironia e sarcasmo verso avvenimenti e persone succedutesi durante l’anno, da parte di Michele, mio suocero. Era una persona colta, più della media, e spesso si distingueva con citazioni in latino e greco, sempre attinenti a ciò che il momento richiedeva.
Improvvisamente, quella mattina squillò il telefono. Una cosa del genere era piuttosto insolita la mattina di Natale, considerando che gli auguri di rito tra parenti e amici erano stati espletati la sera prima. La telefonata aveva me come destinatario. Essere messaggeri di brutte notizie non è mai facile per nessuno, riceverle è ancora più dura. Mia sorella cercò di alleggerire il peso di quello che mi doveva dire, chiedendomi prima se stavo bene, ma subito dopo, sotto la mia pressione emotiva, sviscerò il motivo della telefonata: “Valter, papà ha avuto un ictus stanotte. Lo abbiamo portato in ospedale, le sue condizioni sono abbastanza gravi. Ti leggo il referto.”
Ascoltai le notizie in silenzio, quasi senza sentirle, elaborando mille pensieri e cercando di immaginare mio padre nel letto di ospedale, ricordandolo fino a un paio di giorni prima, quando ci eravamo salutati per rivederci alla ripresa del lavoro, dopo le vacanze. Lavoravamo insieme nell’azienda di famiglia, a stretto contatto tutto il giorno. Questa condizione, se da un lato accresceva l’affiatamento, dall’altro poteva dar luogo a contrasti di varia natura, derivanti dalle diverse idee sulla conduzione del lavoro stesso. Ma quando ti giunge una notizia del genere, si dimentica tutto, e un accavallarsi di pensieri manda in tilt la mente.
E così, in un istante lungo almeno una ventina di anni, mi ritornarono nella memoria i ricordi di tanti Natali, vissuti coi parenti, a casa dei miei, perché avevamo una grande sala, in quelle allegre atmosfere di aggregazione in cui ci riunivamo tutti, almeno trenta persone, tra familiari, zii e cugini di varie età. Si iniziava la mattina della vigilia con la spesa di rito presso il banco della pescheria, essendo la cena della vigilia rigorosamente a base di pesce. Certo, al protagonista della festa, che sarebbe nato di lì a poco, sarebbe bastato comprare un solo pesce, per poi moltiplicarlo a seconda del numero dei partecipanti, con la stessa sorte che sarebbe toccata poi al vino, ma a noi comuni mortali toccava invece la fila al mercato, che diventava sempre più lunga man mano che passava il tempo, fino ad arrivare, talvolta, a essere inutile, perché nel frattempo i precedenti avventori avevano fatto man bassa della mercanzia. A spesa fatta, iniziava un tam-tam di telefonate tra parenti, che servivano da riepilogo per ciò che ognuno doveva preparare e portare a tavola la sera.
Come si dice a Roma, era d’obbligo arrivare e “bussare coi piedi”, perché le mani dovevano essere impegnate a sostenere vassoi di prelibatezze varie e bottiglie di vino. Il tocco vellutato del piede di un bisonte era l’annuncio, assolutamente chiaro ed inequivocabile, di chi stava alla porta in quel momento, il mitico zio Zelio, con le mani impegnate a sorreggere grandi buste di mercanzia: “Oh, ecco, è arrivato er mejo, che hai portato?” E lui, con il tono di chi necessitava di farsi sentire da cima a fondovalle: “Che ho portato? Lo devi domandare a tu’ zia, io faccio solo il fattorino.” E giù la prima risata.
E così, tra l’allegria con cui si consumava il cibo, racconti dei vari aneddoti successi durante l’anno, alcuni veri, alcuni sapientemente romanzati, si passavano stupende vigilie in compagnia, fino a quando, terminata la cena, si sparecchiava e qualcosa si innalzava a protagonista indiscusso della serata: le famigerate carte da gioco. Dovevano essere le protagoniste di un momento gioviale, di allegria, partecipazione e aggregazione. Erano invece capaci di far dimenticare parentele, amicizie e buoni rapporti, di far affiorare vecchi rancori morti e sepolti da anni, di suscitare malcelata invidia per chi avesse avuto la malaugurata buona sorte di aggiudicarsi due mani di fila. Invise a tutte le donne presenti, le quali, attente osservatrici del possibile cambiamento di umore ed espressione facciale dei rispettivi consorti, al primo accenno di tensione sfoderavano le più fantasiose scuse per distrarre i giocatori e far perdere, seppure per qualche istante, la concentrazione. Fortunatamente, alla fine delle partite, tutto rientrava nei canoni della convivialità, cercata solo ed esclusivamente per passare un po’ di tempo in allegria.
