TARANTO – Dopo oltre un decennio di silenzio e piste rimaste senza esito, un omicidio che aveva segnato profondamente il territorio torna a trovare una risposta investigativa. I carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Taranto hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 2 uomini di 57 anni, ritenuti gravemente indiziati, in concorso, di omicidio aggravato dalla premeditazione e dal metodo mafioso, oltre che di detenzione e porto illegale di arma da fuoco.
Il provvedimento è stato disposto dal G.I.P. del Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, al termine di un’articolata attività investigativa condotta in stretta collaborazione con la Procura di Taranto.

La conferenza stampa dopo il blitz di questa notte - foto di Francesco Manfuso
L’indagine ha consentito di riaprire e fare luce su un cold case risalente al 14 ottobre 2013, quando un imprenditore edile di Pulsano, Martino Marangia, allora 50enne, fu ucciso in un agguato mentre rientrava a casa. L’uomo, a bordo della propria auto, venne colpito da almeno 10 proiettili calibro 9, esplosi da un sicario che riuscì a fuggire senza lasciare tracce.
Per anni quel delitto è rimasto avvolto da un clima di omertà e difficoltà investigative, alimentato dalla capacità degli autori di sottrarsi agli accertamenti e da un contesto ambientale complesso. Oggi, grazie a un lavoro investigativo lungo e meticoloso, è stato possibile ricostruire i fatti e delineare un quadro ritenuto grave e coerente.
Secondo quanto emerso, i destinatari della misura cautelare sono Cosimo Campo, originario di San Giorgio Jonico, indicato come esecutore materiale e Anselmo Venere, di Pulsano, ritenuto il mandante del delitto e a capo di un gruppo criminale. Quest’ultimo risulta già detenuto per un’altra operazione condotta nel mese di dicembre.
Il movente dell’omicidio affonda le radici in una vicenda di contrasti legati all’attività imprenditoriale della vittima e, soprattutto, in un episodio precedente che avrebbe avuto un peso determinante. Secondo la ricostruzione investigativa, circa 3 anni prima del delitto, il presunto mandante avrebbe tentato di aggredire l’imprenditore, venendo però disarmato, sopraffatto e ferito.
Un episodio che, nel contesto criminale di riferimento, avrebbe rappresentato una grave umiliazione pubblica, compromettendo il prestigio e l’autorità del soggetto. Da qui, la decisione di pianificare una risposta violenta, maturata nel tempo e culminata nell’agguato mortale, interpretato come un’azione punitiva per ristabilire equilibri interni e riaffermare il controllo sul territorio.
Le indagini hanno evidenziato una accurata pianificazione del delitto, con la predisposizione di un alibi e il ricorso a un esecutore ritenuto meno riconducibile all’area operativa del gruppo criminale. Non sono mancati tentativi di depistaggio, attraverso comportamenti ambigui e il coinvolgimento di persone informate sui fatti, una delle quali si sarebbe rivolta direttamente al mandante per ricevere indicazioni su cosa dichiarare agli inquirenti.
Determinante è stata la rilettura di elementi già acquisiti in passato, unita a nuove attività tecniche e riscontri investigativi, che hanno permesso di superare le difficoltà che avevano portato all’archiviazione del procedimento. Fondamentale anche il contributo di dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia, risultate coerenti con quelle di altri soggetti a conoscenza diretta della vicenda.
L’operazione rappresenta un risultato significativo nel contrasto alla criminalità organizzata, dimostrando la capacità dello Stato di riaprire e risolvere anche casi rimasti irrisolti per anni. Un segnale forte per il territorio, che riafferma i principi di legalità e giustizia, anche a distanza di tempo.