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La riflessione

Taranto, la toponomastica e la memoria del passato

Il civismo non riguarda solo il presente, ma anche il passato: è cultura

Una pianta della Città di Taranto del 1930

Una pianta della Città di Taranto del 1930

“Sol per il dolce suon della sua terra ... Oh vana gloria de l’umane posse Com’ poco verde in su la cima dura” (Dante, Purg., VI°, 80 e Purg. XI, 91-92)

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Caro direttore, con vivo ed anche malinconico pensiero, ho letto sul giornale da te diretto del primo giugno corrente anno l’ottimo intervento del caro Giuseppe Mazzarino sullo stradario della nostra città che è “senza capo né coda”. Quello che ha scritto, anche lui con amaro sorriso civico e culturale, è fondamentalmente vero per un motivo consequenziario: quello che le diverse commissioni toponomastiche nel tempo erano più volte in sintonia di natura ideologica o partitica per stabilire il nome da dare ad una via o ad una piazza della città; basti pensare a chi ha buona memoria, che la piazza da qualche tempo intitolata alla vergine Maria Immacolata, un tempo si chiamava Giordano Bruno, poi durante il regime fascista fu piazza Italo Balbo, quindi durante l’occupazione inglese nella città, perduta la guerra, fu definita “piazza Giustizia e libertà” per essere quindi definitivamente piazza Maria Immacolata. Nell’ambito di alcuni decenni quella piazza centrale ha cambiato di nome.

Dello stesso processo nominativo altre vie ed altre piazze, ed anche edifici scolastici un tempo legati al potere fascista, hanno cambiato nome; personalmente ho studiato nell’edificio “XXVIII Ottobre” che oggi si chiama “XXV Luglio”. Definizioni partitiche, e così anche per altri luoghi della città. Ad oggi, e qui ha pienamente ragione Mazzarino, si è intitolato a personaggi del tutto poco noti in senso sociale e cittadino, e non si è dato un nome, così credo, al maggiore filosofo europeo ed italiano, che è Benedetto Croce, da me più volte, al di sopra di ogni partito, e in omaggio alla cultura che partiti non ne ha, in omaggio ad un filosofo che ha onorato l’Italia e l’Europa. Così è scomparso, nei pressi del Tribunale di Taranto, in un grande spiazzo aderente alla via delle Medaglie d’oro, l’intitolazione di un illustre preside ed onore della Cultura; mi riferisco ad uomo che ha dato tanto nel governo del liceo Archita a generazioni di giovani; parlo del preside e poi Provveditore agli Studi, Giovanbattista Massafra; uomo che per saggezza, per onestà, per rettitudine morale ha dato onore e gloria ad un liceo secolare. Torno a Mazzarino, egli si sofferma con acuta visione storica ed epica a quel principe di Taranto, Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, condottiero della prima crociata che fu celebrato per il suo coraggio e la sua volontà conquistatrice da Torquato Tasso nella sua “Gerusalemme liberata”.

Di recente lo ha ricordato l’illustre professore Cosimo Damiano Fonseca in occasione di una cerimonia presso il Castello Aragonese. Torquato Tasso ha celebrato sette volte Boemondo da Taranto che non ha una via in suo onore se non un modesto cippo sul viale della stazione ferroviaria; celebrato al canto primo (9-20), al terzo (63), al quinto (49), al settimo (28, 58,67) e al quattordicesimo (29) e al canto diciottesimo (67). “Goffredo di Buglione vide Boemondo: / fondar al nuovo regno / suo d’Antiochia, alti principi mira” (canto primo). Ora, targhe stradali ce ne sono parecchie fra grandi e piccole, tuttavia alcune con la didascalia di merito del soggetto, altre solo nominative; alcune in forma maiuscola, altre, murali, minuscole; una raccolta da linee indicative confusa anche se produttrice di una iniziativa copiosa. Alcune targhe portano solo il nome: Dante, Cavour, Cicerone, Leonida, Galeso e c’è anche un’altra senza specifica indicazione di merito. Quale? Quella intestata ad un certo Filonide. Chi fu? Quel tale che orinò sulla toga di un condottiero romano? O di qualche ammiraglio navale? Se è quello dell’urina sul dux romano, come ricorda lo storico Tito Livio, fu un atto ingeneroso e brutale a tal punto che le parole dello storico romano furono cocenti: disse quel comandante “ista toga, vestro sanguine, eluenda sit”.