Il giorno dopo, a Natale, si assisteva a uno smembramento della tavolata della sera precedente. Ci si riuniva al massimo in due o tre famiglie per casa, come se fossero state prese a caso nel mazzo del grande gruppo. Almeno, era quello che pensavo, non immaginando ancora l’organizzazione e le laboriose preparazioni in accordo tra le parti.
Con l’unica parentesi dell’anno di militare, dove peraltro passai un Natale ugualmente fantastico con tutti gli altri commilitoni, i nostri giorni di festa natalizi seguirono, per almeno un ventennio, lo stesso, inappuntabile, classico e ormai mandato a memoria copione. L’allegra brigata fu aiutata anche dal fatto che, in tutto questo arco temporale, nessuno ebbe problemi gravi di salute, mentre tutti gli altri grattacapi, presenti invece in quantità sovrabbondanti, non intaccavano minimamente il buonumore e il voler stare insieme in determinate occasioni. Invece, se fosse successo qualcosa di grave a un qualsiasi membro del parentado, l’affiatamento sarebbe stato tale da rovinare il Natale di tutti.
Avevo la cornetta del telefono in mano e stavo facendo mente locale su cosa rispondere a mia sorella, quando la sua voce mi ridestò dal torpore in cui mi ero immerso con i miei ricordi: “Valter, ci sei?” “Ecco sì, stavo pensando a… va bene, appena posso parto e vengo giù.”
Mentre riappendevo la cornetta, non potei fare altro che immaginare che, da quel momento in poi, il Natale sarebbe giunto solo per ricordarmi questo tragico evento. Pensai che nessun Natale futuro avrebbe avuto la stessa gioiosa, empatica atmosfera di quelli precedenti. La magia del Natale, così, sembrava destinata a scomparire.
La vita è fatta di gioie e dolori, e l’ordine cronologico con cui questi due elementi si presentano è quasi sempre affidato al caso. Fortunatamente, un evento molto particolare, che allieta gli animi di tutte le famiglie, si presentò nel corso degli anni anche nella mia: la nascita dei miei due figli. I figli cambiano completamente vita, pensieri e prospettive, e con loro inizia un percorso impegnativo, faticoso e ricco di problematiche, ma anche di momenti bellissimi da vivere. Se si riesce ad adempiere al difficilissimo ruolo di educatore e a calarsi contemporaneamente nei panni di un compagno di giochi, si scopre di passare il tempo in una maniera che non si sarebbe mai immaginata. A poco a poco ricominciammo ad aggregarci a Natale, non più a casa dei miei, ma presso qualche zia ancora giovane, apparecchiando la tavola e contando le sedie rimaste vuote nel tempo, che magicamente si riempivano man mano che i nuovi arrivati crescevano.
Ora, ad un tipo come me, con il carattere festoso e goliardico che ha sempre fatto parte del mio DNA, cosa poteva venire in mente per rallegrare le feste dei figli e dei loro cuginetti in quel nuovo ritrovarsi? L’idea mi venne in un preciso giorno di dicembre, nel 2003. Camminando lungo una strada piena di negozi addobbati, passai davanti a una vetrina che mostrava un costume di Babbo Natale. Lo guardai distrattamente, tirando dritto, ma pochi metri dopo mi bloccai, come se avessi appena scoperto la pietra filosofale, e tornai sui miei passi, entrando nel negozio. Ne uscii con il costume in una busta, felice come un bambino, e corsi subito a casa per condividere la gioia con Paola, mia moglie. Purtroppo la mia felicità venne strozzata dalla sua faccia perplessa e interrogativa: “Ci mancava anche questo, cos’hai intenzione di farne?”
“Ci travesto e faccio divertire i bambini.”
“Mi sa che ti diverti di più tu, visto che non cresci mai. Dovresti pensare alle cose serie; invece quel costume lo userai una volta e poi lo butterai.”
