…fino a quando (“io dico, seguitando”…) dai dati antropologici rilevati sul cranio di Dante nel 1921 e da un calco modellato nella prima metà del Novecento da Fabio Frassetto, professore di Antropologia presso l’Università di Bologna, alcuni studiosi, qualche anno fa, hanno ottenuto il volto di Dante. Le ossa, si sa, sono l’archivio biologico che contiene tutti i dati di un individuo. Lo scheletro allora, in quest’ottica, è un bene culturale oltre che biologico.
Ma andiamo con ordine. Prima di tutto viene spontanea la domanda: com’era il volto di Dante? Gli occhi, la bocca, la fronte com’erano? Insomma, che faccia aveva veramente il Divino Poeta? L’unica fonte di informazioni attendibili è quella di Giovanni Boccaccio, primo dantista della storia, che nel suo prezioso “Trattatello in laude di Dante” del 1362 scrive:
Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito, in quello abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.
Sulla scorta di quanto scritto da Boccaccio gli artisti hanno poi dipinto o scolpito Dante sempre con gli stessi tratti: naso aquilino, lineamenti severi, espressione corrucciata, altera o malinconica, sul capo la corona d’alloro, simbolo di imperitura gloria poetica; e sempre avvolto dal lucco, un mantello- soprabito tipicamente fiorentino, con il cappuccio a punta e di color rosso acceso o rosso scarlatto, il colore nobile per eccellenza, prerogativa di cavalieri, giudici e notai.
Domenico da Michelino, Botticelli, Signorelli e poi Delacroix, Doré, Koch, Scaramuzza, Martini, Dalì e anche Rizzi, che realizzò la statua di Dante per il cenotafio della basilica di Santa Croce di Firenze, e lo scultore ravennate Enrico Pazzi, autore del monumento nella piazza di Santa Croce a Firenze, tutti, ispirandosi a quanto scritto da Boccaccio e all’iconografia più antica che risale ai primissimi ritratti di Dante realizzati da miniaturisti e pittori del Trecento, e soprattutto all’affresco di scuola giottesca della cappella del Bargello, hanno raffigurato il Poeta secondo il collaudato cliché.
Nel 1465, per il secondo centenario della nascita di Dante, Domenico di Michelino realizzò la famosa tavola per il Duomo di Firenze. Dante è al centro, vestito di rosso e coronato d’alloro; la mano sinistra regge e mostra la Commedia aperta alla prima pagina; alla sua destra è l’Inferno in sintesi (una porta spalancata, rocce, diavoli, i pusillanimi che seguono una bandiera e Lucifero tra le fiamme, e non nel ghiaccio); alla sua sinistra è la città di Firenze, chiusa dentro la cerchia muraria. Alle spalle di Dante, in posizione centrale, è la montagna del Purgatorio affrescata con precisione: per l’arti sta, giustamente, è proprio l’ideazione della montagna del Purgatorio la novità geniale dell’opera dantesca. In alto le fasce celesti coi pianeti sintetizzano la cantica del “Paradiso”. Il ritratto di Dante realizzato nel 1495 da Sandro Botticelli (si trova attualmente a Ginevra, in una collezione privata), è forse il più gettonato: il poeta è di profilo, col naso aquilino, il mento e i tratti del volto spigolosi, il cipiglio fiero. Luca Signorelli, nello zoccolo alto della cappella di san Brizio affrescato con grottesche, nel Duomo di Orvieto, ritrasse Dante fra il 1499 e il 1502 come poeta-teologo, di profilo e a mezzo busto, naso aquilino e capo “laureato”, mentre sfoglia e consulta dei manoscritti al centro di quattro medaglioni dove sono raffigurati a monocromo alcuni episodi dei primi quattro canti della cantica del “Purgatorio”.
Questi sono i ritratti più famosi, più celebri e celebrati, ma la lista è lunga. Tuttavia essi sono pur sempre frutto della fantasia degli artisti, anche se realizzati sulle indicazioni, comunque veritiere, di Boccaccio. Ma il volto di Dante com’era veramente? Per rispondere a questa domanda, l’équipe antropologica di Giorgio Gruppioni con la collaborazione di Stefano Benazzi, del Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna (sede di Ravenna); Francesca De Crescenzio e Massimiliano Fantini del Laboratorio di Realtà Virtuale della II Facoltà di Ingegneria della stessa università (sede di Forlì) diretta da Franco Persiani, nonché da Francesco Mallegni del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, con la collaborazione dello scultore Gabriele Mallegni, autore del busto di Dante, l’équipe antropologica, dicevo, ha condotto uno straordinario lavoro interdisciplinare partendo, come ho scritto all’inizio, dai dati antropologici rilevati nel 1921 sul cranio di Dante e da un calco modellato nella prima metà del Novecento.
Gli studiosi hanno così prodotto “dal modello virtuale completo del cranio di Dante ottenuto con lo scanner laser 3D un modello fisico mediante un sistema di prototipazione rapida impiegato in campo industriale” (scusate, ma è il linguaggio tecnico). Sul modello cranico fisico gli studiosi hanno poi posto la muscolatura, il pannicolo adiposo, la cute, insomma le parti molli del volto: è la tecnica, questa, del “facial reconstruction” usata dagli antropologi forensi.
Il volto ottenuto fu presentato a Ravenna nel Convegno “Dante e la fabbrica della Commedia” nel settembre del 2006. È dunque questo il vero volto di Dante? Certo è “il più scientificamente attendibile” perché corrisponde ai caratteri antropologici del cranio di Dante. Come si vede, è un volto meno affilato, tanto meno scavato, dai lineamenti non spigolosi, ma più morbidi rispetto ai ritratti tradizionali.
Che dire? Ognuno ha la propria immagine di Dante nella mente e nel cuore e a quella è affezionato. In ogni modo, fu questa l’immagine che io scelsi per la copertina del mio libro di “Lecturae Dantis” intitolato “Poeta che mi guidi”, pubblicato da Scorpione nel 2013. “Honi soit qui mal y pense”: il libro è ormai esaurito, quindi non mi sono fatta pubblicità indebita.
Un’ultima cosa: dal mio database mentale, mi piace spiccare il ricordo della conferenza che vent’anni fa il professor Mallegni (e due anni dopo anche il dottor Giuseppe Baggieri) tenne per gli Amici dei Musei di Taranto. Mallegni, che analizza i più antichi resti scheletrici per risalire alla fisiognomica degli individui, con la tecnica suddetta restituì il volto all’Atleta di Taranto: un uomo bellissimo, risorto sullo schermo del computer. E come lui, in seguito, sono risorti, nella luce quasi opalescente, Gregorio VII, Giotto e sant’Antonio da Padova… Miracoli dell’informatica. E questo è tutto, per ora.
Josè Minervini
Presidente del Comitato cittadino
della Società “Dante Alighieri”
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