“Questa toga sarà pulita col vostro sangue”; e da quel giorno Taranto fu nel mirino di Roma che, nonostante l’aiuto di Pirro, sconfisse Taranto e la ridusse a “municipium” che voleva dire città “munus-capere”, pagamento. Non conosco bene lo stradario della città ma Mazzarino indica nomi che non sono né stradali né per piazze quali Platone, Aristotele, Sparta, Atene, che erano città e uomini che fecero grande Taranto nella Magna Grecia. Ora, anche la toponomastica è segno di un risveglio civile, fondamentalmente umanistico di una città, che non vive solo di momenti pur necessari e belli ma occasionali, ma vive di una rinascenza senza la quale, dico cultura, la stessa città non risorge nell’ambito delle altre città. C’è un bene sociale di grande valenza e rispetto nella cultura che abbraccia anche toponomasticamente il luogo dove si vive; che è cultura che non ha tempo perché ha superato le barriere del tempo. La cultura, caro direttore, può provocare, ricordare, suggerire, anche migliorare gli interventi, parlo degli uomini di cultura veri e non presupposti; ma essi sono, con i loro interventi, la parte provocatrice di un’elevazione spirituale e sociale, ma è chi governa la città a farsene carico e a concludere i necessari interventi.

A questo deve tuttavia corrispondere, come a suo tempo scriveva Giacinto Peluso, il sentimento dei cittadini il quale nasce da una cultura vera, penetrante ed assorbente; perché anche il degrado di una città dipende dalla mancanza quasi assoluta di amore dei cittadini verso la propria città. Il civismo è proprio l’amore che è civiltà, cioè cultura, e non è solo ciò che riguarda il presente ma il passato nella memoria e nelle tradizioni; ed il civismo non lo si studia, lo si insegna in famiglia, a scuola e attraverso gli ordinamenti municipali. Il civismo, come scriveva Cicerone, non coinvolge il cittadino soltanto ma, ripeto, chi governa la città, chi la dirige e l’amministra; e dico civismo come amore continuo relegando il peggio e migliorando il meglio. Ora, prendendo lo spunto dalla toponomastica cittadina dopo l’ottimo intervento di Giuseppe Mazzarino, il discorso, alla vigilia di manifestazioni internazionali sul mare di Taranto, abbraccia quell’altro movente: le cose che Taranto ha perduto come un aeroporto, il degrado del maggior fiume dell’antica Roma, il mitico Galeso, in una zona che dipende anche dal Comune e dalla Provincia di Taranto, sistemati i punti amministrativi e se eletta a livello universitario perché quel fiume, povero di acque e ricco di gloria fu pari al Tevere come scrisse il Carducci: il Galeso di Virgilio, di Orazio, Properzio, Marziale, di D’Aquino, di Pascoli e di poeti di Taranto come Viola, Carrieri, Lippo ed altri. Taranto ha bisogno di una sua, oggi incompleta, missione di alto prestigio culturale per essere inserita in una capitale della cultura. Io vedo e noto che urbanisticamente molto si sta facendo, ed è un bene. Ma deve risorgere attraverso una sua università nell’ambito delle città nazionali.

Certamente essere vicini a Bari o a Lecce, ma rendersi anche liberi da Bari e da Lecce come una volta purtroppo era Terra d’Otranto; avere una personalità cittadina che onorando le altre città pugliesi mantenga saldo l’amore e l’onore della sua indipendenza; della sua cultura che non si spenga dopo Archita e Leonida; Taranto fu la terra di Platone e Platone è la filosofia di tutti i tempi. E non sia mai terra di conquista per altrui volontà.

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