Non andò così. La vita è piena di problemi e cose serie, pensai tra me, e dobbiamo affrontarle giorno per giorno, ma dobbiamo anche avere momenti felici, perché sono quelli che si ricorderanno nel tempo. Nel corso degli anni, questo Babbo Natale “de Noantri” combinò letteralmente di tutti i colori. Il primo anno si presentò, all’insaputa di genitori e maestre, nel bel mezzo della recita dei bambini all’asilo, distribuendo caramelle e piccoli doni da un sacco. Le grida dei bambini e gli applausi dei genitori mi fecero pensare che l’idea non era stata così malvagia.
L’anno successivo ebbi la stravagante idea di calarmi dal camino della taverna di mia zia, ma dato che la canna fumaria era troppo stretta mi appesi all’interno della cappa con delle corde che fungevano da sedile posticcio, pronto a fingere di scendere dall’alto. I bambini chiesero perché non fosse acceso il fuoco, e mia zia inventò la scusa di un problema alla canna fumaria. Tutti gli altri ovviamente erano al corrente. Stetti un tempo infinito, fino a quando, indolenzito e stanco, decisi di scendere. Nel farlo, una gamba si incastrò nelle corde e non ci fu modo di liberarla se non scendendo a testa in giù. Quando apparve la testa, con la barba finta a penzoloni nella bocca del camino, ci fu per un attimo il gelo, e poi un’esplosione di gioia da parte dei bambini. Naturalmente il costume rosso era diventato nero di fuliggine, così barba e capelli finti. Ma ne valse la pena. Raramente avevo visto bambini divertirsi così, e i grandi non furono da meno. Sembrava di stare a teatro. Pensai con soddisfazione al ritorno che aveva avuto il suo piccolo effetto sotto forma di costume.
L’apice dell’epopea del nostro Babbo Natale ebbe come teatro le piste da sci delle Dolomiti. Eravamo soliti andare in settimana bianca, di solito in febbraio. Alta pressione atmosferica, giornate piene di sole e che iniziavano ad allungarsi. Ma vogliamo mettere la magia del Natale sulla neve? E così sia. Organizzammo per qualche anno la settimana bianca tra la vigilia di Natale e Capodanno, con il costume rigorosamente nella valigia.
Il giorno di Natale, quando sei in vacanza, è un giorno come gli altri. A maggior ragione sulle piste da sci, dove la gente pensa a salire e scendere. Quella mattina mi alzai prestissimo per fare colazione da solo e sparire agli occhi dei bambini, miei e degli altri presenti nell’albergo. Infilarsi un costume sopra la tuta da sci non fu semplice. Per non farmi vedere andai nella skyroom dell’albergo, presi gli scarponi e rientrai in camera con una scusa. “Voi andate, vi raggiungo subito.”
Immaginare cosa sarebbe successo non era possibile, perché ero convinto che di Babbi Natale ce ne sarebbero stati a bizzeffe. Mi guardai intorno: a vista d’occhio, nessuno. Mi domandai se non fosse un’idea troppo stramba, visto che sembravo essere l’unico ad avercela avuta. Ma quando arrivai in cima, appena sceso dall’ovetto, cominciò a levarsi nell’aria un rumoreggiare sempre più intenso, fino a una vera e propria esplosione di gioia da parte di tutti i bambini presenti. “Babbo Nataleee!” All’epoca sciavo con gli Snowblade, una sorta di sci corti che permettevano di avere le mani libere, e salutai simbolicamente i bambini con un abbraccio. Questi iniziarono a seguirmi, abbandonando le postazioni e i maestri. Lì per lì mi sembrò di vivere una scena stupenda: Babbo Natale che scia seguito da uno stuolo di bambini. Ma la vita non è un film, così dopo qualche centinaio di metri, pensai all’enorme responsabilità che mi stavo assumendo, e mi fermai. Spiegai ai bambini che era giusto così, che i maestri e i genitori si sarebbero preoccupati, e ci eravamo divertiti abbastanza.
Al sopraggiungere dei maestri ci fu qualche attimo di tensione, spiegazioni e scuse, ma, visto che non era successo niente, ciascuno proseguì la giornata dimenticando l’episodio. Che bello, pensai: non capiterà più, d’accordo, ma è capitato, e lo potrò raccontare. Perché la gioia di un Natale ritrovato è sempre da raccontare.

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